Accanto alle prevedibili Harper Lee e Maya Angelou ci sono anche graphic novel, libri per bambini, Sarah J. Maas e Gossip Girl.
«Stiamo mettendo su casa», dicevo con sguardo fiero e un po’ incredulo a chiunque incontrassi quando, undici anni fa, sono andata a vivere insieme al ragazzo con cui stavo da un paio di mesi. Dicevo “casa”, e non “famiglia” – anche se chiaramente era quello che intendevo, e che mi inorgogliva così tanto. Mi sembrava che “casa”, infatti, si portasse dietro tutto un carico di vita materiale, di progettualità, di domeniche pomeriggio trascorse a imbiancare pareti, recuperare arredi dai robivecchi fuori città, levigare il legno che sarebbe diventato il nostro letto, che l’altra parola, nella sua astrattezza, non riusciva a contenere. Una famiglia esiste o non esiste; una casa si costruisce.
I protagonisti di Una splendida rovina, il nuovo romanzo di Vincenzo Latronico uscito per Einaudi a inizio settembre, sono due trentenni che poco dopo essersi conosciuti, e innamorati, acquistano per due lire un grande maniero abbandonato in Pomerania, una regione dell’ex Germania dell’Est. L’intenzione è di ristrutturarlo, un poco alla volta, e farci una residenza per artisti. Il narratore, alter ego di Latronico, e la sua compagna Elsa, tedesca, sono due creativi. Entrambi “vivono in giro” per l’Europa inseguendo traiettorie improvvisate e sempre di respiro piuttosto breve – un modo un po’ evasivo, ma elegante, per dire che non hanno ancora deciso dove stare, né con chi, né perché. Entrambi di belle speranze e buona famiglia, sentono di poter ancora diventare più o meno qualunque cosa, in qualunque posto. Non hanno mai pensato di sistemarsi in quel modo pigro, un po’ frusto, dei loro coetanei che subito dopo l’università hanno deciso di sposarsi e acquistare un trilocale in una zona periferica, ma graziosa, della città in cui sono nati. Anche loro, però, avvertono il richiamo della quiete dopo tanto vagare, che li seduce con l’idea di un posto a cui fare ritorno sempre.
Il romanzo parte da qui, dal desiderio più o meno consapevole di fermarsi, mettere radici e tracciare i confini della propria identità. La voce del narratore, lo capiamo subito, è del tutto inaffidabile: afferma una cosa, qualche pagina dopo si contraddice, chiede scusa, dice “mi vergognavo”, si ripete, ritratta quel che ha detto. Latronico porta in scena il meccanismo stesso della finzione letteraria, lo disinnesca, e il romanzo si mostra per quello che è: un resoconto del tutto arbitrario di una storia che potrebbe essere raccontata in infiniti altri modi, una negoziazione sempre precaria fra una verità inaccessibile e la trama che vi intrecciamo sopra. L’occhio che registrava quasi meccanicamente, con distacco, la vita dei protagonisti delle Perfezioni è ormai distante, abbandonato. Le falle dell’esistenza non solo non si riescono a nascondere, ma si rivela anche l’inadeguatezza di ogni tentativo di maquillage e di ordinamento della realtà. «La memoria», scrive, «è una galassia di eventi; scrivere la propria storia vuol dire selezionare i più luminosi e tracciare la costellazione che compongono. Nello stesso cielo si possono disegnare costellazioni diverse; ma ciò non significa che alcune siano vere, altre no. Sono false sempre, perché esistono solo le stelle; e sono vere sempre, perché le vediamo». Ci sono le cose, che accadono; e poi ci siamo noi che guardiamo le cose, e che dopo che sono accadute creiamo legami, stabiliamo connessioni causali, inventiamo storie e ce le raccontiamo: «Lì si evidenziò che la mia volontà è poca cosa. C’è sempre un buon motivo, lo si trova», recita Giovanni Lindo Ferretti in “Annarella”, nell’esergo del romanzo. È un pensiero debole, alla Vattimo, quello che attraversa Una splendida rovina, che rinuncia sin da subito sia all’ambizione di dire il vero, sia alla pretesa di trovare un responsabile alla rovina a cui si va incontro.
I protagonisti sono mossi dall’entusiasmo dell’innamoramento – un altro filtro inaffidabile sul mondo, che li fa sentire invincibili, e diversi, in grado di affrontare, con le sole proprie forze e l’aiuto di pochi altri personaggi piuttosto improbabili, la ristrutturazione di un palazzo ottocentesco di mille metri quadri, più di quaranta stanze e neanche una che sia davvero abitabile. Chiunque abbia non dico fatto, ma anche solo seguito i lavori di rinnovamento di un bilocale in viale Umbria a Milano sa quanto possa essere logorante, e pieno di ostacoli e deviazioni, il percorso che va da un annuncio su Immobiliare.it all’immaginario domestico, e quindi esistenziale, che ci siamo prefigurati mentre firmavamo dozzine di scartoffie. Latronico registra ogni dettaglio di quell’opera di ristrutturazione, ogni intoppo, tutti i ritardi e gli imprevisti che fanno slittare sempre più in là il momento in cui il progetto potrà dirsi finalmente concluso. È il narratore stesso che monta i trabattelli, inchioda i pavimenti, posa i tubi degli impianti che sono tutti da rifare. Ogni giorno se ne va a letto con la stanchezza di chi, abituato al lavoro intellettuale, scopre la fatica del lavoro fisico. All’inizio è inebriante, le endorfine circolano per il corpo regalando una certa soddisfazione; ma poi a poco a poco l’impresa si complica, si rivela nella sua spaventosa e scoraggiante enormità, i presagi funesti si materializzano, la stanchezza rimane solo stanchezza.

Mettere su casa significa cercare di mettere su un po’ anche se stessi, di darsi una forma. I protagonisti di Una splendida rovina sognano in grande: non ambiscono solo a costruire una dimora per loro due, ma a creare uno spazio che definisca un modo nuovo, comunitario e fertile, per stare insieme. Un labirinto di corridoi, di stanze e di scelte che il narratore a volte imbocca consapevolmente, altre volte spinto dalle circostanze, fino a che quello che un tempo sembrava meraviglioso, perché ancora tutto da costruire, a un certo punto si rivela soverchiante, perché impossibile da risanare.
Le cose, lo dice già il titolo, non andranno bene. Ci sono inquietudini e incertezze che, come aruspici di sventura, tormentano il protagonista sin dall’inizio – ma vanno prese sul serio? Lo stesso pensiero può rivelarsi una divinazione o una sciocchezza a seconda di come poi vanno le cose, quindi meglio metterlo a tacere, non portarsi sfortuna. Lo slancio con cui si imbarcano nella loro impresa è così splendido, e così desiderabile il traguardo finale, che il narratore ignora deliberatamente tutti i primi segnali di decadimento e di rottura, i primi sguardi mancati, le incomprensioni fugaci – non è niente, si aggiusta tutto, avremo tempo. La manutenzione di un amore però non è più semplice della ristrutturazione di un maniero: si aprono crepe che chiedono di essere stuccate, infiltrazioni che devono essere individuate prima che affiori la muffa dalle pareti, e può capitare di sentirsi solidissimi e invece scoprire, con sconcerto e con dolore, che basta un soffio di vento per scoperchiare un intero palazzo.
A Latronico non interessa, però, compilare l’inventario dei detriti di questa storia: non c’è un colpevole, non c’è una vittima. Le cose, a volte, semplicemente non vanno. Una splendida rovina non è solo un romanzo su un progetto abitativo ambizioso, o sulla fine di un grande amore: è uno scandaglio sul fallimento e sugli strumenti che abbiamo, in un’epoca che ci chiama alla perfezione, per dargli un senso, senza espungerlo dalla nostra vita né tradurlo negli stilemi del trauma. Non ci sono alibi, non ci sono accuse. Latronico non si abbandona al cinismo e la rovina, in fondo, rimane splendida fino all’ultimo: per quanto i due abbiano agito in modo avventato, frettoloso, resta infatti testimone di un tentativo coraggioso, pure se imperfetto, di dare corpo a un modo diverso, e felice, di vivere insieme. Non si può stabilire se il danno fosse strutturale fin dall’inizio o se sia nato lungo la strada, ma accanto a questo dubbio sopravvive la tenerezza testarda, e ingenua, di averci provato, e il coraggio di guardare indietro alle proprie rovine, e di riconoscerle come tali.
Nella foto, Vincenzo Latronico nella sua casa di Milano (dettaglio) © Marzena Skubatz Photography
