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In Tasmania stanno installando un monolite artificiale che sarà la “scatola nera” della fine del mondo e dell’estinzione dell’umanità Funzionerà esattamente come la scatola nera di un aereo, registrando l’apocalisse giorno dopo giorno.
C’è un’app per inviare messaggi che viaggiano alla velocità di un piccione viaggiatore Si chiama Roost e si presenta come un servizio di messaggistica "anti istantanea" per riscoprire il piacere (e la frustrazione) dell'attesa.
Ai colloqui di pace tra Usa e Iran c’è un problema: J.D. Vance continua a essere ignorato da diverse delegazioni diplomatiche Tanto che la Casa Bianca è stata costretta a diffondere un comunicato stampa per dire che non è affatto vero che Vance viene ignorato.
Secondo i climatologi, la colpa dell’ondata di caldo in Europa non è affatto del Super El Niño ma tutta degli esseri umani Stiamo pagando il prezzo di anni di crisi climatica, non basta un singolo evento climatico a spiegare l'incredibile caldo di queste settimane.
Criterion Collection farà un lussuosissimo box set di 30 DVD con tutti i film restaurati di Stanley Kubrick Conterrà tutti i suoi corti e lungometraggi in versione restaurata, più 25 ore di contenuti speciali, molti dei quali inediti e assai sfiziosi.
Per colpa di Sam Altman e OpenAI nessuno vuole distribuire Artificial, il film di Luca Guadagnino su Sam Altman e OpenAI Doveva distribuirlo Amazon, che però ha cambiato idea all'ultimo momento. Warner Bros. e Paramount lo hanno già rifiutato. E adesso del film non si sa che ne sarà.
L’Inghilterra sarà anche senza Primo Ministro, ma si è innamorata dell’hot podium guy che sistema il leggio e prova i microfoni prima delle conferenze stampa davanti a Downing Street Tradotto in italiano sarebbe "il bono del podio", unica figura stabile nella politica inglese, tanto che molti sui social lo propongono come Premier.
Olivia Rodrigo ha annunciato un festival musicale con una line up di sole artiste donne per raccogliere fondi a sostegno delle donne Si chiama Daisy Chain Fields: sul palco si esibiranno Stevie Nicks, Karen O, Chappell Roan, Mitski, Doechii, le Katseye e tante altre.

Taiye Selasi

Intervista alla scrittrice: il suo ultimo libro, l'Africa, e le difficoltà della letteratura africana, che non è sempre politica o geopolitica o sociale.

09 Settembre 2013

Taiye Selasi, metà ghanese metà nigeriana, nata a Londra, cresciuta a Boston, che ora vive a Roma perché a Parigi non trovava un appartamento, è la personificazione dell’Afropolitan, l’africano cosmopolita di cui parla in un suo saggio del 2005.

Di recente nominata tra i 20 Granta Young British Novelists e con l’approvazione di vere icone della letteratura postcoloniale quali Toni Morrison e Salman Rushdie, Selasi è vista come la nuova voce di una letteratura africana in rinascita. In attesa che il suo primo romanzo Ghana Must Go venga pubblicato in italiano a settembre con il titolo La bellezza delle cose fragili (Einaudi, 344 pp., 19 euro; per maggiori spiegazioni sulla scelta del titolo leggete l’intervista), l’abbiamo incontrata nel suo appartamento a Trastevere per farle qualche domanda.

Come è stato scrivere il tuo primo romanzo?

Sapevo di voler essere scrittrice all’età di 4 anni, e per i successivi 25 non c’è stato giorno in cui non abbia pensato al “primo libro” che prima o poi avrei scritto. Alla soglia dei 30 anni e dopo due lauree, vari lavori, viaggi, e ancora niente libro, ho lasciato il lavoro – mettevo da parte da anni – e mi sono lanciata. È stato magico, mi svegliavo la mattina per fare quello che avevo voluto fare tutta la vita e ora facevo. Quando dopo le prime 100 pagine ho trovato un agente e firmato il contratto sono stata afflitta dal blocco dello scrittore, per l’improvvisa realizzazione che qualcun altro avrebbe letto il mio libro! Ci ho messo quasi sei mesi per riprendere e quando l’ho fatto, ho scritto le successive 200 pagine con lo stesso slancio delle prime 100, solo sei mesi più tardi.

Ti sei fatta conoscere con il racconto breve The Sex Life of African Girls. Qual è l’appeal del racconto per te?

Il racconto è la realizzazione perfezionata dell’arte della narrazione. O forse sono solo impaziente! Cominci un racconto e 20, 25 pagine più tardi finisce? Grandioso. Alcune storie richiedono la lunghezza di un romanzo, ma i racconti brevi sono i miei preferiti. Vivi insieme a questi microcosmi – i personaggi, le voci – che ti appaiono e ci vivi insieme per un periodo di tempo molto concentrato, è fantastico.

La tua scrittura è molto filmica. Che rapporto c’è tra film e prosa?

La prosa è visiva, me lo dicono in tanti, e mi chiedo cos’altro potrebbe essere. Chiedi a qualcuno di immaginare un mondo con le tue parole. Sogniamo in immagini, è quella la parte della mente umana che mi eccita di più e quella a cui voglio accedere. C’è uno spazio liminale tra immagine e linguaggio – in entrambi i sensi, succede quando vedi una fotografia, la tua mente ci costruisce su una storia. Non ci sono parole ma vivi l’immagine come storia, e lo stesso può succedere con un racconto, non ci sono immagini, non ci sono foto ma il lettore lo percepisce visivamente. C’è uno spazio intermedio ed è questo spazio che il mio lavoro occupa.

Sei stata accolta come promessa della letteratura Africana. Ma i tuoi personaggi – benestanti, educati, internazionali – non sono rappresentativi della maggior parte della popolazione africana, o meglio ghanese e nigeriana. Come lo spieghi?

Un autore indiano ha scritto di recente sul New York Times: «Ho scoperto di aver scritto un romanzo sull’immigrazione, il che mi ha sorpreso perché credevo di aver scritto un romanzo su una mamma e una figlia». Mi ha fatto sorridere, perché anche io non sento di aver scritto del Ghana o della Nigeria ma di una famiglia, in Ghana Must Go, di una ragazzina in The Sex Life of African Girls, di un ragazzo in Driver, i miei tre lavori pubblicati. Ma siccome sono di origini ovest-africane, i miei lavori sono visti come commenti sui paesi di origine dei miei genitori. Il che francamente è stancante. Se avessi voluto scrivere di Ghana e Nigeria sarei andata a scrivere per l’Economist. La ragione per la quale scrivo libri, film e racconti, è che amo raccontare storie, e spero questa non sembri una scusa perché non lo è: i miei personaggi sono ghanesi o nigeriani ma sono dati demografici, che non hanno a che fare con ciò che trovo più gioioso nello scrivere prosa che è l’investigazione dell’esperienza umana e la creazione della stessa.

Quindi c’è un‘aspettativa che la letteratura Africana debba affrontare le stesse questioni sociali e politiche di cui impariamo dai media?

Sì, completamente. C’è il rischio, con lavori legati al continente africano, che la geografia diventi il romanzo stesso. La critica si concentra sull’ambientazione e le permette di oscurare storia, struttura, tecnica, tono, eccetera, ed è un peccato. Ci sono romanzi che parlano di determinati temi, la guerra, l’immigrazione – prendi i romanzi di Chimamanda Ngozi Adichie per esempio, ma questo non vuol dire che ogni lavoro debba parlarne. Siamo scrittori e possiamo parlare di cose diverse. Il nostro parco giochi non dovrebbe essere più piccolo perché siamo africani. Dovremmo poter andare sull’altalena, lo scivolo, la piscina, arrampicarci sulle sbarre, tutto quello che vogliamo fare dovremmo avere il permesso di farlo, africani o meno.

Le questioni identitarie rimangono importanti nella tua scrittura.

I personaggi abitano tra diversi posti, in un modo che è caratteristico dell’esperienza postcoloniale contemporanea. Con il processo economico della globalizzazione la migrazione è aumentata, spesso provocata dall’assenza di opportunità in un posto e la sua presenza in un altro. I figli di immigranti, che nascono al di fuori del loro paese di origine, le loro sono identità forgiate dal e in movimento, e questo è un fenomeno universale. Il movimento è quello che dobbiamo capire, dobbiamo veramente guardare al perché questo movimento avvenga, questo è qualcosa che è molto, persistentemente interessante.

Eppure il tuo romanzo non lo fa.

Il romanzo parla di una famiglia, e la famiglia si è formata in una parte del mondo mentre i genitori vengono da un’altra. Ok, questo è quello che convenzionalmente chiamiamo immigrazione. Ma non è quello di cui parla il romanzo, sarebbe una lettura del testo troppo ovvia. Se la famiglia non fosse di origini africane il problema non esisterebbe, e il romanzo verrebbe visto per quello che è.

Sei emozionata per l’uscita del libro in Italia?

Sì, così i miei amici potranno leggerlo! Il titolo sarà La bellezza delle cose fragili, che non è esattamente unatraduzione del titolo originale. Ma lo accetto. In Germania l’hanno chiamato Diese Dinge geschehen nicht einfach so, “queste cose a volte non succedono”, una frase del libro. Ero scettica, ma gli editori mi hanno detto che senza “Ghana” nel titolo il romanzo avrebbe attratto più lettori. Perché come dicevamo, ci dobbiamo confrontare con questi pregiudizi, il lettore legge Ghana e si aspetta un certo tipo di libro, e anche se non lo è continua a parlarne come se lo fosse. E visto il successo che il libro ha avuto in Germania con quel titolo, mi sono dovuta ricredere. Viene visto immediatamente come un romanzo familiare, perché non c’è altro modo di spiegare il titolo. È un fenomeno interessante.

Nell’immagine, un dettaglio della copertina italiana (Einaudi)

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