Musk, Bezos, Zuckerberg, Altman, Cook, Pichai: con il ritorno di Trump, i tech bro hanno svoltato a destra e deciso di prendersi il mondo.
Poco più di un mese fa la scrittrice statunitense Joyce Carol Oates, ancora attiva sui social a dispetto dei suoi 87 anni, seccatissima, ha pubblicato questo tweet riferendosi a Elon Musk (la traduzione è mia): «È piuttosto curioso che un uomo così ricco non posti mai niente che possa far capire che si stia godendo, o sia anche solo consapevole che esista, qualcosa che di base tutti apprezzano – paesaggi nella natura, cani o gatti domestici, l’elogio di un film, di una canzone, di un libro (ma dubito che legga); orgoglio per il risultato di un amico o di un famigliare; condoglianze per qualcuno che è morto; passione per gli sport, elogi per la squadra del cuore; riferimenti storici. In effetti sembra del tutto rozzo, ignorante. La persona più povera su Twitter potrebbe avere accesso a più bellezza e significato nella vita della “persona più ricca del mondo”».
I videogiochi di Elon Musk
Il che, a pensarci bene, è abbastanza vero. A giudicare dalla sua autobiografia, dalla sua attività social e dai racconti delle persone che hanno lavorato con lui, l’unico svago di Elon Musk sono i videogiochi. Niente partite a Fifa con gli amici, però. Musk si diverte con maratone solitarie, anche in streaming sul social media di cui è proprietario, quello dove Oates l’ha sbertucciato. Pare che sia pure scarso. Lo scorso gennaio, per esempio, si è vantato di essere bravissimo a Path of Exile 2 durante una sessione di gaming in diretta. In pochi minuti, chiunque avesse un minimo di dimestichezza con il gioco si è accorto che in realtà è una pippa.
Musk ha dodici figli ma non esiste una foto online scattata da padre, orgoglioso di averli riuniti tutti alla stessa tavola per mangiarsi un tacchino con purè e salse (e non avrebbe nemmeno bisogno di sbattersi a comprarlo e cucinarlo), anzi, non appena gli mettono sotto al naso un microfono si affretta a spiegare come la sua iper fertilità sia un sofisticatissimo metodo per combattere il calo demografico in Europa e negli Stati Uniti, e usa i più piccolini come scudo umano contro gli attentati, tenendoli sulle spalle nelle occasioni pubbliche.
Qualche mese fa si era diffusa la voce che Elon Musk stesse abusando di ketamina e altre sostanze stupefacenti, pettegolezzo confermato dal suo aspetto alterato in certe esibizioni pubbliche. Un lato nascosto nel carattere di Musk, scanzonato e giocherellone? Niente affatto: l’uomo più ricco del mondo si è affrettato a specificare che il suo utilizzo di droghe non è ricreativo, piuttosto un modo per tenere a bada la depressione e migliorare le performance sul lavoro, “nell’interesse degli investitori”. Nessuna nottata al Berghain, dove infatti è stato rimbalzato all’ingresso dai buttafuori. Magari giusto una striscia prima di saltellare incoerentemente sul palco di una convention repubblicana, e sparare un mucchio di minchiate. Insomma, un uomo la cui idea di divertimento è andare a vedere i razzi della sua azienda aerospaziale che decollano e si schiantano al suolo dopo pochi minuti, permettendogli così di cazziare i suoi sottoposti e imporgli settimane lavorative di settanta ore.
Jeff Bezos ai Caraibi
Verso la fine di dicembre, sempre su X, è uscito un video girato con il cellulare in verticale in un resort di Saint Barth, isola nei Caraibi dove la pista di atterraggio per gli aerei è instagrammabilissima, a pochi metri di distanza da spiagge di sabbia finissima, e dove si alloggia solo se puoi permetterti un volo di mezz’ora su un bimotore e di pagare un’omelette quaranta dollari, e la stanza per una notte quattromila dollari. Il video dura pochi secondi, e documenta la festa di compleanno di una certa Eleonor, dove partecipano Jeff Bezos e sua moglie Lauren Sanchez. A Saint Barth non esistono l’inverno e le caraffe di vino della casa. Siamo sotto a un tendone bianco stile piedi sulla sabbia, con i classici divani rettangolari da spiaggia, scomodissimi, i mojito e la frutta fresca sul tavolo, c’è quella tipica atmosfera da divertimento plasticoso degli stabilimenti di Rimini. Si intravedono, in alto, le pale delle eliche che vorticano per smuovere l’aria. Sui tavolini, ventilatori cinesi da pochi euro. Cinque lavoratori del luogo (solidarietà) entrano dalla sinistra dell’inquadratura, il primo ha una maschera stile Mad Max e sbatacchia la bottiglia di una magnum frizzante con candelotto sbrilluccicante, dietro di lui una bona in bikini agita altre due candele da party, chiudono la processione una coppia che procede a passo d’uomo in T-Max (lui cyber-guerriero, lei seminuda) e una poveretta che espone, indossando un costumino striminzito, le braccia ballucchianti ben tese sopra la testa e un contratto di lavoro con clausole scritte in piccolo, un cartello con su scritto “happy birthday”.
Jeff Bezos è ripreso di spalle mentre batte le mani fuori tempo, siede al centro del suo divano, gli hanno lasciato il posto migliore, quello d’onore vista mare, è il leader, indossa una magliettina azzurra che fatica a contenere i suoi bicipiti, è senza dubbio un uomo allenatissimo, gli occhiali da sole alla Vin Diesel nascondono i suoi pensieri. Intorno a lui cappelli di paglia, cappellini da baseball e magliette monocrome. L’atmosfera è angosciante, sembra il video di Black Hole Sun dei Soundgarden, o quella coppia in Everything Everywhere All At Once con i wurstel al posto delle dita. Ti fa venire voglia di scappare, anche se non sei lì. Di chiudere il video in fretta. Ti vergogni per loro. Com’è possibile accumulare tutta quella ricchezza, e non trovare niente di meglio per svagarsi che imitare la compagnia di Andrea Sempio in vacanza a Mykonos nel 2008?
I giochi truccati di Mark Zuckerberg
Negli ultimi giorni ho letto il libro di Sarah Wynn-Williams, Careless People. Wynn-Williams è stata per sette anni direttrice delle politiche pubbliche globali di Facebook, fino al 2017, prima di andarsene sbattendo la porta, disgustata dalla piega presa dall’azienda e molestata sessualmente dai suoi superiori. Nel libro si descrive la vita privata di Zukerberg, che è esattamente come te lo immagineresti: un sociopatico, incapace di provare empatia, che vive in una bolla coccolante progettata per non fargli mai fare niente di normale, centomila livelli di alienazione sopra a “non so quanto costa un kilo di pane”. Nell’universo di Mark Zuckerberg, secondo una persona che ha vissuto a stretto contatto con lui per più di duemila giorni, il relax è una partita a un gioco da tavola in un salottino a diecimila metri di altezza, di ritorno da Davos, bevendo acqua francese, insieme al suo entourage di consiglieri più stretti che lo lasciano sempre vincere. Zuckerberg non si accorge mai di essere favorito dai suoi compagni di gioco, neanche lo sospetta. Pensa di essere il più forte. Le rare volte che non vince, Zuckerberg accusa i sodali di avere barato. Credendoci davvero.
Le sue case di vacanza? Isolate dal mondo, dopo aver comprato truffaldinamente i terreni confinanti. I suoi figli? Decisi a tavolino, quando il momento è propizio, come se fossero una nuova Tesla (e mandati alle scuole Montessori a giocare con giocattoli di legno, niente device tecnologici fino al college). Il concetto di divertimento di Zuckerberg è avere un’idea del cazzo, meglio se calpesta i diritti fondamentali dell’uomo, provare a implementarla per tre mesi mentre tutto il suo team fa dei gran giri di parole per non dirgli mai che si stanno impelagando in una stronzata nociva per l’umanità, per poi accantonare senza spiegazioni il progetto, non ammettere mai i propri errori e passare a un’altra impresa diabolica, la prossima.
Ricchi ma brutti
Insomma, si intravede un pattern. Le stesse persone che vogliono trasferirci su Marte, impiantarci un chip nel cervello, farci recapitare ogni bene a casa da un drone, distruggendo secoli di costruzioni sociali, spingerci a vivere nel metaverso dove potremo fare amicizie con dei codici di numeri e comprarci un loft virtuale in stile The Sims, sono clinicamente incapaci di divertirsi, e conducono esistenze tristi. Portatori di un’etica calvinista, di uno spirito capitalista che non conosce distrazioni, lontanissimo dall’edonismo alla American Psycho. Sono sociopatici, disinteressati alle conseguenze delle proprie azioni. Forse, la mancanza di amici sinceri è uno dei modi che Dio ha trovato per dirci che stiamo diventando troppo ricchi.
Donald Trump ha buttato giù un’ala della Casa Bianca per ristrutturarla in stile Casamonica, e le cene di gala al suo golf club in Florida non restituiscono esattamente un’atmosfera alla Grande Gatsby. In Italia, le cose non vanno meglio. I locali di Briatore, i rapper con i personal trainer e le macchine di lusso in leasing, i calciatori con le case impersonali e i wedding planner, le televisioni giganti e gli anniversari festeggiati da Cracco in Galleria, l’after della scorsa estate di Fedez e Leonardo Maria Del Vecchio in Sardegna, raccontato dagli organizzatori come un’alba da leggenda, e che a giudicare dai video sembra il posto peggiore dove trovarsi ubriachi a fine serata se si possiede ancora un briciolo di autoironia, fra vodka lemon annacquati, crypto bro e influencer botoxate che ti filmano.
Certo, c’è anche un tot di invidia. Fa un po’ incazzare, a dirla tutta, che persone dotate di così immense fortune non se le stiano godendo. Le apprezzeremmo di più se mostrassero un briciolo di stile? La Fiat, diciamocelo, ha goduto degli aiuti statali che tutti conosciamo anche grazie allo charme dell’avvocato Agnelli. Almeno sapeva vestirsi, e regalare aforismi del tipo “andavo a Capri quando le contesse facevano le puttane. Ora che le puttane fanno le contesse, non mi diverto più”. I ricchissimi oggi vivono scollegati dalla realtà, circondati da yes man e voli privati, senza code e senso del contesto, e non sapranno mai cos’è un abbraccio con gli amici dopo una zingarata. Affari loro, ma fino a un certo punto. Questi personaggetti, in un revival medievale, decidono i destini di tutti senza che nessuno li abbia mai eletti. Sarebbe un gesto gentile e rassicurante se, mentre manipolano la nostra natura per imporci nuove realtà algoritmiche, facessero perlomeno finta di apprezzare le piccole cose che rendono la vita piacevole.
È l'ultima trovata di quella che è già considerata la migliore campagna promozionale della storia del cinema. Grazie anche e soprattutto agli sforzi di Chalamet.
