A quanto pare, si è trattato di un gigantesco errore del sistema di allerta precoce, di solito affidabilissimo e precisissimo.
Negli ultimi mesi, una vicenda apparentemente periferica del caso di Garlasco è diventata uno specchio inquietante di un fenomeno più ampio: la capacità del web di trasformare suggestioni estetiche in prove morali. Saturno Buttò, pittore veneto la cui arte gioca tra sacro e profano, è stato accusato in post e video virali su YouTube di complicità con il delitto di Chiara Poggi. I suoi quadri sono stati usati come presunta «prova». Ma questa storia racconta molto più di un semplice episodio di diffamazione mediatica.
A titolo di trasparenza, va detto che conosco Saturno Buttò da molti anni. Da bambina sono stata ritratta in un suo quadro, che porta il mio nome. Era il 1996 e quel quadro non ho mai avuto la fortuna di vederlo dal vivo. Proprio per questo, seguire la trasformazione del suo lavoro in «prova morale» da parte del web mi rende ancora più evidente la distanza tra la realtà delle persone e la narrazione digitale che le travolge.
Come Saturno Buttò è finito nel caso Garlasco
Il coinvolgimento di Buttò nel caso nasce in modo del tutto indiretto, a partire dalla riapertura delle indagini sull’omicidio. Tutto ha origine quando un amico di Andrea Sempio, Mattia Capra, pubblica su Facebook ben 104 immagini dei dipinti dell’artista. Le immagini vengono riprese da youtuber e creator legati al filone true crime, che iniziano a leggere nelle opere presunti simboli esoterici, collegandoli arbitrariamente alla cosiddetta «pista satanica» legata al Santuario della Bozzola, dove si sarebbero tenuti esorcismi pubblici.
La teoria è stata rilanciata da video e post virali e, a luglio 2025, anche da un servizio di Zona Bianca, il programma di Rete 4, che si è soffermato su un dipinto con due donne, una delle quali appoggiata a una stampella. Suggestioni estetiche trasformate in indizi morali, senza alcun riscontro giudiziario. Buttò è stato tacciato di satanismo e, secondo quanto riportato dal Gazzettino, persino di pedofilia, con ripercussioni pesanti sulla vita professionale e privata: eventi annullati, attacchi personali, una gogna digitale da decine di migliaia di visualizzazioni.
La querela, Google e il Tribunale di Pordenone
Quando ne abbiamo parlato, l’amarezza di Buttò riguardava soprattutto i tempi. «Nel maggio 2025, scopro il primo video. Poi ne sono seguiti altri. Ho realizzato immediatamente che era una cosa problematica. Si sa che con i social nel giro di poco si può espandere tutto. Così è stato. Ho intrapreso una querela per diffamazione e calunnie. Nel contempo avevamo chiesto anche a Google Italia di togliere il materiale diffamatorio, ma di fatto non si è mosso nulla. Bisogna riconoscere che la lentezza del percorso penale è estenuante. Passano semestri prima che si muova qualcosa».
Da allora le cose si sono mosse, ma non dove ci si aspettava. La querela per diffamazione aggravata, presentata a Pordenone e passata alla Procura di Forlì perché il primo creator risiede in quella provincia, è stata archiviata. È stata invece la strada civile a dare i primi risultati: Google ha rimosso 8 dei 19 video contestati e, secondo il Gazzettino, il Tribunale di Pordenone ha poi accolto il ricorso cautelare dell’artista, ordinando la rimozione dei contenuti e definendone il carattere manifestamente illecito.
La pista satanista e l’inchiesta su Andrea Sempio
Nel frattempo la «pista satanista» ha perso ogni credito. A marzo 2026 la magistrata di sorveglianza ha respinto la richiesta di ascoltare Flavius Savu, il cittadino romeno che parlava di ricatti e scandali sessuali legati al Santuario della Bozzola, e Savu è rimasto in silenzio in carcere. Come ha ricordato anche il Giornale, non c’è nulla di provato nel legame tra il santuario e il delitto. Savu era a Garlasco nel 2013, sei anni dopo l’omicidio, e la pista non sembra essere mai stata presa in considerazione dagli inquirenti.
L’inchiesta, intanto, corre su un altro binario. Andrea Sempio, unico indagato, è ritenuto dalla Procura di Pavia l’autore dell’omicidio di Chiara Poggi per un movente sessuale, legato al rifiuto di un suo approccio. L’impianto accusatorio si regge su DNA, impronte e consulenze, non su simboli o dipinti. La sua difesa ha annunciato che Sempio non si presenterà davanti ai pm e che depositerà cinque consulenze entro il 18 ottobre, mentre la difesa di Alberto Stasi, condannato in via definitiva, parla di nuovi elementi. Sempio resta indagato, ma il caso è in continua evoluzione.
Il quadro delle due gemelle e la pittura di Buttò
Molti video che accusano Buttò si sono soffermati su un quadro in particolare, in cui si vedono due gemelle, una delle quali si sorregge con una stampella. Le due figure, secondo le accuse, assomiglierebbero alle cugine di Chiara Poggi. Da lì è nata l’ossessione del web di cercare nei quadri somiglianze con i personaggi del caso. «È nato tutto da lì. Quel quadro ce l’ho ancora io, in studio. Per la cronaca, è del 2006. Le pose sono del 2005. Bastava un minimo di attenzione e di indagine. Se fosse stato del 2008, potevo anche capire. Io so perfettamente qual è la genesi di ogni mio lavoro, chi ha posato e chi no».
I quadri di Saturno Buttò si possono definire una sintesi contrastata tra sacro e profano, dove confluiscono impeccabile tecnica classica, simbologia religiosa e tensioni emotive forti. La sua pittura indaga la contraddizione tra redenzione e peccato, spesso attraverso figure femminili rappresentate con aure dorate o richiami iconografici, ma immerse in atmosfere che suggeriscono tormento e desiderio. Rappresentazioni che colpiscono lo spettatore, talvolta lo inquietano. Un meccanismo simile alle suggestioni inserite da Emerald Fennell nel suo adattamento di Cime tempestose: come la disturbante scena del collare canino di Isabella o la scena di sesso BDSM tra Joseph e Zillah.
«Ho scoperto determinati fenomeni durante il mio percorso scolastico, dal liceo all’accademia: il gotico, il romanticismo come corrente filosofica e culturale, anche iconografica. Tutti i temi che rimandano al lato scuro sono affascinanti. Ma non è una ricerca esoterica in senso stretto, quello non mi interessa. È una suggestione che provoco deliberatamente con le atmosfere. Se guardiamo un quadro e cerchiamo i simboli, spesso neanche ci sono. Mi sono sempre piaciuti gruppi post-punk, new wave, doom metal. Con tutto quello che comporta. Sono fascinazioni lecite. Io mescolo sacro e profano, creo immagini che evocano altro, ma non c’è nulla di satanico».
Da Elena Cecchettin a Sam Smith: l’estetica come prova di colpa
Questa deriva non è un caso isolato: è parte di un fenomeno più ampio in cui estetica, casualità e coincidenze vengono erette a «prove» di colpe morali, soprattutto attorno ai casi di cronaca nera più seguiti. L’estetica, piuttosto che servire come espressione personale, diventa indizio in un processo collettivo di “giustizia” digitale.
Ricordiamo che anche Elena Cecchettin era stata accusata di satanismo da un consigliere regionale del Veneto, Stefano Valdegamberi, che in un post su Facebook parlava di simboli satanici e messaggi ideologici. «Spero che le indagini facciano chiarezza. Società patriarcale? Cultura dello stupro? Qui c’è dell’altro? Basta andare a vedere i suoi social e i dubbi diventano certezze. Il tentativo di quasi giustificare l’omicida dando la responsabilità alla “società patriarcale”. Più che società patriarcale dovremmo parlare di società satanista, cara ragazza. Sembra una che recita, una parte di un qualcosa predeterminato e precostituito», scriveva Valdegamberi. E guardando oltreoceano, anche Sam Smith e Kim Petras ai Grammy del 2023, dopo la performance di Unholy con scenografia infernale, erano stati accusati dai conservatori di promuovere simbologie sataniche e perverse. Poco prima, con il video di I’m Not Here to Make Friends, Sam Smith era stato accusato di tutto: dalla promozione della pornografia alla feticizzazione del sesso davanti ai bambini.
Il ritorno del Satanic Panic
Queste tendenze ricordano, in forma digitale e amplificata, il Satanic Panic. Nata negli anni Ottanta negli Stati Uniti, fu un’ondata di panico collettivo secondo cui il satanismo e i culti occulti si stavano infiltrando nella società moderna. Alimentata dai media, da gruppi religiosi conservatori e dai talk show, vedeva nell’adorazione di Satana una minaccia reale alla sicurezza dei giovani e alla moralità pubblica. Il panico ebbe inizio con la pubblicazione di Michelle Remembers, il libro in cui lo psichiatra canadese Lawrence Pazder e la sua paziente (e futura moglie), Michelle Smith, raccontavano presunti abusi e rituali satanici emersi tramite la terapia basata sull’ipnosi regressiva, oggi screditata.
Una delle manifestazioni più note del panico fu la diffamazione di forme di intrattenimento giovanile come il gioco di ruolo Dungeons & Dragons, quello a cui giocano i protagonisti di Stranger Things, ragazzini negli anni Ottanta. Il gioco fu accusato di promuovere stregoneria, suicidio e satanismo, e nacquero associazioni come la B.A.D.D. (Bothered About Dungeons and Dragons) per contrastarlo. Contemporaneamente heavy metal e hard rock furono presi di mira perché copertine, testi «occulti» e immaginario macabro venivano interpretati come messaggi satanici subliminali. Nel panorama pop si sviluppò così una versione moderna delle antiche cacce alle streghe: giochi, musica, film horror e persino il comportamento dei giovani venivano letti come indizi di una cospirazione satanica, anche quando non c’era alcuna prova.
True crime, algoritmi e gogna digitale
L’ossessione per la cronaca nera è un prodotto culturale ben radicato, amplificato dalla formula del true crime che oggi domina podcast, video e post social. In questo contesto dettagli banali vengono strumentalizzati come indizi: un’opera d’arte, un colore di sfondo, un simbolo qualunque, tutto diventa potenziale prova di insabbiamento, copertura o perfino di rituali occulti. Le dinamiche sono alimentate dalla logica dell’algoritmo: più un contenuto stimola reazioni, anche indignate o scandalizzate, più viene spinto nelle timeline. Gli utenti non cercano necessariamente la verità, ma conferme emotive di ciò che vogliono credere. In assenza di verifica, le suggestioni estetiche diventano «prova morale» immediata, legittimata da commenti, visualizzazioni e condivisioni.
Oggi non servono talk show televisivi o psicologi popolari per diffondere queste idee: bastano un meme, un tag sbagliato su Instagram o un video virale su TikTok. Le narrazioni si autoalimentano, si rafforzano e diventano difficili da sfatare, anche di fronte a evidenze contrarie.
Il fascino per il true crime nasce da una combinazione di curiosità morbosa, desiderio di brivido e bisogno di ordine morale. Le persone sono attratte dai crimini perché offrono uno sguardo su ciò che è proibito e pericoloso, ma in un contesto sicuro: seguire un’indagine, capire le motivazioni di un assassino o di un truffatore stimola la mente come un rompicapo e permette di provare paura e tensione senza rischi reali. Questo interesse si intreccia con il clickbait, che amplifica la curiosità sfruttando titoli sensazionalistici e dettagli scioccanti, spingendo a cliccare e condividere, spesso senza andare oltre il titolo. Allo stesso tempo il true crime nutre il nostro senso di moralità: vedere il colpevole punito o il giusto trionfare soddisfa un bisogno psicologico di giustizia e conferma della propria posizione etica. Diventa così non solo intrattenimento, ma anche uno strumento per esercitare curiosità, emozione e moralismo in un mix irresistibile.
Il caso Buttò e le narrazioni tossiche del web
Il caso Buttò evidenzia un problema culturale più profondo. Il web non è semplicemente un mezzo di informazione, ma uno spazio di produzione di significato, dove percepire è spesso più importante di verificare. In questo ecosistema la distinzione tra fatto e interpretazione sfuma. La logica dell’indignazione predilige narrazioni nette, emotive, capaci di generare reazioni immediate. La verità, che richiede tempo, contesto e verifica, resta schiacciata sotto il peso delle conferme rapide. Le piattaforme amplificano questo effetto perché il loro scopo non è informare, ma mantenere alta l’attenzione, indipendentemente dalla qualità o veridicità del contenuto.
La continua creazione di programmi televisivi, podcast e video su teorie alternative attorno a misteri irrisolti dimostra che il problema non è solo la diffusione di fake news o disinformazione, ma la costruzione di narrazioni tossiche. Queste narrazioni non cercano di spiegare il mondo. Lo semplificano e lo trasformano in un palcoscenico morale in cui ogni simbolo, persino un’opera d’arte, diventa prova di colpa o innocenza. E quando la smentita arriva, arriva tardi e da un’altra parte: mentre l’inchiesta seguiva altre strade e la pista satanica si spegneva da sola, Buttò ha dovuto aspettare un tribunale civile e la rimozione di un video alla volta per riprendersi un nome che nessuno aveva mai dimostrato di poter toccare.
