Vedove di Camus di Elena Rui è probabilmente uno dei più strani romanzi sull’amore mai scritti e certamente il più strano candidato al Premio Strega quest’anno

Mescolando biografia, carteggi e diari privati, interviste e memoir, il libro racconta la vita di Camus dal punto di vista delle quattro donne che lo hanno amato fino al giorno della sua morte.

08 Luglio 2026

C’è chi, almeno una volta, ha immaginato il proprio funerale e si è rammaricato di non poterci essere, e chi mente. È un pensiero che illumina i contorni degli affetti di una luce incerta – perché chissà come andrà davvero, chi si presenterà e chi accamperà scuse, chi se la sentirà di pronunciare qualche parola, chi sarà così inconsolabile da non riuscirci – ma vividissima e argentina. Che commuove perché costringe a immaginarsi la propria vita a partire dal suo punto liminale, come storia conclusa e non più potenziale. Solletica anche quella fantasia che spingeva le nonne a dire “Vedrai, quando non ci sarò più”: la morte come riscatto di tutto l’amore che in vita avremmo meritato, e che ci è stato negato perché non siamo stati capiti, perché amarsi è difficile e spesso mancano le parole giuste per farlo, o i tempi o gli spazi.

Albert Camus muore in un incidente d’auto alle 13:54 del 4 gennaio 1960, a 46 anni, tre anni dopo aver ricevuto il Nobel. Sembra che agli amici ripetesse spesso che non esisteva morte più assurda di quella improvvisa in un incidente stradale – a volte il destino può essere terrificante non meno che capriccioso, come se le cose che temiamo di più ci attirassero con richiami e coincidenze a cui è impossibile resistere. L’automobile, guidata da Michel Gallimard, si schianta contro uno dei platani che costeggiano la Route Nationale 5 nei pressi di Villeblevin, un centinaio di chilometri a sud di Parigi. Gallimard muore cinque giorni più tardi, sua moglie Janine e sua figlia Anne si salvano, Albert Camus perde la vita sul colpo, e ci vogliono ore per tirarlo fuori dall’abitacolo. Ai suoi piedi, sotto il sedile anteriore della Facel Vega FV3B, sta il manoscritto del suo ultimo romanzo, Il primo uomo, incompiuto e fortemente autobiografico.

Al momento della sua morte, l’autore de Lo straniero aveva quattro amori. È a partire dalle prospettive di ciascuna di queste donne, e dal vuoto che la scomparsa dello scrittore spalanca nelle loro vite, che Elena Rui sviluppa Vedove di Camus, pubblicato dall’Orma e in sestina allo Strega. È un romanzo dalla forma inedita, una biografia polifonica cesellata da uno stile garbato ed elegante, che attinge da carteggi, diari privati, interviste e memoir ma che ricorre anche all’immaginazione per cucire i pezzi più intimi di un quadro articolato e inevitabilmente lacunoso. Guardando alla vita privata di uno degli intellettuali più esposti di Francia, Rui porta avanti un discorso sull’amore – ma sarebbe più corretto dire al plurale: sugli amori che abitano il medesimo cuore – che, a più di mezzo secolo di distanza dai fatti narrati, non smette di interrogarci. Se la filosofia camusiana non faceva niente per rimuovere l’assurdo dall’orizzonte dell’esistenza, ma anzi lo abbracciava fino a immaginare un Sisifo felice, così anche nella sua vita sentimentale Camus non si è mai arreso al senso di colpa che pure lo tormentava, ma ha difeso la verità, e la ricchezza, che ciascun amore si portava dietro.

L’anno del pensiero magico, il memoir in cui Joan Didion ha raccontato il lutto per la perdita improvvisa di John Gregory Dunne, si apre così: «La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita. Il problema della sofferenza è la sua totale mancanza di elasticità». Così, Francine Faure, moglie ufficiale di Camus e madre dei gemelli Catherine e Jean, è la prima delle quattro a essere informata, a scontrarsi contro il dato incontrovertibile, roccioso, della sua morte. Rientrando a casa trova diversi giornalisti all’ingresso; riesce a schivarli, ma le è impossibile non sentire la voce della portinaia che sussurra «Pauvre Madame Camus…», e subito intuisce che qualcosa di grave deve essere successo. Francine è di certo la vedova più malinconica. Pianista e matematica dagli zigomi spigolosi, bellissima ma depressa per i continui tradimenti (oppure, al contrario, tradita perché depressa), si trovava prigioniera nel ruolo della moglie uggiosa, borghese e titubante da cui lui, visto che «gli scrittori non sono tenuti alla stessa morale degli impiegati di banca» prendeva le distanze – per farvi però sempre ritorno.

La sua vita cambia in un istante e la speranza di arrivare un giorno, magari in vecchiaia, a essere finalmente l’unica donna al fianco del marito, di averlo tutto per sé, si spegne all’improvviso. Ma il lutto, almeno questo, le restituisce la centralità che spetta ai compagni di vita uniti dalla legge: ci sarà lei, e solo lei, al funerale. Si riprenderà la scena e per una volta non dovrà temere rivali. Di fronte alla morte, si dice Francine con una punta di rivalsa, “l’ufficioso sparisce dietro l’ufficiale”.

In realtà, lo sappiamo, è solo facciata. La tentazione di credere che una vita compiuta, terminata, si porti sempre anche dietro un significato assoluto, definito, è alta ma illusoria. Al contrario, la morte pone domande e incalza chi resta – lei come le altre – ad arrovellarsi su ciò che è stato, su quello che rimane, sui segreti e le bugie che incrinano le certezze più cristalline e alimentano baratri sconosciuti. Francine legge i taccuini di Camus, vi cerca disperatamente le conferme di un amore che sentiva scivolarle via, scava fra le pagine del suo manoscritto per trovarvi i rimandi agli altri amori e tutta quella smania di vita che lei non riusciva mai a corrispondere. D’altronde è proprio Francine, subito dopo aver saputo dell’incidente, a portare in scena la rivale più importante e a domandarsi «Chissà se l’altra… Chissà se Maria Casarès… chissà se qualcuno l’ha avvisata o se vive in un mondo in cui Albert respira ancora».

Casarès, una figura dai tratti maestosi nella vita dello scrittore francese, era un’attrice di origini galiziane. Aveva «il fascino di chi non si cura dei propri difetti ed emana una vitalità fuori dal comune», e lui, innamoratissimo, le si rivolgeva chiamandola “l’unica”. Nonostante il matrimonio di lui e i continui spostamenti per il lavoro di lei, sono stati legati per sedici anni, regalandosi una felicità intermittente ma profondissima, e hanno lasciato oltre 860 lettere – ora pubblicate da Bompiani con il titolo Saremo leggeri – che raccontano un amore travolgente non meno che tenace, stretto non da un contratto, ma «dai vincoli della terra, dell’intelligenza, del cuore e della carne». Si erano conosciuti a Parigi nel 1944, durante gli anni dell’occupazione, mentre Francine si trovava in Algeria, e si erano innamorati subito. Al ritorno della moglie i due si erano separati, ma tre anni più tardi erano tornati insieme per non allontanarsi più. Non era stato sempre facile, all’inizio lei «aveva avuto voglia di prendersi con la forza quello che le spettava, di essere prepotente, sleale. Ma con il tempo aveva capito che il suo bisogno di assoluto era un capriccio, un singulto dell’ego. Infedele, incostante lo era stata anche lei in altre relazioni e pretendeva qualcosa che forse, alla lunga, se avesse ricevuto con regolarità, avrebbe smesso di ricambiare. Erano uguali, lei e Albert».

Maria e Francine si studiano a distanza, si pensano tantissimo, consapevoli di avere avuto accesso a profili diversi, e probabilmente invisibili all’altra, dell’uomo delle loro vite. Il ritratto, come in un dipinto cubista, si completa – ma non si esaurisce – con le voci delle altre due donne, l’attrice Catherine Sellers, che con Camus oltre all’amore aveva condiviso anche lo spazio del lavoro, e la giovane pittrice di origini danesi Mette Ivers.

Era un amante geloso, Camus, possessivo, tutt’altro che semplice. La libertà maschile e la subalternità femminile erano le coordinate sociali del mondo in cui viveva, e attraversavano da parte a parte anche il suo orizzonte emotivo. Non stupisce poi tanto: se è vero che gli intellettuali sono chiamati a essere inattuali, come voleva Nietzsche, non si può sperare che siano avulsi dalla storia anche quando si tratta di faccende private. In Vedove di Camus Rui restituisce voce e libertà a Francine, Maria, Catherine e Mette, che non vengono mai ridotte al ruolo svilente di muse, non si definiscono solo in funzione del baricentro che hanno perduto, ma si riappropriano della narrazione del proprio vissuto, del loro dolore, di un tempo e di uno spazio che spetta a chiunque abbia amato.

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