Apparsa e già scomparsa: i moderatori hanno cancellato tutto e inserito anche le parole “Charlie Kirk” all’elenco dei termini proibiti.
Le immagini della me del 2016 resteranno tra la sottoscritta e l’Altissimo. Non ho alcuna intenzione di condividerle perché, per quanto ne vada fiera, il 2016 è ancora troppo vicino affinché i miei errori vengano perdonati. Evidentemente, però, non tutti la pensiamo allo stesso modo: se il 2016 è ancora troppo recente per garantire un’assoluzione personale, è abbastanza distante da poter essere rivalutato collettivamente. Basta scorrere i social per accorgersene: i buoni propositi del nuovo anno, le foto “new year, new me”, hanno lasciato spazio a un’evocazione ossessiva del 2016 come fosse l’ultima epoca felice che gli esseri umani abbiano vissuto. Un passato che non ha ancora fatto in tempo a diventare storia, ma che viene già trattato come tale. Non stiamo parlando degli anni ’70, né di un’epoca mitica che non tornerà mai più, ma di un anno preciso, ordinario, che oggi sembra funzionare come rifugio emotivo condiviso. Un anno a caso diventato improvvisamente migliore proprio nel momento in cui il presente ha smesso di piacerci.
Il monopolio social: da TikTok ad Instagram, dai famosi ai comuni mortali
Mi sono accorta che qualcosa non andasse fin dalle prime ore del nuovo anno. Un filtro dai toni rosati, fin troppo familiare, ha preso a colonizzare TikTok, combinato a una serie di immagini – tra cui tazze di Starbucks, scarpe Jeffrey Campbell e vestiti Brandy Melville – che richiamavano potentemente i giorni in cui il mio Pinterest era WeHeartIt. E poi, Major Lazer e DJ Snake dappertutto. Così tanto che, stando ai dati condivisi da Spotify, a partire dal 01 gennaio 2026, il numero di playlist ispirate al 2016 è aumentato del 790 per cento.
Nel 2016, il quiet luxury era un pensiero alieno tanto quanto l’idea di esibirsi in 12 step di skincare ogni mattina. Prima della noiosa clean girl acqua e sapone, c’era Kylie Jenner, allora nota sui social come @kingkylie. Era lei l’IT girl assoluta di quell’anno di apparente giubilo e spensieratezza: capelli blu e full-face make-up, dominava Snapchat con uno stile sexy e personalità spensierata. È strano ripensare a Kylie Jenner come a un’icona, innalzarla a figura mitologica quando deve ancora compiere 29 anni, così come lo è pensare che il momento più felice delle nostre vite sia così vicino a noi, eppure così lontano da farcelo sognare. Cosa è successo in questi anni da farci desiderare di tornare proprio a quell’anno?
Ma il 2016 non era l’altro ieri?
Se ricordiamo gli eventi che hanno segnato il 2016, non è che sia stato proprio un anno rose e fiori. Trump entrava per la prima volta alla Casa Bianca, il Regno Unito si staccava dall’Unione Europea in un processo lungo e dibattuto passato alla storia come “Brexit”, l’Europa intera era ancora traumatizzata dall’attentato al Bataclan. Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 si iniziava anche a parlare di un’azienda chiamata Cambridge Analytica, che due anni dopo avrebbe segnato la fine dell’innocenza dei social media. Certo, non c’era ancora stata la pandemia di Covid-19 e nemmeno un genocidio, ma c’era l’OMS che proclamava l’emergenza sanitaria mondiale per il virus Zika e la Siria subiva gli attacchi dello Stato Islamico. Morivano pure David Bowie, Prince, George Michael, Alan Rickman, Gene Wilder, Carrie Fisher, Debbie Reynolds, Muhammad Ali, Harper Lee, Fidel Castro. Fu una strage di celebrity, fu l’anno in cui si iniziò a piangere la fine del ‘900 e pure della cultura pop. Per tante persone, il 2016 fu un anno talmente orribile che, verso Capodanno, iniziò a girare su internet questo meme: siamo nel mezzo di una lezione di storia nell’anno 2100, l’insegnante annuncia che, visto che tutto quello che c’era da spiegare sul 2015 lo ha spiegato, adesso è il momento di dedicarsi al 2017; un alunno a quel punto alza la mano e chiede ma scusi, e il 2016.. ?; al che l’insegnante, brutalmente, risponde che: «Non si parla del 2016».
Per i giovani, era il momento di massimo splendore del Coachella, dell’espressione della propria individualità prima che una quantità alienante di trend e microtrend dettassero legge su abbigliamento e stili di vita. Il 2016 viene ricordato dai suoi adoratori online addirittura come l’ultimo anno in cui i social media sono stati utilizzati con spontaneità e umanità, con una coerenza tra la vita vissuta offline e quella mostrata online. In quell’anno, Instagram ha introdotto le Stories, l’influencer marketing non era ancora l’acquitrino in cui anneghiamo oggi e a nessuno interessava molto risultare aesthetic: un bel filtro Rio de Janeiro bastava ai più per sentirsi cool. I Millennial, detentori di una saggezza superiore, riconoscono la prossimità di quell’anno (qualcuno sui social ironizza: «I got a package of cous cous I have never made from 2016 in the cupboard!») e inorridiscono di fronte a un sentimento di nostalgia verso qualcosa che non è ancora vecchio. È come se ci fosse stata una compressione del tempo storico, che ha portato alla mitizzazione di un anno estremamente vicino. Esiste solo un punto di comune accordo tra Gen Z e Millennials: continuare a pubblicare caroselli con l’hashtag #2016. Perché comunque il content deve girare.
Il problema sta nella percezione del futuro
Penso che siamo tutti d’accordo nell’affermare che il mondo sia un posto orrendo al momento e che vorremmo tutti un po’ di pace (e non un McDonald’s in Groenlandia). Il 2016 rappresenta per i giovani la via di fuga: una via di fuga idealizzata e edulcorata, privata di quanto di doloroso ci fosse allora, ridotta all’osso e celebrata nelle sue componenti più frivole e quotidiane. È una celebrazione per sottrazione, che non dipende da un revival culturale, né da meriti reali. Per esclusione, i giovani hanno soltanto scelto il primo anno utile in cui si ricordavano di essersi sentiti più leggeri, meno angosciati all’idea del futuro.
«Mi colpisce come oggi siamo prontissimi a romanticizzare qualsiasi cosa pur di allontanarci dal presente: applichiamo nostalgia a tutto, purché sia abbastanza vicino da sembrarci familiare e abbastanza lontano da non farci male», racconta a Vogue Victoria Genzini, curatrice e direttrice della comunicazione del NOMAD. Ormai siamo così stressati dalle tragiche notizie che arrivano alle nostre orecchie su base quotidiana, ogni giorno con un’aggiunta da brividi rispetto a quello precedente, da guardare a ogni cosa con nostalgia quasi per automatismo.
D’altronde, ogni escamotage per fuggire al dolore del presente è piuttosto debole: la moda si rifugia negli archivi, risultando affetta dalla nostra stessa ansia presente e, quindi, incapace di offrire conforto o evasione; la perfezione iper tecnologica dell’intelligenza Artificiale e la sensazione che l’algoritmo utilizzi i nostri social al posto nostro hanno reso inevitabile il ritorno agli iPod nano e alle foto pixelate. Non è che prima stessimo meglio, è che non siamo mai stati peggio. E se tra dieci anni rimpiangeremo il 2025, allora sì che ci sarà da preoccuparsi.
