«Sparite. Non vi vogliamo qui», ha detto Jacob Frey dopo l'omicidio della 37enne Renee Nicole Macklin Good.
Sono passati tre mesi dal 10 ottobre e dalla firma dell’accordo sul cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Tre mesi segnati dalla disattenzione e da un generale sopimento dopo le proteste di settembre. Tre mesi che però nella Striscia sono stati un tempo di morte, alluvioni, nel migliore dei casi di stenti. Oltre alle persone, sopravvissute a due anni di sterminio, a essere ferito è anche il territorio stesso. Come ogni altra in Palestina, questa questione riguarda da vicino la terra e il controllo sulla terra. L’accordo ruota infatti attorno alla cosiddetta yellow line, la linea gialla, che divide Gaza in due, assegnando il 53 percento del controllo a Israele. La yellow line è stata presentata come un passo necessario per gestire il graduale ritiro delle truppe dell’Idf. Il rischio concreto, come denuncia anche l’ultimo lavoro di Forensic Architecture, è invece che si crei il presupposto per un’infrastruttura di occupazione permanente.
«La linea gialla è un’espansione della buffer zone, della zona cuscinetto», spiega Davide Piscitelli, senior researcher di Forensic Architecture. «L’area a est della linea è sotto il controllo totale dell’esercito israeliano, ed è anche definita una zona militare, una danger zone, dove continua di fatto la pulizia etnica. In questa zona nessuno può entrare, si viene uccisi a vista».
La yellow line segna quindi un limite geografico oltre il quale il cessate il fuoco è inesistente, «è una linea su una mappa, ma la stanno materializzando attraverso il posizionamento di grandi blocchi gialli». Inizialmente solo immaginaria, sta diventando ora anche fisica e concreta. Non solo: secondo quanto osservato dal team di Forensic Architecture attraverso l’analisi di immagini satellitari, i blocchi vengono spostati progressivamente verso ovest rispetto al punto in cui dovrebbe trovarsi la linea secondo gli accordi, riducendo nella pratica il territorio sotto controllo gazawi, chiudendo la popolazione sempre più verso il mare. La linea fisica rischia quindi di spostare anche quella immaginaria. «È un meccanismo che Israele utilizza spesso», spiega Luigi Daniele, giurista e docente associato di Diritto Internazionale, «prima modifica in maniera irreparabile la realtà sul campo, e poi mette la comunità internazionale davanti al fatto compiuto, a una trasformazione già avvenuta».
Un limite tra due realtà
Oltre al controllo del territorio, la linea stabilisce un limite oltre al quale è legittimo per l’esercito continuare a uccidere i civili, mentre continua la trasformazione del territorio e prosegue il progetto di distruzione del popolo palestinese. A parlare è ancora Piscitelli: «A est della linea gialla, nell’area sotto il controllo dei militari israeliani, vediamo la continua distruzione e la demolizione di blocchi residenziali, è chiaro che il cessate il fuoco non ha fermato la violenza di Israele, che anzi sta continuando». Distruggendo il poco che restava delle infrastrutture civili palestinesi, case e quartieri. Dopo la firma dell’accordo l’attenzione è calata, ma questo non cambia la realtà nella Striscia, dove il progetto israeliano prosegue coerente, da un lato come dall’altro della yellow line: «Ci sono attacchi anche nella parte ovest, mentre continua la distruzione nella parte est della linea, una vera e propria pulizia etnica in una zona a cui nessuno può accedere».
«Gli eventi rilevanti che stiamo osservando, oltre al posizionamento e allo spostamento dei blocchi, sono soprattutto gli attacchi sui civili nella parte ovest della linea. Attacchi che si concentrano in due zone molto precise, a Gaza City, che è anche una delle zone con più alta densità della popolazione e poi una zona che poche settimane prima del cessate il fuoco era stata nominata Relocation Zone, quindi dove le persone che erano in Gaza City erano state sfollate forzatamente in quest’area. Attualmente quindi le due zone più attaccate sono quelle più densamente abitate».

Come rivela il rapporto di Forensic Architecture, “Israel is Preparing for a Permanent Presence in Gaza, Satellite Images Reveal”, da settembre 2025 l’esercito israeliano ha costruito 13 nuovi insediamenti militari a est della yellow line, che si aggiungono al sistema di infrastrutture e avamposti già esistenti. A creare una rete sempre più solida di strade, corridoi e basi militari e checkpoint. A rendere ancora più chiaro l’intento c’è il fatto che questi avamposti sono a loro volta connessi con insediamenti e colonie che si trovano al di fuori della Striscia.
Il disegno è simile a quello già esistente oltre il limite della Striscia: «Se si osservano i margini di Gaza, si vede che gli insediamenti israeliani ne seguono la linea. Oggi abbiamo la stessa pratica con queste nuove stazioni militari che sono sempre più attive nella buffer zone, che seguono adesso la linea gialla». La logica è semplice: mentre le operazioni belliche si fermano momentaneamente o diminuiscono di intensità, inizia la preparazione per il dopo. «Come successo con il primo cessate il fuoco, lo scorso gennaio, all’interruzione dei combattimenti era corrisposto un aumento delle attività di costruzione di stazioni militari o infrastrutture militari che poi ha agevolato l’occupazione nei mesi successivi da parte di Israele».
Una vittoria per i coloni
Alla prospettiva di un’effettiva colonizzazione permanente gioiscono anche i movimenti dei coloni, che desidererebbero anzi accelerare ulteriormente il processo di insediamento. Il 18 dicembre un gruppo di diverse decine di coloni del movimento Nachala, capeggiato da Daniella Weiss, è entrato nella Striscia ha piantato la bandiera israeliana in un luogo che secondo l’organizzazione si trovava vicino all’ex insediamento di Morag, nella parte meridionale del territorio. All’inizio della giornata, un altro gruppo di attivisti di Nachala aveva attraversato il confine con Gaza e piantato una bandiera che nel sito dell’ex kibbutz e insediamento di Kfar Darom, nella Striscia di Gaza centrale. «È proprio ora che dobbiamo dire a voce alta ciò che è ovvio: Gaza appartiene al popolo di Israele», ha affermato Weiss, «Dobbiamo iniziare a insediarci a Gaza adesso».
Cisgiordanizzazione di Gaza
Non è un caso che i coloni invochino la stessa occupazione in atto da decenni in Cisgiordania anche per il territorio di Gaza. «C’è anche una memoria storica», continua Piscitelli, «la frammentazione e il controllo sono le stesse che si vedono molto chiaramente in Cisgiordania». Concorda Luigi Daniele, che aggiunge una spiegazione giuridica: «Da un lato qualche commentatore israeliano ha parlato di gazificazione della West Bank, ma in un certo senso è vero anche l’inverso, sta avvenendo anche una cisgiordanizzazione di Gaza». Il processo che ha portato alla formazione della yellow line e il modo in cui si sta sviluppando la situazione ricorda in effetti quanto accaduto in Cisgiordania con la green line. Stabilita con l’armistizio del 1949, anche la green line era inizialmente stata concepita come una linea di demarcazione più che come un vero e proprio confine, ma ha finito per diventare la divisione accettata a livello internazionale. Dopo il 1967 e l’occupazione di ulteriori territori, la linea ha ulteriormente perso di significato, diventando parte delle logiche di occupazione dei terriori palestinesi. Allo stesso modo, la yellow line sembra poter diventare il presupposto per un’occupazione permanente dei territori da parte delle forze israeliane.

Non è tutto: in questo contesto la narrazione israeliana giustifica qualsiasi azione attribuendo la colpa ai palestinesi. Lo spiega chiaramente Daniele: «Come è accaduto nel ‘67, Israele sostiene di aver agito per legittima difesa dopo un attacco, quindi tutto il territorio che riesce a conquistare è unicamente la conseguenza della vittoria militare di una guerra che Israele sostiene di non aver nemmeno cercato. Per cui la perdita di diritti e territorio dei palestinesi sarebbe sostanzialmente colpa loro». Questa logica non trova però alcuna base nel diritto internazionale, e anzi, «cancella 300 anni di storia del diritto e del pensiero. In particolare da quando, dopo la Seconda guerra mondiale, a seguito degli orrori del nazismo, si è codificato lo Statuto delle Nazioni Unite e in esso la proibizione delle guerre di annessione e conquista». A sua volta, questa realtà mina i presupposti del diritto stesso, creando pericolosi precedenti: «Questo modo di agire mira a smantellare le basi dell’ordinamento internazionale e questo continua ad accadere. Addirittura la yellow line si estende oltre l’area che negli accordi veniva protempore concessa a Israele. Questa è la questione giuridica fondamentale».
Gaza e Cisgiordania: un unico disegno
Anche se spesso vengono trattate come due questioni separate, il progetto di colonizzare Gaza e il continuo aumento delle violenze in Cisgiordania fanno parte dello stesso disegno. Il cui obiettivo finale è l’eliminazione della presenza palestinese da tutto il territorio: «Alla fine la matrice delle politiche israeliane è la stessa, massimizzare l’espulsione di palestinesi, conquistare quanto più territorio possibile, aumentare il numero di colonie ed espandere le colonie esistenti e quindi poi mettere la comunità internazionale di fronte al fatto compiuto della cancellazione dello spazio dei palestinesi, dello Stato di Palestina e dell’autodeterminazione palestinese».
L'attacco degli Stati Uniti al Venezuela è l'ennesima prova che stiamo assistendo alla creazione di un nuovo ordine mondiale, uno in cui conta soltanto il potere e la volontà di esercitarlo, senza limiti, spiegazioni o giustificazioni.
