I generi alimentari stanno prendendo il posto della moda nella definizione dello status culturale. È una tendenza che esiste da anni ma che si sta rafforzando in questo momento di crisi economica, come confermato anche dal report The Status Economy di Highsnobiety.
Il rovescio della medaglia della vitalità gastronomica e imprenditoriale di Milano è il pullulare di locali tutti uguali che propongono salmone, hummus e avocado o la moda culinaria del momento (ora è il poke) nell’identico arredo shabby-cozy-chic scandinavo. Si spiega in parte così il liberatorio successo della “New Trattoria”, un movimento di rinascita verso una cucina più autentica e tradizionale negli ingredienti e nelle porzioni, consumata in un’atmosfera rilassata e accogliente. «È la vittoria della sostanza sulla forma: nel cibo, nel vino e nel servizio», sentenziano a Trippa, il locale pioniere e modello di questa tendenza.
Trippa ha aperto nell’estate del 2015 a Porta Romana, una zona dove l’offerta gastronomica è in crescita, e da allora è diventato un nome noto tra i milanesi, appassionati di cucina o meno. È il progetto di due amici: Diego Rossi, chef veneto di 30 anni che si è formato in prestigiosi ristoranti del nord Italia maturando una cucina sostenibile, con frutta e verdura di stagione, erbe spontanee e i tagli più poveri di carne e pesce; e Pietro Caroli, una carriera nel marketing e un’altra nel mondo dei food blogger. Si conoscono a una cena e scoprono l’ambizione comune di aprire un locale dove sentirsi a casa e riempirsi la pancia con i piatti della tradizione italiana, tra ingredienti e sapori dimenticati. «Non abbiamo inventato nulla di nuovo e non avevamo l’ambizione di farlo. Forse siamo stati bravi a riproporre in un nuovo contesto concetti vecchi, che molti credevano superati», dicono. Il menu di Trippa è «corto, ma molto vario e variabile: 4 antipasti 3 primi (detti Minestre), 3 secondi, 3 fuori carta, 4 dolci» e 4 piatti della casa che non mancano mai: trippa fritta, trippa del giorno, midollo alla brace (se fresco) e vitello tonnato, «rivisitato nell’impiattamento e nella cottura» e diventato un classico del locale.
Le improvvisazioni sono molte, «in base alla disponibilità e all’umore dello chef», che ogni pomeriggio decide in 4 ore, a seconda di quello che gli hanno mandato i fornitori, cosa proporre a cena. «Abbiamo utilizzato tutte le frattaglie conosciute, verdure e legumi dimenticati, abbiamo rispolverato piatti tradizionali quasi introvabili. Nel nostro piccolo è un modo di fare cultura», spiegano.

Preparazione del vitello tonnato
Così, mese dopo mese, i commensali hanno gustato tagliatelle con ragù di fagianella; merluzzo su crema di cannellini con cavolo nero saltato; polpo arrosto, crema di carote e ciliegie; fino ai cardi alla Bourguignonne con lumache al vino rosso e alla Zucca arrosto con taleggio e melograno. Il pane arriva dal panificio Grazioli di Legnano, uno dei migliori della Lombardia. Trippa è diverso anche nel rifiutare la vita proverbialmente massacrante di chef e ristoratori. È aperto sei sere a settimana, da lunedì a sabato, su prenotazione. Ci sono 40 posti a sedere, 50 contando anche il dehors fuori, e i clienti sono distribuiti in due turni: «Riusciamo ad accontentare meno del 25 per cento delle richieste giornaliere» e accettano prenotazioni con non oltre un mese di preavviso: «La percentuale di clienti abituali è piuttosto alta e la cosa ci inorgoglisce particolarmente».
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