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23:41 lunedì 20 aprile 2026
Sono stati ritrovati i Piss Poems di Sufjan Stevens, il blocchetto in cui da giovane il cantautore scriveva una poesia ogni volta che gli scappava la pipì A lungo si è pensato non esistessero affatto o fossero andati perduti. Ora un ex collega universitario di Stevens ha rivelato di averli conservati per anni.
Nel programma della Scala di quest’anno c’è anche il cineconcerto di di Fellini E per i prossimi tre anni i cineconcerti saranno stabilmente parte degli spettacoli del Teatro: nel 2027 ci sarà Tempi Moderni di Chaplin e nel 2028 un concerto dedicato ai film di Ennio Morricone.
L’AI sta facendo perdere il lavoro a così tante persone che si inizia a parlare di mega layoff, cioè di mega licenziamenti A quanto pare sta diventando un vero e proprio "trend" tra le aziende, tanto che molte licenziano anche se non sono in difficoltà economiche.
È stato annunciato un altro sequel di Top Gun e ovviamente anche stavolta il protagonista sarà Tom Cruise Del film si sa ancora pochissimo, ma l'unica conferma che importa davvero c'è già: Maverick non va in pensione, nemmeno a 63 anni.
Secondo il Financial Times la crisi abitativa di Milano ormai è più grave anche di quella di Londra I prezzi delle case in città sono aumentati del 57 per cento nell’ultimo decennio, mentre gli affitti sono saliti di oltre il 70 per cento.
Gli Strokes hanno usato il palco del Coachella per denunciare tutti i crimini che gli Usa hanno commesso nel mondo dagli anni ’50 a oggi Lo hanno fatto con un video in cui mostravano i colpi di Stato in Cile, Bolivia, Congo (solo per citarne alcuni) e poi i bombardamenti su Gaza e Iran.
Il biopic su Kate Moss è in realtà la storia del ritratto che Lucien Freud fece a Kate Moss S'intitola Moss & Freud e racconta la tormentata realizzazione del celebre ritratto Naked Portrait.
Torneremo a usare i contanti, per colpa delle guerre in Medio Oriente Ma non è luddismo monetario: in un panorama segnato da minacce di blackout, attacchi informatici e tensioni internazionali, la scorta di contante domestico viene oggi promossa come il solo bunker finanziario.

Gli esperimenti di Adelphi per la quarantena

Intervista con Matteo Codignola per parlare di Microgrammi, una nuova collana digitale nata in occasione della crisi.

02 Aprile 2020

In questa crisi l’editoria sta vivendo un momento strano. Le persone continuano a leggere libri, anzi probabilmente lo fanno di più di prima. Quasi tutte le case editrici però hanno cambiato in corsa i loro programmi interrompendo l’uscita di novità, soprattutto a causa delle librerie chiuse, a cui si è aggiunta poi la nuova politica di Amazon sui beni non essenziali (in cui peraltro è difficile districarsi, visto che ancora oggi alcuni libri vengono consegnati e altri no). Alcuni hanno cercato di trovare soluzioni alternative, e tra le più convincenti c’è la creazione di Microgrammi, una collana ad hoc lanciata in questi giorni da Adelphi, che consiste nella pubblicazione di piccoli ebook, tratti da libri che dovevano uscire e che non sono usciti. Non si tratta esattamente di estratti, ma di racconti o saggi che hanno una dignità propria, autoconclusiva. Bellissime anche le copertine virtuali, che attivano, quella che la stessa casa editrice, nel comunicato stampa di lancio, definisce la concupiscenza che prova nei confronti dei libri chi li fa e chi li legge. I primi tre titoli sono Dolore di Naipaul, Un delitto in Gabon di Simenon e Fratelli di Ivan Bunin. Il primo in particolare è uno straordinario personal essay, che parte dal fallimento delle aspirazioni artistiche di un padre e arriva all’eroica e straziante vita di un gatto.  Abbiamo parlato di questo e di altro con Matteo Codignola, editor della casa editrice (e collaboratore di questo giornale).

Com’è nata l’idea? È legata alla voglia di fare “libri” in un momento in cui non potete farli? Vi siete dati un orizzonte temporale?
È nata da quello che sta succedendo, e dalla necessità di leggere e far leggere qualcosa, almeno nell’ora libera fra un refresh e l’altro della Johns Hopkins. Ho detto necessità, ma forse era meglio la parola che hai usato tu, «voglia». Sì, nasce da quello, dalla voglia di fare libri. O, se vuoi, dall’incapacità di pensare o fare qualcosa che non abbia la forma di un libro. Forse è uno stile di vita poco ortodosso, di cui questa collana si può considerare un coming out. Quanto al limite temporale, non so risponderti. Quello che ci attrae, di questa idea, è che riporta l’editoria – almeno, quella che cerchiamo di fare noi – alla sua fase iniziale, che  ha il carattere piuttosto emozionante di un esperimento. Uno pensa di avere trovato una soluzione a un problema difficile – in questo caso, pubblicare – e vede se funziona davvero. Poi magari corregge in corsa. Vediamo. I tempi hanno un po’ incrinato il concetto stesso di “programma”, ho l’impressione…

Con che criterio sono stati scelti questi piccoli “libri”? Sono semplicemente prossime uscite, oppure sono calibrate per questo tipo di formato? (Trovo tra l’altro bellissime le copertine digitali che avete realizzato, dimostrano che in qualche modo la “concupiscenza” di cui parlate nella presentazione della collana può prodursi anche nei confronti di cose immateriali)
Abbiamo cominciato, come si dice, da quello che avevamo in casa. Per fortuna gli editori sono previdenti – o imprevidenti, dipende – e in casa tengono anche più di quanto gli serva subito. Così nella collana troverete un po’ di tutto: racconti e testi non narrativi che sarebbero usciti (che usciranno, spero) comunque in raccolte più ampie, ma che accostati  – sorpresa – prendono quasi da soli la forma di un piccolo libro. Inediti, come ad esempio, la settimana prossima, uno strepitoso trattamento cinematografico di Gadda che fin qui nessuno conosceva, e che non sapevamo come e se avremmo pubblicato, o un altro testo, sempre cinematografico, di Carrère. E alcuni nostri autori stanno scrivendo qualcosa di nuovo in queste stesse ore, proprio per la collana. E mi fa piacere quello che dici delle copertine. Già il fatto che abbiamo pensato una copertina – colorando e ritoccando uno dei nostri primi progetti grafici,  quello di Enzo Mari per i “Classici” – per un ebook, che non necessariamente la richiede, credo sia un sintomo – e va bene, di concupiscenza.

Proprio nel momento in cui l’ebook, considerato un tempo temutissimo avversario del libro di carta, era dato per morto, sembra avere una seconda vita, è qualcosa che secondo te resterà o è solo una resurrezione temporanea?
Personalmente non ho mai avuto nulla contro l’ebook, anzi. Detesto il culto del cartaceo in sé e per sé, e a parte questo trovo che l’ebook svolga alcune funzioni cruciali. A chi fa il mio mestiere, ad esempio, consente di non vivere fra pacchi di stampate bisunte, in un inferno di fogli spesso non numerati enormemente ansiogeno.  A tutti gli altri, permette volendo di far entrare in casa solo libri decenti, o addirittura belli. Fa bene alla  decorazione d’interni, alla testa, e anche alla vita di relazione. Vuoi mettere invitare a cena una signorina, o un signorino, senza più preoccuparti di far sparire le porcherie che prima inevitabilmente  tenevi in giro, o di giustificare in un modo o nell’altro il loro acquisto? No, toglietemi tutto, ma non gli ebook. Che fra l’altro, ormai si è capito, vivono con i libri fisici in un regime di coabitazione del tutto pacifica.

È possibile che questa crisi sposti un po’ più in là il concetto di casa editrice come qualcosa che non fa solo libri di carta ma che produce contenuti per una certa comunità? (Mi sembra che da questo punto di vista Adelphi sia più avanti di altre)
Mah. Una casa editrice, per rubare un concetto alla fisica, è un attrattore strano. Nella sua orbita finiscono molti oggetti letterari diversi, e non tutti diventano libri. Sì, può essere che, se capiamo davvero come fare, pubblicare contenuti in un modo diverso, o parallelo, diventi una strada da esplorare. Non sarà l’unica, in un futuro che dovremo immaginare in tanti modi, ma non come un passato che ricomincia. Almeno credo.

Tempo fa parlammo di come il formato della Biblioteca minima fosse una forma di risposta di carta alla moda del longform… perché nessuno ha pensato prima che le case editrici potessero mettersi anche a fare longform digitali?
Non so se il longform è una moda – credo sia una delle forme che il giornalismo narrativo ha fin dalle origini, almeno in America. Negli ultimi anni, certo, si è strutturato, aspirando (legittimamente) alla dignità di un genere. Una casa editrice però non è un giornale, o una rivista – impostazione e forme di committenza sono molto diverse. Ma non è detto che le differenze non possano almeno in parte sfumare, lavorandoci.

Ultima cosa extra-collana: che effetto fa vedere un libro del 2015 come Spillover di David Quammen entrare in classifica (e nel discorso pubblico) dopo 5 anni?
Di sollievo, e di stizza. Sollievo, perché quello che di fatto è un grande libro di un grande scrittore viene finalmente riconosciuto appieno. E anche perché, purtroppo in circostanze tragiche, si capisce che i grandi libri “servono”. Stizza perché fino a oggi, in Italia, i libri come quello di Quammen, cui anche volendo è impossibile attribuire l’etichetta di “romanzo” (ma, se per questo, anche quella di “saggio”) hanno incontrato resistenze di vario genere. È un peccato, perché alcuni lettori si sono persi le cose spesso migliori uscite negli ultimi anni. Ma può essere che anche questo stia cambiando – o sia già cambiato, senza che nemmeno ce ne siamo resi conto.

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