Il più grande successo di Umberto Bossi è stata l’invenzione del personaggio di Umberto Bossi

È morto "l'inventore" della Lega e della Padania, il politico della canotta e del sigaro, il legislatore dell'indipendenza padana e delle frontiere chiuse. La sua eredità è in ogni gesto e in ogni parola della politica di oggi. Anche e soprattutto nelle peggiori.

20 Marzo 2026

Addio a Umberto Bossi, profeta della Seconda Repubblica. Se Berlusconi ne è stato il messia, Bossi è la vox clamantis che ne ha anticipato le mosse, dissodando il terreno, creando le condizioni per un successo che stava per travolgere lui per primo, e col quale ha imparato a convivere. C’è un prima e un dopo Bossi nella Storia, se non d’Italia, almeno del linguaggio politico.

Prima di lui i politici si punzecchiavano in punta di fioretto. A inizio ‘80 un ministro era finito in prima pagina per aver definito “comare” un collega. Dagli stessi giornali, poco più di dieci anni dopo, Bossi ci informava che “La Lega ce l’ha duro”. Una frattura profonda, che Bossi da solo non ha provocato, ma che confusamente aveva previsto. La vecchia retorica del pentapartito non funzionava più: così come la lingua del PCI, ancorata al mito di una rivoluzione impossibile. Umberto Bossi, quando per la prima volta ci apparve in tv, sembrava spuntato all’improvviso dal territorio, come i nani delle leggende norrene: la voce già cavernosa, l’accento nordico inconfondibile ma indefinibile (chi aveva mai sentito un varesotto?), le idee poche e apparentemente concrete, come il ceto piccolo-industriale a cui si rivolgeva: più autonomia al nord, meno soldi a Roma. Tanto bastò per portarlo nel 1987 a Palazzo Madama, unico senatore del partito che si era fondato praticamente in casa, pochi anni prima: il più grande colpo gobbo della storia della Repubblica – fino a quel momento. Perché in quella piccola industria di cui si era autonominato difensore, Bossi non ci aveva mai lavorato. Forse.

L’uomo senza passato

Non lo sappiamo: i suoi primi 38 anni sono uno dei misteri meglio conservati della politica italiana. Quei frammenti che siamo riusciti a recuperare sembrano residui di mosaici diversi, e contraddittori – si è davvero diplomato presso la Radio Scuola Elettra? Ha partecipato al festival di Castrocaro, con due sue composizioni e il nome d’arte “Donato”? Il 45 giri è stato per lungo tempo introvabile; oggi su Youtube c’è qualche stralcio sufficiente a rassicurarci: non ci siamo persi un grande cantautore. Molto più interessanti le poesie dialettali; le poche che sono state pubblicate on line dimostrano una sensibilità e una cultura che da politico Bossi avrebbe fatto di tutto per dissimulare. Dovrebbe aver militato in una sezione locale del Pci, almeno per il tempo di una campagna ambientalista; tutti questi dettagli non distanziano la biografia di Bossi da quella di tanti boomer. Quel che non riusciamo a capire è come abbia fatto a campare, Umberto Bossi, figlio di un operaio e di una portinaia, mettendo anche su famiglia. Lui stesso ha sempre fornito risposte evasive: avrebbe fatto l’operaio (dove?), e insegnato “matematica e fisica”. Senza abilitazione, magari senza contratto. E avrebbe studiato medicina a Pavia, organizzando tre feste di laurea senza mai effettivamente laurearsi.

Il che non significa che non ci abbia provato. A 35 anni mette a frutto le competenze di perito elettrotecnico, contribuendo a progettare un sistema di controllo delle pompe di un circuito di perfusione per lo studio del fegato in condizioni extracorporee. Il relatore era entusiasta; la tesi già stampata: mancava giusto qualche correzione – quand’ecco che il fuoricorso scompare. Da qualche tempo ha iniziato a frequentare gli autonomisti, prima dell’Unione Valdotaine, poi di un gruppo della Val d’Ossola. Nello stesso periodo la prima moglie chiede la separazione: credeva che in ospedale, Umberto ci andasse a lavorare. Jean-Claude Romand, il protagonista dell’Avversario di Carrère, dopo 17 anni di carriera immaginaria all’OMS, uccide i famigliari per evitare che scoprano che non si è nemmeno laureato. Bossi si è limitato a incendiare la scena politica italiana: eppure, in fondo a tante imposture, il momento del successo è stato anche quello in cui ha trovato una verità.

Non era stato un grande perito elettrotecnico, non sarebbe diventato un grande medico; sicuramente non era stato un gran cantante. Ma Umberto Bossi era davvero un grande politico. Di un tipo che non avevamo ancora visto – possiamo dunque permetterci qualche indulgenza con gli osservatori che, nei primi tempi romani, non lo capirono. Sostenevano che non si lavasse, o che soffrisse di una imbarazzante aerofagia, magari in seguito occultata dai sigari toscani. Col passare del tempo, e l’aumentare dei seggi in parlamento, il dileggio si trasformò in curiosità e in piaggeria. Quando scoppia lo scandalo Mani Pulite, Bossi sembra in una posizione privilegiata per cavalcarlo, salvo venirne disarcionato come tutti: nel gennaio 1994, deve ammette di fronte a Tonino Di Pietro di avere accettato duecento milioni di lire dall’Enimont. Nel giro di poche settimane la Lega perde i finanziatori occulti e la verginità politica. Potrebbe essere la fine della carriera politica di Umberto Bossi. Ma è anche l’esatto momento in cui Berlusconi decide di scendere in campo. A tre mesi dalle elezioni, persino lui non può inventarsi un partito da zero: ci si arrangia con quel che c’è. A sud i postfascisti di AN (ex MSI), a nord la Lega. È un’offerta che Bossi non trova allettante, ma non è nella condizione di rifiutare.

Il parlamentare in canottiera

Il Polo delle Libertà vince le elezioni legislative e sbanca quelle europee. La Lega ottiene cinque ministeri e la presidenza della Camera, eppure Bossi non è contento. Invitato dall’alleato a Porto Cervo, si fa fotografare in canottiera: anche la biancheria è comunicazione politica. Se non è una sfida al glamour berlusconiano, è la dichiarazione di una complementarità: Forza Italia vuole parlare ai vincenti, e a quelli che si illudono tali; Bossi ha in mente un pubblico di scettici, che vedono un benessere appena conquistato già eroso da forze incontrollabili: delocalizzazione, immigrazione, l’irruzione fatale della concorrenza dei Paesi in via di Sviluppo – anche se elettoralmente paga più prendersela con la burocrazia romana ed europea. Bossi sa che non potrà promettere in eterno senza mantenere qualcosa, e a fine ‘94 stacca la spina al governo. Decisione clamorosa, che paga a livello elettorale: nel ‘96 un elettore su dieci sceglie il suo partito, ribattezzato Lega Nord per l’Indipendenza della Padania. Una nazione che fino a due anni prima nessuno aveva sentito nominare, a cui Bossi fornisce rapidamente mitologia e iconografia. L’apparente fuga dalla realtà ha un obiettivo molto concreto: rendere il suo partito l’ago della bilancia, indispensabile a qualsiasi maggioranza di governo.

Malgrado l’ottimo risultato, il piano fallisce: l’Ulivo di Prodi ottiene la maggioranza necessaria, e Bossi si ritrova il leader di un popolo immaginario, davanti a un deserto da attraversare. Alle inevitabili defezioni e scissioni reagisce con piglio da leader supremo. Quella che pochi anni prima era una costellazione di liste autonomiste è ora un partito verticistico, radicato nelle regioni e negli enti locali, una gerarchia stabile e inamovibile; le sue liturgie bislacche (le adunate di Pontida, la marcia sul Po) sono l’ultimo tentativo, a ‘900 ormai concluso, di costruire un partito-massa. Persino i simboli paganeggianti hanno un senso, se attestano il tramonto dell’immaginario cattolico nelle regioni del nord.

Nel 2001 la Lega si ripresenta col centrodestra. La svolta comporta un crollo dei voti (sotto il 4 per cento!), ma riporta i leghisti nella stanza dei bottoni. Il rinnovato legame con Berlusconi è il miglior esempio delle doti di seduttore di quest’ultimo: il traditore che per anni lo aveva irriso diventa il suo commensale fisso del lunedì. Bossi, ora Ministro delle riforme, deve dare ai suoi elettori la sensazione di ottenere qualcosa, e non è facile: specie dopo avere promesso autonomia, federalismo, secessione, indipendenza… A complicargli la vita si è messo anche il centrosinistra, che con la riforma del Titolo V ha realizzato, senza clamore, tante proposte dei vecchi autonomisti lombardi e veneti. Bossi ha vinto, ma non può ammetterlo; deve trovare nuove battaglie, nuovi obiettivi. Firma con Gianfranco Fini la nuova legge sull’immigrazione – la sua eredità più pesante – che legittima il respingimento dei migranti e la reclusione dei clandestini nei Centri di Permanenza. È il primo a proporre di tirare cannonate ai barconi dei migranti; i suoi uomini girano con maiali al guinzaglio intorno alle moschee. Per molti la xenofobia sembra la naturale evoluzione del razzismo antimeridionale sul quale Bossi aveva costruito il consenso (senza esplicitarlo troppo nei comizi; la sua seconda moglie era di origine siciliana). Eppure proprio il suo partito – ormai il più radicato nei distretti industriali – aveva proposto per primo candidati di origine extracomunitaria.

L’attore di Barbarossa

Altri tentativi di preservare un’identità riconoscibile si dimostrano tragicamente velleitari. Il più catastrofico è il caso Credieuronord, la banca che doveva diventare il braccio finanziario della Lega, e la portò al dissesto finanziario, rovinando migliaia di risparmiatori padani. Altri milioni (pubblici) li avrebbe bruciati il kolossal Barbarossa, risposta cinematografica all’egemonia tv Mediaset; la scommessa era che gli elettori della Lega avrebbero pagato almeno un biglietto, ma non funzionò. Bossi recita un cameo.

Nel marzo 2004 un ictus ne aveva irrigidito il volto nella maschera che si è impressa nella nostra memoria. Intorno a lui si chiude un ‘cerchio magico’ che forse ne occulta le difficoltà: un altro dettaglio che lo accomuna a certi leader totalitari del ‘900. Il suo fedelissimo, Roberto Maroni, non riesce a uscire dal suo cono d’ombra. Alle porte degli anni Dieci, mentre di Berlusconi fa sempre più spesso notizia l’esuberanza sessuale, Bossi sceglie di attirare l’attenzione imponendo lo spostamento di tre ministeri da Roma a Monza. Oltre a chiederli a gran voce, stavolta commette l’errore di ottenerli. La lunga marcia dei padani per la libertà termina con l’apertura di tre uffici distaccati. Un po’ di burocrazia in più, qualche posto di lavoro per amici e clienti.

Del resto, dopo vent’anni di bluff, qualche carta doveva pure mostrarla: ma l’immagine dell’astuto negoziatore si incrina per sempre. Qualche mese dopo si dimette all’improvviso da tutte le cariche di partito, in seguito all’ennesimo scandalo che stavolta rischia di coinvolgere il figlio. Il ritiro improvviso coincide con l’ascesa dell’astro di Salvini. Bossi tenterà invano di riprendersi il partito, disapprovando la svolta sovranista e il tentativo salviniano di rivolgersi anche all’elettorato meridionale. Critica ingenerosa, da parte di chi aveva impresso svolte altrettanto radicali; e però i numeri gli avrebbero dato ragione, il successo di Salvini si sarebbe rivelato ben più effimero del suo. Il Senatur sarà ancora eletto alla Camera nel 2018 e, per un soffio, nel 2022. Alle ultime europee aveva votato Forza Italia.

Anche il leghista vuole il figlio dottore

Bossi è riuscito a fondare un partito che gli è sopravvissuto: il che può significare che risponde a esigenze reali. Il federalismo fiscale continua a essere chiesto a gran voce dalle amministrazioni regionali del Nord, anche di centrosinistra. Bossi meriterebbe di essere ricordato per come è riuscito a imporre nel dibattito pubblico le sue priorità, più che per le sparate folkloristiche di cui comunque fu il maestro. Quando fantasticava di centomila fucili bergamaschi, o esortava agli scioperi fiscali, sembrava determinato a incarnare un personaggio, il boccalone pieno di inventiva che nei bar della Valpadana conosciamo bene; uno che non ha bisogno di titoli per fiutare dove va il vento, uno che non lo freghi. E invece l’han fregato i figli, che Bossi in un qualche modo avrebbe voluto diversi: ci ha provato a farli studiare, ma niente. Si racconta che a far crollare il Capo nel 2011 non sia stata la confessione di questa o quella ruberia, ma la scoperta che il figlio non si stava laureando, neanche lui. È il problema della seconda generazione, anche questo in Padania lo conosciamo bene: il padre ignorante ma di cervello fino fonda un’azienda, in questo caso un partito: i figli crescono svogliati, il padre li manda all’università e loro si comprano la laurea: forse che nostro padre ne ha mai avuto bisogno?

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