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È stato annunciato il sequel di KPop Demon Hunters ma i registi hanno già detto che ci sarà molto da aspettare prima di vederlo Maggie Kang e Chris Appelhans hanno messo le mani avanti e avvisato i fan: i tempi di lavorazione saranno lunghi, molto lunghi.
La nuova Guida suprema dell’Iran ha detto di aver scoperto di essere la nuova Guida suprema dell’Iran guardando la tv Lo ha fatto nel suo primo messaggio alla nazione, letto da un annunciatore sui canali della tv di Stato. Per il momento, il nuovo ayatollah ancora non si è fatto vedere in pubblico.
Le persone stanno scrivendo pessime recensioni di un hotel di lusso di Dubai perché ci cadono i missili vicino Le iniziali e autentiche lamentele degli ospiti della struttura sono presto degenerate in una marea di commenti lasciati da troll di tutto il mondo, che infatti sono stati tutti prontamente rimossi.
La sicurezza agli Oscar quest’anno è stata molto rafforzata per paura di un attacco di droni iraniani Secondo l'FBI il rischio è reale, perciò l'Academy è stata costretta a correre ai ripari a poche ore dalla cerimonia.
C’è voluta la minaccia dei droni iraniani perché l’Ue si accorgesse che gran parte dei suoi bunker sono inutilizzabili Italia, Francia e Spagna ne hanno pochi, la Germania ne ha solo per lo 0,5 per cento della popolazione, l'Olanda praticamente non ne ha. Si salva solo la Finlandia.
C’è una nuova borsa di studio per chi non può permettersi un corso di scrittura creativa Si chiama "Arrivare a fine mese", sarà organizzata dall'agente Arianna Miazzo con il supporto della scuola di scrittura Belleville, e possono richiederla tutti coloro che hanno un Isee inferiore ai 30 mila euro annui.
Renè Redzepi si è dimesso dal Noma, dopo decine di accuse da parte di ex dipendenti e la perdita di diversi sponsor Lo ha fatto con un video strappalacrime su Instagram, ammettendo le sue responsabilità per anni di abusi e violenze ai danni dei suoi dipendenti.
Sembra proprio che Billie Eilish farà il suo debutto da attrice interpretando la protagonista nell’adattamento di La campana di vetro di Sylvia Plath Sarà Esther Greenwood nel film tratto da uno dei classici della sad girl literature: a dirigerlo dovrebbe essere la regista premio Oscar Sarah Polley.

Tommaso Giagni

Incontro con il giovane autore di "L'estraneo", su Roma, Walter Siti, le periferie e il Pci

22 Maggio 2012

«Tommaso Giagni è nato a Roma, nel 1985», è l’inizio della nota biografica sulla bandella del suo primo romanzo, L’estraneo (Einaudi, 150 pp., 14,50 €). Che Giagni è romano lo capisci subito, dall’epigrafe di Walter Siti e dalla prima riga della prima pagina, dove esordisce il Grande Raccordo Anulare dopo appena sei parole. Che invece è nato nel 1985 no, non lo capisci subito. E non per ricorrere alla stanca retorica del padroneggiare la scrittura e della maturità di linguaggio, ma perché L’estraneo non è un romanzo che insegue la contemporaneità a tutti i costi: si appoggia a modelli ben calcificati nella tradizione italiana, non corre dietro al mito del Grande Romanzo Americano, dribbla lo zeitgeist finanziario degli ultimi anni e si siede comodo sul divano con Gadda, Pasolini e appunto Siti (e lo fa chiedendo permesso, senza spacconate). La Roma di Giagni è spezzata in due: c’è la Roma delle Rovine – il centro, il liceo bene, le Ligier 50cc dei ragazzetti, l’amore e il sesso delle relazioni adolescenzial-borghesi –, e c’è la Roma di Quaresima – la periferia, la palestra e la Snai, le case popolari occupate, le puttane nigeriane. In mezzo ci sono campi ruvidi e nudi, capannoni, cantieri, il “braccio di ferro tra il fuori e il dentro, la fascia di mistura tra la città e la non-città”, e c’è l’estraneo, unico protagonista del romanzo, imprigionato in un suo personalissimo purgatorio senza uscita. È un mezzosangue, figlio della periferia ma trapiantato in centro, che a vent’anni va a ricercare un’autenticità e una paternità nella Palazzina G della Roma più misconosciuta, tra spaccini e body-builders.

La prima domanda mi gira in testa da giorni, se vuoi è un po’ morbosa, ma la storia del protagonista mi ha toccato personalmente. Ho vissuto un po’ lo stesso iter, ma al contrario: dalla periferia al centro, dalle giostre che arrivano nel paese al liceo classico un po’ radical. Quindi, quanta autobiografia c’è in L’estraneo?

Ho sempre frequentato tutti e due gli ambienti descritti, vengo da una famiglia mista, e mi sono sempre trovato bene con chiunque senza sviluppare mai una vera appartenenza. Ho fatto il liceo bene ma andavo in palestra alla Magliana. E di questo mi sono arricchito. A parte un disagio di fondo per non riuscire a sentirsi “parte di”, ho ricevuto moltissimi stimoli da entrambi i mondi. Questo è quanto c’è di autobiografico.

Per quale motivo hai scelto di scrivere una storia così italiana, invece di cercare un immaginario più internazionale, globale o globalizzato?

Io ho un immaginario estremamente italiano. Non ho mai sentito nessun complesso di inferiorità verso gli altri panorami, sono molto radicato in una certa letteratura che va dal dopoguerra a oggi. Mi interessava raccontare questo, mi interessava raccontare Roma in primo luogo, anche se non credo che sia un romanzo solo su Roma, anzi. Il rapporto tra centro e periferia va visto in senso lato.

Nel libro non ti limiti a inserire il dialetto romanesco nei dialoghi, anche la prosa narrativa è piena di inflessioni (l’aggettivo possessivo dopo il sostantivo di riferimento, il suffisso -etto al posto di -ino, parole come schicchera, o buiare…).

Sai, mi interessava giocare su una lingua che fosse quanto più completa. Questo personaggio, il protagonista, ha frequentato ambienti talmente diversi – il liceo classico del centro, il padre portinaio che neanche ha il diploma – per cui ho pensato che non potesse parlare che così, in un continuo cortocircuito tra alto e basso. Il libro è narrato in prima persona, quindi le descrizioni sono filtrate con la lingua sua.

Oltre all’empatia autobiografica, una cosa che mi ha colpito moltissimo del libro è la sincerità. Il racconto è quasi naturalistico e non c’è mai l’impressione di trovarci qualcosa di furbetto, mai un tentativo di dare un colpo alla politica e un colpo alla critica sociale, insomma mai una ruffianata.

Questo è un grandissimo complimento. Comunque non mi sono mai posto il problema davvero, volevo scrivere una storia il più onestamente possibile perché mi piacciono le cose oneste. Credo di aver scritto un libro profondamente anti ideologico, un libro che a suo modo non rientra nemmeno in nessun filone, non è facilmente catalogabile. Anche se mi rendo conto che questo aspetto potrebbe anche disorientare.

Sei critico anche verso il panorama letterario italiano?

No, mi sembra che ci sia un buon livello, per quanto gli scrittori che personalmente preferisco non siano giovani: Siti, o Michele Mari, Aldo Busi. Gira e rigira, io torno sempre là.

È bello non sentire, per una volta, il nome di Franzen.

Beh, semplicemente quella non è la “mia scrittura”.

Ci eravamo un po’ rotti di sentire parlare del Grande Romanzo Americano senza che nessuno citasse nemmeno un piccolo romanzo italiano.

(ride) Sì, e non credo nemmeno di essere provinciale. C’è tanto di buono in Italia e certo, anche in altri posti. Ma io poi torno sempre al mio preferito, a Pavese.

Ci hai messo quattro anni a scrivere L’estraneo, quindi hai cominciato a ventidue. Come è cambiata la forma del romanzo in un momento così importante di crescita e di vita?

C’è stata, a un certo punto, una rottura netta: il primo anno avevo un’idea piuttosto vaga su cosa scrivere, e buttai giù una prima versione che non c’entra più niente con quella definitiva, a livello strutturale, su tutti i piani. Negli ultimi tre anni ho lavorato di scalpello, di aggiustamento su certe piccole cose. Sai, avevo scritto soltanto racconti, non mi ci ero mai messo con un romanzo.

Da che punto di vista hai raccontato questi mondi? Come esperienza di vita stavi più dalla parte di Alba o di Marianna?

Direi dalla parte di Marianna. Però dai, Marianna è un personaggio terribile.

Ma l’idea un po’ stereotipata di periferia come “gabbia” che si basta da sé e dalla quale non si esce se non in rarissimi casi è ancora valida?

Credo ci sia ancora una separazione con la città, per quanto mi sembra che la periferia si stia imborghesendo, e non il contrario come sostiene Walter Siti. Poi ci sono anche motivi più pratici e banali: nella periferia di Roma non ci arrivano i mezzi pubblici.

In apertura a Il Contagio, sempre di Siti, c’è questa frase di Piperno che dice: «Ma perché parli sempre di borgate?…

…al mondo esiste anche Madison Avenue», sì. Madison Avenue, ma anche il romanzo borghese, non sono miei. Cioè, non li sento miei oggi, ma ho ventisei anni e non so cosa farò, cioè ci sto pensando ma non ho iniziato. Mi interessano i temi dell’identità, della mancata appartenenza, che sono temi già in questo libro, ma non vorrei chiudermi a fare la macchietta che scrive sempre delle stesse cose. Quello che mi interessa è il rapporto tra il dentro e il fuori, il senso del confine in generale, è questo il rapporto tra periferia e centro.

Un’ultima cosa: non parli direttamente di politica, ma il Quartiere protagonista del libro è estremamente fascista. È così, è una cosa diffusa?

Anche in borgate storicamente “rosse”, non avere più il Pci, quella presenza sul territorio, il contatto con gli oratori… tutte queste cose hanno fatto sì che le periferie siano diventate, a Roma, tendenzialmente di destra. Poi la destra politica non riesce a farle sue in modo consapevole, non c’è un partito o un’organizzazione che riesca ad appropriarsene. Di certo c’è che la sinistra se le è perse le periferie, questo è sicuro. Colpevolmente.

Toglimi l’ultima curiosità: la storia del Sabato del Fuoco è vera?

No, è inventata.

E il pellegrinaggio per Luciano Liboni?

Pure, ma sai, Liboni…

È una mezza celebrità, sì. E la storia della prostituzione, pure?

Pure.

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