La vita raccontata con gli aerei

In Turbolenza David Szalay racconta di distanze geografiche brevissime e rapporti umani incolmabili.

24 Settembre 2019

Ci sono molti modi in cui un’opera d’arte, che sia un film o una scultura o un libro, può riuscire a rappresentare l’epoca in cui è nata, e Turbolenza di David Szalay trova una soluzione originale e interessante: attraverso gli aerei. Non gli aerei intesi in senso ingegneristico, apparecchi in grado di volare da Delhi a Francoforte a una determinata distanza velocità per un determinato numero di ore, ma piuttosto intesi come esperienza di spostamento, come modo in cui hanno modificato – accorciato, sì, ma scavato in senso più profondo – il rapporto dell’umanità con se stessa e con il mondo.

Turbolenza è un libriccino breve e spezzettato in dodici storie corte meno di una decina di pagine – la contemporaneità, appunto: anche volendo, difficile distrarsi prima di averne finita una – che si concentrano su dodici tratte aeree. Non sono racconti di volo: gli spostamenti sono uno sfondo, sono un bell’accessorio le bibite servite a bordo, i sedili reclinati per dormire nelle tratte notturne, gli annunci rituali del capitano, i controlli a terra, i ronzii rilassanti dei reattori una volta raggiunta la quota di crociera. Non è un romanzo di viaggio, e con la letteratura di viaggio non ha niente a che fare, e non è nemmeno un romanzo sul volare o l’aviofobia: la turbolenza del titolo, allora, che c’entra?

C’entra con la vita dei protagonisti che entrano ed escono dalle dodici storie, che non sono racconti indipendenti perché sono tutte legate l’una all’altra, in un lungo viaggio intorno al mondo: si parte da Londra, in viaggio verso Madrid, e nel secondo capitolo si va da Madrid a Dakar, per poi muoversi dalla capitale del Senegal a San Paolo, da San Paolo a Toronto, a Londra. La protagonista del primo viaggio incontra il protagonista del secondo, che a sua volta ha a che fare con l’attore principale del terzo, che ci introdurrà a quello del quarto, e via dicendo. Ogni tratta – ogni storia – ha come titolo soltanto il codice aeroportuale IATA: LGW – MAD, MAD – DSS, e così via. È una scelta che riflette il ruolo del trasporto aereo nella struttura del libro: presenza quotidiana nella vita di una consistente parte della popolazione mondiale, non più vettore attraverso cui visitare soltanto un mondo altro ed esotico, ma affetti, parenti o colleghi di un’umanità sparpagliata come non mai. E le sigle sono quindi familiari, parliamo infatti spesso di Gatwick, di JFK, Orly e Linate, non più di Londra, New York, Parigi e Milano, sintomo di come gli aeroporti, rispetto alle città a cui si appoggiano, sono diventati luoghi diversi e dotati di un’identità loro, smentendo Marc Augé in appena una ventina di anni.

Aerei e aeroporti sono luoghi perfetti per contenere e far viaggiare storie, e sono anche posti che si prestano bene a simboleggiare questo contemporaneo nato il giorno in cui due aerei vennero usati come bomba contro le torri simbolo dell’Occidente. È anche, il mondo aeroportuale, un mondo diverso da quello normale e terrestre, capovolto per molte ragioni, in cui giorno e notte smettono di esistere con i ruoli che siamo soliti attribuire loro, in cui beviamo birre e superalcolici all’alba o insieme a un cappuccino e guardiamo poi film per ore dopo il tramonto senza riuscire a prendere sonno, dormiamo per tutto il giorno e mangiamo senza soluzione di continuità, ce ne stiamo seduti per 12 ore di fila in pace di fianco a due estranei, e il tutto senza che venga disturbata alcuna convenzione sociale.

Le mete del libro formano un anello: si parte come detto da Londra, si attraversa mezzo mondo fino a Hong Kong e Ho Chi Minh City, e a Londra alla fine si torna via Budapest. L’espressione giro del mondo, in questa contemporaneità, ha perso il suo carico iperbolico o futuristico per diventare una cosa semplice e realistica per sempre più persone: il numero di persone che si spostano per via aerea, nel mondo, continua a crescere (più di 4 miliardi di passeggeri nel 2017, più o meno il doppio rispetto a un anno prima) così come cresce la familiarità con tratte, scali e scelte aeroportuali (quello è collegato male, in questo si mangia bene invece, se devi andare in quel quartiere meglio atterrare qui). Le distanze tra i luoghi sono ponti brevissimi, dice Szalay con questo carosello, ma incolmabili quelle tra le persone: ogni storia messa in scena è la storia di un rapporto in cui i ponti, al contrario, sono rotti e instabili, l’empatia azzerata, i sentimenti lasciati indecifrati in lingue sconosciute. Sono madri e figli, donne sposate e amanti, capi e dipendenti, mariti e mogli, e sono tutti chiusi dietro fortezze di imbarazzi e paure, e invece velocissimi nel muoversi dal Canada alla Cina, dalla Cina all’India, dall’India all’Ungheria. È un contrasto semplice, ma le idee in fondo sono tutte semplici, eppure è gestito da Szalay in modo da creare una piccola macchina perfetta: delicato, per riuscire a fare bella letteratura, tagliente, per entrare in profondità nei sentimenti, ed elegante, per ammiccare agli stili di vita e alla contemporaneità.

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