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JD Vance si è prodotto in un incredibile spiegone per dimostrare che Emily in Paris è la miglior serie di sempre e lo «Shakespeare della nostra epoca» Secondo il Vicepresidente la serie è «una grande critica culturale al processo decisionale dei Millennial».
Se sei l’erede di una grande dinastia della moda italiana e ti serve un direttore creativo per il tuo brand, chiami Dario Vitale Dopo l'esperienza da Versace, Dario Vitale diventa il primo creativo esterno ad assumere la guida di Emporio e degli accessori Giorgio Armani, segnando la prima vera svolta della maison dopo la scomparsa del fondatore.
Nonostante gli scienziati dicano che non funzionerà mai, diverse persone stanno pagando 200 mila euro a un’azienda australiana per far congelare i loro cadaveri nella speranza di essere resuscitati in futuro L'azienda si chiama Southern Cryonics, si trova a Holbrook, nel New Souther Wales, e ai suoi clienti propone "a chance of life extension".
Per salvare i suoi cittadini dal brainrot, Singapore ha deciso di pagarli per leggere almeno 15 minuti al giorno Quindici minuti valgono venti monete virtuali, per arrivare a un dollaro di Singapore ne servono mille, cioè cinquanta giorni di lettura.
Dopo che Ed Sheeran ha cacciato Macklemore dal suo tour per aver urlato Free Palestine dal palco, tutti i musicisti che lavoravano al tour lo hanno abbandonato per protesta Finneas O'Connel, Lukas Graham, Aaron Rowe e i Beoga si sono ritirati dal Loop Tour subito dopo la cacciata di Macklemore, in aperta polemica con Sheeran.
A quanto pare, il nuovo ayatollah Mojtaba Khamenei ha due grandi passioni: i film di Christopher Nolan e le startup tech Lo hanno detto il cognato e la suocera, parenti della moglie Zahra Haddad-Adel, uccisa nello stesso attacco in cui è morto il padre Ali, a diversi media vicini al regime.
Per la prima volta nella storia, e “grazie” agli Stati Uniti, ci sono armi anche nello spazio aperto Non esistono dettagli sul tipo di armi ma la US Space Force ha detto che «possono essere impiegate sia a scopo difensivo che offensivo».
Non contento di stare girando già una dozzina di film contemporaneamente, Luca Guadagnino ha pure disegnato una collezione di arredamento e abbigliamento di 140 pezzi per Zara 65 pezzi tra mobili e oggetti per la casa, a cui si affiancano 75 capi tra abbigliamento e accessori. Realizzati nei ritagli di tempo tra un set e un red carpet, si capisce.

Kalashnikov

Tabù, icona, metafora dei nostri tempi. Dopo oltre 60 anni, negli Urali non si produrrà più l'AK-47

17 Novembre 2011

«L’odore dei fucili, dovendo pulirli, l’odore dell’olio dei kalashnikov è come quello di cui si parla in Apocalypse Now a proposito dell’odore del napalm al mattino. Se non siete stati in guerra non potete capire quello che voglio dire. Non avete mai annusato quell’odore…». Parola di Nassim Nicholas Taleb, operatore di borsa e filosofo, autore del best seller Il Cigno Nero, ossia “come l’improbabile governa la nostra vita”. Quel ricordo dell’odore dell’olio dei kalashnikov fa parte di un’altra vita, di quando, adolescente, veniva addestrato come giovane miliziano cristiano nella guerra in Libano. È la sua madeleine.

È un ricordo che condivide con molti. Dal 1947, quando Mikhail Kalashnikov concepì l’Avtomat Kalashnikov, è divenuto il più diffuso fucile d’assalto del mondo, l’arma da fuoco più utilizzata nelle guerre, simmetriche o asimmetriche, della nostra epoca. In tutto sembra ne siano stati prodotti circa 70 milioni.

È anche per questo che nel settembre scorso il capo di stato maggiore russo, il generale Nikolai Makarov ha annunciato che non ne saranno più acquistati. «La dotazione dell’arsenale nazionale supera di una dozzina di volte il necessario» ha detto. In realtà l’arma di cui parla il generale è l’AK-74, ossia un AKM modificato, che a sua volta era una variante più moderna (Modernizirovanniy) dell’AK-47. La decisione potrebbe essere il colpo di grazia per la Izhmash, la fabbrica di Izhvesk (negli Urali) che produce armi dal 1807, già segnata dalla crisi finanziaria e dall’insuccesso sul mercato internazionale dei suoi ultimi modelli: l’AK-97 e l’AK-100.

In un certo senso la vicenda può essere letta come una metafora dei tempi, del crollo dei miti, come l’ennesimo dei cigni neri teorizzati dallo stesso Taleb, generati a loro volta dalla complessità esponenziale dei fenomeni contemporanei.

Uno dei motivi del successo dell’AK-47, del resto, era proprio la sua semplicità. Non era il più veloce, il più preciso o letale dei fucili. Ma il più pratico, composto di sole otto parti mobili, il più funzionale. Che poteva essere smontato e rimontato in pochi minuti e riprendere a sparare dopo essere stato sommerso dall’acqua, impregnato di fango, esposto al fuoco o alla sabbia. Come dice l’attore Nicholas Cage nella parte del mercante d’armi Yuri Orlov del film Lord of War: «È tanto facile che anche i bambini possono usarlo. E lo fanno».

Ma soprattutto l’AK-47 è un mito della nostra epoca. In questo senso è stato oggetto di un saggio del reporter americano Michael Hodges: AK 47, the story of a gun (pubblicato in Italia dall’editore Tropea: Kalashnikov, il fucile del popolo. Scenari di un’arma senza frontiere). Per Hodges il kalashnikov, “dall’inconfondibile silhouette” è “la Coca Cola delle armi leggere”. È un marchio globale e come tale “è privo di morale o regola etica, il puro simbolo di una scelta di vita”. Una “scelta di vita” che, secondo Hodges accomuna guerriglieri palestinesi, ribelli ceceni, signori della guerra somali, mercenari di tutto il mondo, le gang americane. Adottato non solo per le sue caratteristiche tecniche ma proprio perché si è “caricato” di simboli, di valenze politiche, religiose, sociali. Un’epopea iniziata con la guerra in Vietnam ma, che, paradossalmente, ha trovato canonizzazione nei manifesti dei film di Rambo che mostravano l’eroe reaganiano impugnare un Kalashnikov.

Secondo Hodges, quindi, l’AK-47 “si è insinuato nella coscienza planetaria” tanto da diventare uno strumento della storia stessa. Forse per questo, quasi potesse contagiare le coscienze, nel mondo del politicamente corretto, il Kalashnikov, benché in estinzione, è divenuto un argomento tabù.

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