Vestirsi come se vivessimo nel 3000

Non è la prima volta che sogniamo di vivere nel futuro prima ancora di sapere se ci piacerà. Stavolta il sogno ha la forma di un cipriacell.

10 Ottobre 2026

Cosa poteva saperne la me del 2001, che sognava di fare la spia in incognito presso sé stessa, che venticinque anni dopo quel sogno si sarebbe avverato?

Non sono propriamente una spia, ma giocare a farla quest’anno è decisamente più semplice e socialmente sdoganato di allora, quando l’unica possibilità era rappresentata da costumi da Carnevale altamente infiammabili. L’infiammabilità probabilmente c’è ancora (per quella basta un po’ di poliestere), ma la moda ha il potere di rovesciare postulati fino al momento prima dati per scontati. Anche vestirci come se vivessimo nel 3000.

Sognando un futuro da spia

Da settimane gira su TikTok il video di una ragazza che apre una confezione di cipria compatta che, al posto della spugnetta, contiene un piccolo touch screen, perfettamente funzionante e interattivo. Proprio come il celebre Cipriacell di Totally Spies! (la celebre serie animata andata in onda in Italia dal 2001, con protagoniste le spie Alex, Sam e Clover, ndr). Questi gadget cibernetici strizzano inevitabilmente l’occhio ai recenti trend beauty (il cybersigillismo nei tatuaggi, lo stile tribale cromatico nelle nail art) e a quello stile comunemente definito “alternativo”, in cui ricadono accessori specchiati, forme aerodinamiche e geometriche. È un’estetica che arriva dalla Cina con il nome di Y3K, dove è nata come costume visivo legato all’intelligenza artificiale, alla realtà virtuale, al Metaverso e ai robot danzanti. Un salto generazionale rispetto al Y2K (l’estetica legata alla nostalgia degli anni 2000 fatta di logomania, brillantini e atmosfera da centro commerciale), che mescola design, moda e tecnologia.

Un fenomeno asiatico in arrivo in Occidente

Stando a JingDaily, la Corea del Sud è stata precorritrice di questa tendenza: Gentle Monster (divenuto famoso per i flagship tecnologici e immersivi, una sorta di set cinematografico sci-fi), Leey, Andaash e Risky producevano, già nel 2024, prodotti ispirati al Y3K, rafforzandone l’influenza nell’industria della moda e della bellezza grazie alla partnership con personalità del mondo dello spettacolo, tra cui LISA delle BlackPink. Diversamente dalle versioni di moda futuristica precedenti, ispirate a film come Matrix e Blade Runner, la nuova ondata si ispira alla cultura pop asiatica, tra cui il gruppo K-pop Aespa, il cui debutto nella scena musicale coreana (costruito sulla compresenza di membri reali e avatar digitali nel mondo virtuale) ha dato vita all’“Aespacore”, un’estetica fatta di metallo liquido e accessori pungenti.
Nel 2024, una ricerca di Pinterest riportava una crescita del 6030% per gli outfit Y3K e del 170% per la moda futuristica. La Cina si era allineata prontamente alla Corea anche in ambito artistico (una delle tante manifestazioni di questa tendenza è stata la mostra di Pop Mart Skullpanda The Sound a Shanghai). Ed ecco che, nell’anno corrente, la tendenza arriva in Europa e negli Stati Uniti: le predizioni di Pinterest per il 2026 la definiscono “inclinazione spaziale”, caratterizzata da un aumento delle ricerche per i termini “estetica alien core”, “opalescente” e “trucco ispirato agli alieni” tra l’80% e il 140% tra settembre 2024 e agosto 2025, rispetto all’anno precedente. Se i mercati asiatici hanno sofferto dalla diffusione di Covid-19 in poi, il Y3K offre un pretesto facile per connettersi con la Generazione Z: su RedNote, l’hashtag #ElectronicY3K ha raggiunto più di 718 milioni di visualizzazioni e 3,5 milioni di post condivisi, mentre #Cyberpunk ha totalizzato 1,1 miliardi di visualizzazioni e 3,8 milioni di post.

Una spia vera lo aveva già capito, vent’anni prima

Negli anni 2000, c’era Katrina Barillova. Nei suoi giorni da agente segreto durante il comunismo, ancora teenager, era solita integrare sensori e apparecchi d’ascolto tra le cuciture dei vestiti che cuciva lei stessa, nelle cinture e negli accessori. Con la caduta del regime comunista, si trasferì negli Stati Uniti e fondò Charmed Technology, un’azienda dedicata alla produzione di dispositivi tecnologici indossabili. “Le persone hanno paura della tecnologia, paura di sembrare dei robot”, affermò, e la moda poteva rappresentare l’escamotage per nasconderla all’interno di ciò che era più accettabile.
La sfilata itinerante intitolata “Brave New Unwired World” conferì un senso di futuro alla passerella, con modelle che indossavano cinture con PC integrati, occhiali con fotocamere e display (prima che i Meta Glasses fossero considerati un prodotto innovativo), collane con dispositivi infrarossi e altri accessori tecnologici che andavano ben oltre le fantasie dei patiti della tecnologia.

Il futuro che ci attende è tutto da immaginare

E la Barillova non aveva sbagliato di molto. Se la sua deformazione professionale l’aveva portata ad immaginare un futuro di integrazione tra moda, tecnologia e giovani generazioni, quel futuro è arrivato ed è meno rassicurante di quanto se lo immaginasse. Secondo l’ultimo Democracy Report del V-Dem Institute dell’Università di Göteborg, nel 2025 il livello medio di democrazia nel mondo è tornato a quello del 1978: per la prima volta in oltre cinquant’anni gli Stati Uniti sono stati declassati da “liberal democracy” a semplice “electoral democracy”, mentre l’Italia figura tra i dieci Paesi entrati nella lista delle nuove autocratizzazioni nel solo 2025. Le autocrazie, oggi, superano numericamente le democrazie: 92 contro 87, secondo lo stesso report. Non è un dettaglio da poco che la stretta autoritaria coinvolga proprio le economie più ricche e influenti, quelle culturalmente più esposte a TikTok e RedNote. In parallelo, cresce l’ansia per la tecnologia che dovrebbe accompagnarci nei prossimi anni: nel giugno 2025, la metà degli adulti americani si dichiarava più preoccupata che entusiasta per la diffusione dell’AI nella vita quotidiana, contro il 37% registrato nel 2021. Le persone temono gli sviluppi della tecnologia, dell’AI, la fine che faranno i nostri dati e la nostra privacy, ma ciò che le spaventa ancora di più è indossare cose brutte (ce lo hanno insegnato Zuckerberg, Meta e la campagna con Kylie Jenner).

È in questo doppio movimento (un presente politico che assomiglia sempre più a una distopia già scritta, e una tecnologia che promette progresso ma ispira soprattutto sfiducia) che si inserisce quella che alcuni critici culturali, tra cui il filosofo spagnolo Francisco Martorell Campos, chiamano “distopofilia”: la trasformazione della distopia in moda di massa, che finisce per insegnarci che non esistono più alternative immaginabili al presente, solo varianti sempre più cupe di esso. In questo scenario, lo spycore è come un’inversione difensiva. L’ottimismo ideologico e tecnologico degli anni Duemila pre-crisi oggi suona ingenuo, quasi imbarazzante: la moda lo ha citato, e continua a farlo, come rifugio rassicurante per non immaginare futuri diversi. Se il presente fa paura e il passato recente sembra una promessa tradita, l’unica direzione che resta percorribile con leggerezza (e anche l’unico luogo in cui la tecnologia può diventare espressione della propria personalità e creatività, visto che ancora non ne conosciamo i pericoli) è quella più lontana, quella che non è mai esistita e quindi nessuno può ancora smentire: quel 3000 tutto ancora da immaginare. E così la Gen Z gioca a fare la spia come se avesse completamente introiettato e metabolizzato il fatto di non avere più sotto reale controllo i propri dati sensibili e, non potendoli controllare, l’unica via percorribile è quella di integrarsi con il sistema.
Cominciando con un cipriacell DIY.