L'evento si terrà in diretta streaming sui canali YouTube della Fondazione Umberto Eco e della Fondazione Bottega Finzioni Ets, con inizio alle 12 del 18 febbraio, ora italiana.
Umberto Eco aveva smesso di andare al cinema quando avevano imposto il diritto di fumo in sala. Umberto Eco faceva imparare le poesie a memoria ai suoi studenti. Umberto Eco aveva studiato così tanto il romanzo da avere le linee guida per creare a tavolino un bestseller, Il nome della rosa.
Umberto Eco diceva che i social «danno diritto di parola anche a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività, ora questi imbecilli hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel». Umberto Eco è un personaggio di Dylan Dog. Umberto Eco critica personaggi come Mike Bongiorno che non si vergognano di essere ignoranti e non sentono il bisogno di istruirsi. Umberto Eco dice che «l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni». Umberto Eco dice che «nella nostra società non è del tutto vero che gli omosessuali siano discriminati e perseguitati. […] Vengono discriminati gli omosessuali poveri. Gli omosessuali ricchi hanno diritto alle loro ‘pratiche preferite’”. Umberto Eco dice che il leghismo è di base «la storia di un movimento che non legge». Umberto Eco dice: «Dante era un intellettuale di destra». Umberto Eco dice, rispetto alle cene del Bunga Bunga: «Anche io vado a letto tardi, ma perché leggo Kant».
Dopo un lungo silenzio
Umberto Eco, morto il 19 febbraio del 2016, nel suo testamento impose un silenzio sulla sua persona e sulla sua opera per il decennio successivo, che oggi si rompe. Niente convegni, niente libri o studi su di me per dieci anni, aveva chiesto. Per quanto apparisse alle volte piuttosto vanesio – lo vediamo per esempio nel questionario di Pivot nel programma francese Bouilln de culture, a dove lui sembra essersi preparato le risposte, per fare bella figura – ha chiesto un mutismo che in parte può assomigliare all’assenza di Jay Gatsby alle proprie feste, ma che può anche esser genuino desiderio di evitare l’immediata santificazione, anche perché dei morti recenti si parla sempre subito bene, soprattutto in Italia.
Ma forse dieci anni di mutismo collettivo non sono abbastanza. Oggi, con l’apertura dei cancelli, è come assistere alla pesca con le bombe a mano da parte di quell’editoria sempre smaniosa di bagnarsi il becco mentre la nave affonda. “Senza Eco” titola l’Espresso con un disegno di Pericoli e un’intervista a Elisabetta Sgarbi. La Rai ci fa un podcast, Nella mente di Umberto Eco. E poi la grande maratona di YouTube, che sembra un LiveAid per aiutare l’ego dei semiotici sconosciuti, o per elevarsi, per fare un bel selfie col morto in video – dentro ci saranno tutti, da Saviano a Severgnini, da Milo Manara a Moni Ovadia. E già vediamo un Charlie Brown fatto con Midjourney che legge L’isola del giorno prima.
Il rischio, e la condanna, di Umberto Eco, è che diventi un Pasolini. Così eclettico e – apparentemente – ampiamente interpretabile da esser tirato per il sudario da ogni corrente, gruppo e realtà culturale. Il terrore è che Eco si trasformi in un Ditto, quel Pokémon che può prendere la forma di tutti gli altri. Un jolly per bastian contrari da tirare fuori alle cene o nei talk e, come PPP, divertirsi a odiarlo, celebrarlo o appropriarsene. Si può diventare amici di tutti quando si muore. Si può diventare stendardi di battaglie o capri espiatori.
Fuori da tutte le bolle culturali
In realtà però, divertendoci a immaginare, oggi Umberto Eco possiamo supporre che starebbe sulle scatole a molti, forse quasi a tutte le bolle culturali. Starebbe sulle scatole a una destra a cui già stava sulle scatole, anche solo perché, come scriveva Marcello Veneziani, aveva elevato «il fascismo a Nemico Eterno (Urfascismus)». Starebbe sulle scatole a una certa destra, perché, come titolava il Giornale tempo fa, «fu il migliore della sinistra che si crede sempre migliore». Starebbe sulle scatole a un certo giornalismo che vuole semplificare tutto e sempre, dato che lui aveva invece il vezzo della parola oscura e non amava la divulgazione.
Starebbe sulle scatole ai sartriani che incolpano l’intellettuale che diventa istituzione e accetta gli onori (Eco ha ottenuto ben 40 lauree honoris causa). Sarebbe sulle scatole a chi si crede vero sapiente, perché vedrebbe in lui solo un erudito Pico de Paperis che snocciolava latini minori – «Carneade, chi era costui?». Starebbe sulle scatole ai salutisti e alla Fondazione Sandro Veronesi. Starebbe sulle scatole a chi difende il popolo, quando lui lo definiva in gran parte rincitrullito dalla televisione. Starebbe sulle scatole al mondo “woke”, ai social justice warrior, perché già nel 1997, mentre loro venivano concepiti o andavano all’asilo, scriveva che il politically correct sconfina nel fondamentalismo, e nell’intolleranza, perché i fondamentalismi esiliano «dalla Comunità coloro che non si attengono alla “retta” interpretazione dei testi».
Altri dieci anni di silenzio
Starebbe sulle scatole a chi, come è successo in fase revisionista, vede nel suo Nome della Rosa «stereotipi ideologizzati». Starebbe, o dovrebbe stare sulle scatole, a tutti quelli che usano i social per esprimere a caldo pensieri in libertà. Starebbe poi sulle scatole a una certa sinistra diventata identitaria e piagnucolona perché non sembrava contento che tutti potessero avere un’opinione su qualsiasi cosa, soprattutto senza aver studiato prima. Lo scriveva qualche anno fa Guia Soncini, sottolineando che ora «persino Umberto Eco è diventato troppo sofisticato, troppo complesso, di troppo faticosa digestione per farne del finger food culturale».
E forse è solo un caso – ma le coincidenze sono sempre preziose – che proprio in questi stessi giorni in cui si rompe il silenzio di Eco esca in libreria un’altra opera postuma di Michela Murgia, Lezioni sull’odio (Einaudi), e ci fa pensare a quanto sia difficilissimo se non impossibile oggi essere murgisti e allo stesso tempo cultori di Apocalittici e integrati. Come diceva Michele Serra, «Murgia si è spavaldamente, a tratti perfino allegramente esposta come leader di un “tutto e subito”». Eco era un tutto ma con calma, riempiendo centinaia di metri quadri con codici miniati, testi veneziani quattrocenteschi, incunaboli rari e copie del Hypnerotomachia Poliphili, del Corpus Hermeticum o di Les mysteries du spiritisme.
Il vero Umberto Eco, quasi liberale, quasi centrista, pure un po’ cattolico, eruditissimo e strabordante, tabagista, borghese, anti-berlusconiano, illuminista, lo ritroveremo in questi mille cacofonici omaggi e tentativi di portarlo nella propria squadra? Appropriarsi di Umberto Eco, come sta succedendo a Pasolini, a Dante, o, addirittura a Gramsci – ma in effetti se la sinistra non l’ha saputo gestire, capire e sfruttare, che lo faccia la destra – è forse inevitabile oggi, in cui la cultura è appropriazione. La cultura, come tutto oggi più che mai, è guerra.
Ma a vedere la sua foto con gli occhi dolci, la barba da nonno che racconta storie, i suoi video rassicuranti in cui suona il piffero o lui che cammina lento nella sua immensa biblioteca privata, forse dimentichiamo anche i lati meno piacevoli, anche antipatici, come si fa coi parenti deceduti, aggiungendo il grande pericolo di non leggere i suoi libri ma concentrarci sulla “figura”, sul ritratto, sulla biografia. E rischiamo di aver buttato via questi dieci anni di silenzio, rigettando nell’arena citazioni e copertine e omaggi, che sembrano omaggiare più gli omaggianti che l’omaggiato. È troppo chiedere altri dieci anni di quiete?
La sua leggenda era fondata su due "piccole" e memorabili interpretazioni diventate storia del cinema. Ma Duvall, morto il 15 febbraio a 95 anni, è stato molto di più del comprimario perfetto, del consigliere del Padrino e dell'uomo che amava l'odore del napalm al mattino.
