Come ci si veste oggi per essere maschi sexy

Complici professionisti esperti di look e tendenze, gli attori, i cantanti e le celebrità in cerca di un posto al sole hanno trovato nuovi panni per cavalcare il momento, di solito pochi e succinti.

29 Luglio 2025

Anche gli uomini riscoprono il loro lato “slutty”, quelli famosi sicuramente, con facilità e apparente assenza di sforzo, insomma, con gran disinvoltura; a far da apripista, tra gli altri, sicuramente Paul Mescal (curato dalla stylist inglese Felicity Kay), in grado di portare camiciole morbide abbinate a boxer striminziti (evoluzione fashion del suo look casual-sportivo in libera uscita con cui è stato paparazzato innumerevoli volte). Complici professionisti mefistofelici esperti di look e tendenze – a volte più accorti, a volte meno, sadici, molto spesso – gli attori, i cantanti e le celebrità in cerca di un posto al sole hanno trovato nuovi panni per cavalcare il momento, di solito pochi e succinti (i panni). Troye Sivan (seguito da Marc Forné), Shawn Mendes, Donald Glover, Jeremy Allen White, Jacob Elordi, Benson Boone (vestito da Monty Jackson)… Sono solo alcuni degli spavaldi giovinotti che arrotondano come testimonial di profumi e mutande, a cui ormai non serve nemmeno più una scusa per stare gambe all’aria: cosce, polpacci, muscolosi o secchi che siano, tutto deve essere in bella vista. Fino ad ora, tutto sommato, per l’uomo le spinte in queste direzione sono sempre state accolte con diffidenza, per lo più respinte, restando impermeabili anche alla spinta fashion porn di metà anni ‘90 e primi anni 2000, quando a essere esibita era una fisicità e una sessualità aggressiva ma distante. Ora invece cambia il paradigma, il sesso viene reimmaginato dalle influenze delle subculture queer e da uno sguardo femminile, l’uomo da soggetto diventa oggetto di desiderio, si presta all’occhio altrui, nel tentativo (evidentemente ben riuscito) di collorsi nella sfera del desiderabile, provocando e dominando in modo nuovo le leggi del desiderio, rendendo il corpo maschile un luogo di godimento enigmatico, nel solco di un gesto liberatorio, sovversivo e dispettoso rispetto alla rigidità dell’ordine simbolico tradizionale. Essere frivoli, vulnerabili, innesca con il desiderio un dialogo inedito, ridefinendone la grammatica.

Quella tua maglietta fina

Pantalocini sempre più fini, crop top riesumati dalla gloriosa tradizione dei porno gay anni ‘80 (Bijou, Colt, Falcon… Cercate su qualche motore di ricerca se siete curiosi), pantaloni a vita pericolosamente bassa, tute aderenti che mettono vistosamente in risalto glutei e tricipiti, jockstrap che sbucano birichini ben in evidenza, i lembi di pelle che prendono aria si estendono sempre più. I look di estrazione sportiva (Challengers di Luca Guadagnino e derivati) si fondono con suggestioni dal mondo del fetish (harness e corsetti, stivali e pelle) e con sensazioni coquette (colori e nastri alla Lady Lovely Locks), in un pastiche sartoriale che eleva lo stile preppy a una versione succinta e ammiccante, con outfit fru fru che si sposano ora alla perfezione a una nuova idea di mascolinità (floreale), non ambigua, ma intrepida nella sua sfacciataggine, nel suo disinvolto disinteresse. Ecco allora, tra red carpet e MET Gala, maglioni Dior di filato impalpabile, scollati fino all’ombelico, e smoking Diesel quasi trasparenti, chaps in pelle e giacche strategicamente tagliate per mettere in bella vista costole e addominali.

Nuovi codici divistici

Questo mood da sgualdrine ringalluzzite e civettuole non è però solo una questione di svelamenti, sembra essere piuttosto veicolare un atteggiamento nuovo con cui gli uomini (famosi) si ritagliano –  imparando dalle colleghe femmine, ben più esperte in questo – nuovi codici divistici. Inzigati dalla filiera del fashion, ovviamente, che deve vendere i suoi look da passerella (Louis Vuitton, Fendi, Emporio Armani hanno sfornato una gran quantità di mini short di lusso per uomo, di top trasparenti per esibire pettorali sferici e capezzoli curiosi), eccoli trovare nuovi modi per giocare con la propria immagine, per farci salivare la fauci – di voglia, di invidia, di rabbia – per prenderci in giro, anche. Il divismo è sempre stato un meccanismo costruito attorno agli accessori, agli indumenti, fin dai tempi in cui Joan Crawford posava in pigiama sulle riviste di cinema (il pigiama della diva!) – Agli uomini famosi però non erano concesse frivolezze come spazzole e belletti, ma sigari e cravatte. Le apparizioni olografiche sul grande schermo, perfette, inarrivabili icone di successo, diventavano un po’ più umane, un po’ meno sideralmente distanti, attraverso gli oggetti. Anche io posso usare il profumo di Robert Pattinson e il rossetto di Julia Roberts!, anche io sono un po’ come loro (no, ovviamente).

Oltre alla barba c’è di più

Ma tra cravatte, completi doppiopetto, giacche di pelle… I veri divi di una volta (mica come questi) hanno sempre esibito look perfetti, sartoriali, noiosi, soporiferi. Oggi invece è indubbio constatare che una nuova energia permea le gambe degli attori e dei cantanti (non gli sportivi, per loro non vale, stare poco vestiti per loro è già la normalità lavorativa), arti desiderabili che vogliono prendere aria, essere visti e slurpati, perché oltre alla barba c’è di più – come Alexander Skarsgård che ha sfoggiato un paio di pantaloncini scozzesi oltraggiosamente corti targati S.S. Daley per promuovere Pillion, film di Harry Lighton presentato a Cannes, tratto da Box Hill di Adam Mars-Jones. E sapeva benissimo cosa sta facendo, glielo si poteva chiaramente leggere in faccia, pervasa da un’espressione discola e maliziosa, ironica e civettuola. Ciliegina sulla torta di una serie di look sfoggiati al Festival di Cannes e curati da Harry Lambert, stylist già al lavoro con Harry Styles, Josh O’Connor e Eddie Redmayne.

Questi maschi lo fanno sapendo di essere guardati, scrutati, consapevoli di irritare i conservatori di destra e di sinistra, di scandalizzare i brontoloni che “ai miei tempi”, di triggerare quelli “ma al fronte che gente manderemo?” – c’è un aspetto ludico rispetto anche al posizionamento, ovviamente. Ma a loro, evidentemente, non interessa. Perché è questo che rende una “slut” una vera “slut”, il disinteresse per lo sguardo degli altri, desiderare, ambire e ottenere qualcosa di cui, alla fine, non ci si cura.

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