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Tulsi Gabbard, la Direttrice dell’Intelligence Usa, ha detto che non c’è nessuna prova che l’Iran stesse costruendo una bomba atomica Contraddicendo apertamente Trump, che il 4 marzo aveva detto che «se non avessimo attaccato entro due settimane, avrebbero avuto l'atomica».
Elio Germano si è fatto un profilo Instagram solo per far campagna per il No al referendum sulla giustizia La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.
Una ragazza ha trovato la discarica in cui è stato buttato il tappeto rosso degli Oscar, ci è entrata, ha strappato un pezzo del tappeto, se l’è portato a casa e ne ha fatto un tappeto da salotto La ragazza, Paige Thalia, ha documentato tutto su TikTok e ha precisato che con la stoffa avanzata ha fatto una copertina per il suo cane.
Per la prima volta verrà trasmesso in tv il documentario sul concerto dei Pink Floyd a Pompei Stasera, dalle 23:35 su Rai5 verrà mandato in onda per la prima volta Pink Floyd: Live at Pompei MCMLXXII.
Vogue ha fatto causa a un giornale di moda per cani perché si chiama Dogue Secondo la casa editrice Condé Nast, il magazine, che ha una circolazione di 100 copie, «potrebbe danneggiare in maniera irreparabile la reputazione di Vogue».
Hans Zimmer ha confermato che la persona che canta nel trailer di Dune 3 è proprio Timothée Chalamet Alcuni fan avevano riconosciuto subito la voce dell'attore, ma adesso è arrivata anche la conferma del compositore della colonna sonora del film.
L’annuncio di Meloni ospite del podcast di Fedez sembrava la cosa più assurda della campagna referendaria. Poi abbiamo visto il trailer della puntata La puntata verrà pubblicata giovedì 19 marzo alle 13. Nel frattempo, abbiamo un trailer che ha già raggiunto altissime vette di surrealismo.
Il fatto che continui a chiedere alla Nato di intervenire nello Stretto di Hormuz dimostra che Trump non ha capito cos’è la Nato La Nato non può fare nulla perché è un'alleanza difensiva, che tra l'altro non è neanche stata interpellata prima degli attacchi Usa e Israele contro l'Iran.

Le solenni incazzature di Luciano Bianciardi

Nel centenario della nascita dell'autore, Feltrinelli riporta in libreria la Trilogia della rabbia formata da Il lavoro culturale, L’integrazione e La vita agra.

30 Ottobre 2022

Chi era Luciano Bianciardi? Un burbero geniale, un omone con la faccia triste, i capelli folti e il cappotto sempre più grande di una taglia, che venne quasi dimenticato da morto per essere poi riscoperto dall’industria editoriale vent’anni dopo. Si potrebbe cercare di inquadrarlo, al di là della sua produzione letteraria e giornalistica, con due aneddoti esemplari: quella volta che a metà anni Cinquanta viene scelto per lavorare nella neonata e prestigiosa redazione della casa editrice Feltrinelli, ma nel giro di qualche mese si fa cacciare “per scarso rendimento”, e quell’altra volta che a metà anni Sessanta rifiuta l’offerta di una collaborazione fissa e ben remunerata con il Corriere della Sera, così, senza un motivo particolare, forse per scarsa ambizione.

Come si capisce, Bianciardi era un outsider talentuoso con scarsissima abilità nell’ auto-promuoversi. Però, non ci si inganni, era tutt’altro che indolente: amava lavorare, sbrigare le sue venti cartelle al giorno. Di solito, in camera da letto. La sua idea di inferno era il lavoro d’ufficio, l’allegro cameratismo, le quaranta ore settimanali, e su questa bizzarra forma di aggregazione sociale scrisse alcune delle sue pagine più ispirate. Qualche cenno biografico: Bianciardi è nato a Grosseto, nell’anno della marcia su Roma, figlio di una maestra elementare e un cassiere della banca locale, e morirà a Milano solo e isolato a quarantanove anni autodistruggendosi con l’alcol. Hippy prima dell’invenzione degli hippy, se non nel vestiario sicuramente nelle abitudini sessuali e nello stile di vita, senza soldi, comunista convinto, scrittore e traduttore dall’inglese di illustrissimi autori del Novecento (Bianciardi definirà questo lavoro di traduzione, che porterà avanti fino alla morte, «il mio diuturno battonaggio»), inventore della prima rubrica di critica televisiva, TeleBianciardi, anche celebrato qualche tempo fa con un impertinente Antimeridiano, pubblicato da Isbn Edizioni.

Adesso, nel centenario della nascita, ce lo riporta in libreria Feltrinelli, che ristampa e riveste la cosiddetta Trilogia della Rabbia (composta da Il lavoro culturale, L’integrazione e La vita agra), scritta fra il 1957 e il 1962. Si tratta di una memorabile serie di libri che ha intercettato e descritto in anticipo l’insoddisfazione verso il logorio e l’alienazione tipici della vita moderna, un sentimento ai tempi minoritario in un mondo dove la fiducia nel progresso (alimentato da combustibili fossili) e il vitalismo post-bellico arricchivano un po’ tutti, ma che avrebbe ispirato poco dopo le contestazioni giovanili, il lancio di sanpietrini, la fantasia al potere, le battaglie per i diritti civili. La Trilogia della rabbia è un trittico di autofiction (come quindici degli ultimi venti Premio Strega, tra l’altro), il nauseato resoconto delle solenni incazzature dell’autore in prima persona singolare, e racconta la formazione di un provinciale senza un soldo che arriva a Milano, zona Brera, nella cricca del Bar Jamaica, e scopre che a volte ci si deve accontentare, per settimane intere, di una stanza ammobiliata modestamente con i servizi sul pianerottolo, di mezza porzione di spaghetti in latteria a pranzo e due uova fritte con una mela a cena. Sono le peripezie, anche amorose, di un trentenne dotato di capitale reputazionale, e amici pittori affermati, ma senza un quattrino in tasca. Bianciardi è stato forse il primo teorico della decrescita felice, uno degli intellettuali italiani più efficaci nel ridicolizzare con argomenti inattaccabili la filastrocca che recita: lavoro, guadagno, pago, pretendo. Come certe riflessioni di Balzac sulla vita di un giornalista squattrinato a Parigi, anche le opere di Bianciardi stanno invecchiando benissimo (giusto una spruzzatina di grigio sulla macchina da scrivere e sulle risme di carta): certe dinamiche e certi tic, raccontati in paragrafi dove il mito dell’industria culturale viene dissacrato con un tono di voce fra lo sprezzante e il bonario, sembrano storie di giovedì scorso. Bianciardi venne accolto dai recensori contemporanei come uno scrittore di satira. Oggi si nota lo sguardo profetico, quasi sociologico: nell’entusiasmo ottimista del boom del Dopoguerra, in una nazione che si era convertita in fretta al culto laico di un credo che ha fornito a tutti i suoi devoti un’automobile in circolazione e un elettrodomestico in funzione, oltre che un pollo arrosto caldo ogni giorno per tutti, Bianciardi è stato il malinconico cronista delle incongruenze di un sistema che porterà, tanto per fare un esempio, alle isole di plastica nell’oceano.

Era il migliore dei mondi possibili? La carriera, una seconda casa al mare, i simboli del successo: dopo aver dato un’occhiata al miracolo economico, Bianciardi fa un passo indietro (oggi apostroferebbe i suoi coetanei con un «ok, boomer»?), tossicchiando in un accenno perenne di bronchite per le troppe Nazionali fumate, e dice: preferirei di no. È riuscito a salire al vertice della piramide alimentare del lavoro che aveva sempre sognato di fare. Una volta arrivato lì in alto, la vista non gli è piaciuta. Che malinconia, ci sono poche disillusioni più deprimenti. Pandemia, guerra, inflazione: siamo sempre più d’accordo con Bianciardi, forse tutto questo progresso non vale il prezzo che costa. La sua ricetta per la felicità è semplice: meno scambi monetari, più sesso spensierato. «Nell’attesa che ciò avvenga», ha scritto, «e mentre vado elaborando le linee teoriche di questo mio neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio, io debbo difendermi e sopravvivere».

Questo è pezzo è tratto dal numero 52 di Rivista Studio. Se vuoi comprare una copia cartacea, clicca qui.

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