Esiste ancora la comunità internazionale?

Dopo l'Ucraina, Gaza e il Venezuela, solo una certezza rimane: l'ordine mondiale costruito nel '900 non esiste più e, forse, è sempre stato soltanto un'illusione, vista la facilità con cui è crollato.

12 Gennaio 2026

C’era un tempo lontano lontano che si chiamava anni ’90. Nonostante il grunge, era un tempo di grande ottimismo. Si pensava che internet sarebbe stata una cosa bellissima che avrebbe aiutato le comunità, l’informazione e l’attivismo dal basso. Si pensava che la guerra tra democrazie non sarebbe mai stata possibile, e che le democrazie sarebbero durate per sempre. E che tutte le nazioni, prima o poi, sarebbero volute diventare democrazie. Per capire il livello: gli anni ’90 erano un tempo in cui fare sesso orale con una stagista poteva costarti la presidenza. Gli anni ’90 erano anche gli anni in cui il diritto internazionale, nella sua incapacità formale a strutturarsi, sembrava poter avere un senso.

C’era il sogno nato dopo il ‘45 di un grande non-governo mondiale, un accordo morale superiore alle singole nazioni, un meccanismo per evitare di tornare alle barbarie di Nagasaki e di Auschwitz. Nel 1998 venne creata la Corte penale internazionale (Icc), con l’aspirazione di poter punire i criminali per grossi misfatti emblematici, quando i Paesi di provenienza di quei criminali fallivano nel loro compito di sanzionare i responsabili. Esisteva quindi l’idea, forse romantica, sicuramente utopica, che ci fosse un diritto sovranazionale per regolare ed evitare i soprusi dei governanti. Kofi Annan era considerato un Mvp. Oggi Guterres, oltre che poco conosciuto, fa discorsi che hanno minor eco di quelli di alcuni talk show di La7. Sappiamo cos’è successo: populismi, pandemie, bot e social, bolla dei subprime, morte di David Bowie. E poi Trump. Che questo declino dell’international law lo ha cavalcato, e ne sta scrivendo il coccodrillo.

Governare il mondo come giocando a RisiKo!

Il bullo da Ritorno al futuro II che ha preso l’almanacco sportivo dalla spazzatura, scopre che comportarsi male porta follower, ed elettori, che diventano fan. Scopre che fare paura agli altri porta alla vittoria. La marionetta dei poteri forti e delle lobby e delle minoranze rabbiose, come è prassi nelle autocrazie e nei totalitarismi, diventa Mangiafuoco, e controlla poteri forti e lobby e minoranze rabbiose. Si stanca di avere potere solo sui 50 stati, mandando l’Ice. Espande il suo obiettivo con idee imperiali. Certo, la storia a stelle e strisce è piena di interventismi non richiesti: Kissinger, la Cambogia, le Banana Republic, Allende, e poi Panama nell’89, e tutta la vibe da film di Costa Gavras. Gli Usa, per citare una vecchia canzone politica di Phil Ochs, «sono gli sbirri del mondo». Ma con Trump, e non solo per i modi, c’è un elemento nuovo. Non c’è nemmeno la scusa della difesa del “mondo libero”, della “paura del comunismo”, della difesa di quella che Reagan chiamava “casetta sulla collina”, un modello per tutto il mondo da “esportare”, come poi proverà a fare George W. Bush.

L’operazione in Venezuela, rapida e indolore (per “le vite americane”, come ha sottolineato il Presidente), tatticamente perfetta, ha mostrato che tutto è possibile. Nessuno ha alzato un dito per fermare Trump, che si è anche beccato gli elogi di vari capi di stato e premier (tra cui la nostra). Trump ha capito che può fare con le nazioni quello che faceva da immobiliarista. Dal Queens è passato al mondo. Può comprare o minacciare. RisiKo! nella sua testa è più simile a Monopoly. E non si gioca con i dadi ma con la forza, o la proiezione della forza. Tutto si riassume in una frase detta dallo spettrale Steve Miller, architetto del progetto anti-immigrati. Dando per scontato che, «certo, la Groenlandia deve essere americana», Miller ha detto che nessuno combatterà militarmente contro gli Usa per il futuro della Groenlandia”. La domanda spontanea è: quindi per il futuro di quale nazione, o territorio, qualcuno combatterebbe militarmente contro gli Usa?

Miller, senza pudore e quasi frustrato di dover ripetere la verità, ha continuato dicendo al giornalista della Cnn, chiamandolo per nome: «Vedi Jake, viviamo in un mondo, il mondo reale, che è governato dalla forza, che è governata dal potere. Sono queste le regole ferree del mondo». Come a dire: ci siamo illusi che Onu, Osce, Nato, Corte internazionale di giustizia, Wto, facevano finta di servire a qualcosa, ma alla fine quello che conta è la forza bruta.

Il ritorno dei titani

Se siamo tornati nell’epoca dei titani, come dice Sloterdijk? Oggi il mondo non sembra appartenere alle istituzioni ma alla volubilità dei leader. Uno degli obiettivi di Trump, compiendo azioni militari, è spaventare Putin e Xi che, secondo lui, non hanno paura della Nato, ma solo degli Usa. Dopo aver preso il controllo del Venezuela «per un periodo indefinito, magari anni», Trump è riuscito in meno di mezz’ora a minacciare o ad accennare a possibili azioni militari in Colombia, a Cuba, in Iran, in Messico e, appunto, in Groenlandia.

Sui social la Gen X ha provato a paragonare l’azione in Venezuela all’invasione dell’Iraq, i boomer hanno tirato fuori il Cile, i Millennial hanno fatto meme, come sempre – anche perché Maduro con le cuffie, in tuta, era perfetto per i social. Certo, bisognerebbe vedere cosa sarebbe successo se la Casa Bianca non avesse avuto il beneplacito degli “investitori” – ad esempio le compagnie petrolifere per quanto riguarda il Venezuela e Big Tech per quanto riguarda la Groenlandia (Bezos, Zuckerberg e Altman, di OpenAi, hanno già comprato quote di compagnie minerarie sul territorio danese – le terre rare sono fondamentali per i loro gadget e prodotti). Analisti e storici cercano di trovare un nome per la dottrina trumpiana. Vengono tirati fuori Monroe (l’emisfero occidentale è americano), McKinley (dazi e “liberiamo” Cuba), Andrew Johnson (compriamo l’Alaska!). Ma l’Atlantic ha definito bene la dottrina Trumpiana: la Fuck Around and Find Out Doctrine. Marco Rubio, Segretario di Stato e architetto delle interferenze centramericane, l’ha spiegato così: «Il 47esimo presidente non è uno che sta giocando», e ha concluso citando Notorious B.I.G. (di cui dice di essere fan): «If you don’t know, now you know», per poi usare una sua canzone per un video su Maduro postato dall’account ufficiale della Casa Bianca.

Il cerchio intorno a Trump, quasi con una punta di saccenza divertita, sta dicendo al mondo: “Ma scusate, non avete capito ancora com’è Trump? Gli scemi siete voi”. Un’ex Maga come John Bolton, diventato poi nemesi del Presidente, continua a ripetere in tv: «Non esiste una dottrina Trump: a prescindere da quello che fa, non c’è chissà quale grande struttura concettuale. Fa quello che vuole in quel momento». «Questo è un presidente d’azione», ha detto Rubio. «Non vi è ancora entrato in testa?». Le cose si fanno, poi ci si pensa. E se tutto va male, si incolpa qualcun altro. Quasi una dottrina Bart Simpson.

Fuorilegge

Ma torniamo al diritto internazionale. A Trump è stato chiesto direttamente dal New York Times se per lui la legge internazionale ha un valore, se deve seguirla. E lui ha risposto: «Sì certo, ma dipende dalla definizione di diritto internazionale». E poi ha detto che l’unico freno in realtà è la sua morale. La morale di stampo liberal-illuminista post-Seconda guerra, condivisa dai vincenti, che ha fatto nascere l’Onu è compagnia, non ha funzionato. Ora ci si deve basare sul buon senso dell’uomo che controlla il più costoso apparato militare del mondo. Più che creare un precedente, le azioni e le minacce e i capricci territoriali di Trump ci dicono che quel sogno degli anni ’90 si è spezzato del tutto. Se prima, anche se il diritto internazionale non funzionava proprio benissimo, comunque rimaneva l’idea che ci fosse qualcosa di più della mera prepotenza fisica. Un’illusione poetica, bella finché è esistita. E così tutti, come in un sistema di deterrenza da guerra semifredda, saranno costretti a investire sulle armi e sugli eserciti, che non si sa mai. Nessun’appartenenza a un club ti può più salvare.

Trump, come spesso accade, non si inventa le cose. Al massimo è un termometro, o un acceleratore di processi già in corso. Nei suoi anni a Washington ha sicuramente velocizzato la distruzione di un preesistente multilateralismo, ad esempio ritirando gli Stati Uniti da vari accordi internazionali (accordi climatici di Parigi, WHO, Consiglio per i diritti umani dell’Onu…) o sminuendo l’Unione Europea come istituzione e volendo relazioni dirette solo con i leader nazionali. Ma il processo porta a chiedere: esiste davvero un diritto internazionale? Questo “fantasma morale”, come è stato definito in passato, ha ancora, e ha mai avuto un ruolo dirimente nel punire i colpevoli o nell’anticipare conflitti? Guardiamo Gaza. A cosa serve l’Onu se si possono ammazzare 20 mila bambini? Netanyahu il 31 dicembre era l’ospite d’onore della festa di capodanno organizzata a Mar-a-Lago.

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