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Le guerre si capiscono meglio su TikTok

Si chiama WarTok la dimensione del social in cui i conflitti anche meno famosi sono raccontati in prima persona da chi li vive. Con molti vantaggi e alcuni rischi.

di Domiziana Montello

Cambiare il modo di raccontare la guerra cambia anche le modalità di farla, la guerra. Ogni volta che apro TikTok e inizio a scollare il feed, l’algoritmo mi propone un mosaico di contenuti tutti girati in situazioni di guerra: ma i protagonisti sono ricette, animaletti, storie di coppie e video di persone che mostrano la loro vita. Soffermarmi su questi video porta a una reazione a catena dell’algoritmo che di volta in volta mi porta sempre più a fondo in quello che è il WarTok, come lo ha definito il New York Magazine. È un mondo parallelo che sta mutando la narrazione delle guerre e quindi il nostro modo di percepirle. L’ultimo arrivato dei social media si sta ritagliando un ruolo inedito nella narrazione dei conflitti facendo leva sull’empatia. Ma non solo: sta anche cambiando il modo in cui la Gen Z si informa sulla politica.

C’è stato un momento preciso in cui i social media hanno smesso di essere solo un luogo d’intrattenimento e hanno iniziato a essere utilizzati per raccontare le guerre. Diceva Barack Obama nel maggio 2011, gli anni della Primavera Araba, parlando di Medio Oriente e Nord Africa:«Gli eventi degli ultimi sei mesi ci dimostrano che le strategie di repressione e diversione non funzionano più (…). I telefoni cellulari e i social network permettono ai giovani di connettersi e organizzarsi come mai prima d’ora. È emersa una nuova generazione. E le loro voci ci dicono che il cambiamento non può essere negato». Quello che rese quelle proteste così potenti fu utilizzo inedito dei social: Facebook e Twitter consentirono alle persone di organizzare facilmente le manifestazioni e creare hashtag e slogan. Aiutarono anche i giornalisti a capire cosa stesse succedendo, ora per ora, nelle piazze in Tunisia ed Egitto. Fu in questo contesto che Andy Carvin, un giornalista e blogger americano, divenne noto come “l’uomo che twitta le rivoluzioni” e venne definito il miglior tweet-reporter di notizie riguardanti il Medio Oriente. L’iPhone che Carvin utilizzò per twittare caratteri durante la Primavera Araba è ora esposto al Museo di Storia Americana. Oggi Twitter è morto, in molti sensi, a partire dal nome: non sono più le parole ad aggregare le persone ma i video.

Con l’invasione russa dell’Ucraina, TikTok è diventato per gli europei una nuova fonte d’informazione istantanea per conoscere gli sviluppi del conflitto. Quello che rende TikTok il mezzo privilegiato per questo tipo di comunicazione è l’immediatezza: Facebook e Instagram hanno bisogno di contenuti curati, YouTube di competenze per il montaggio. Su TikTok vincono i video grezzi, sporchi e personali. Il racconto della guerra è una narrazione che premia l’individualità, anche l’individualismo: è l’esperienza di un singolo che si fa portavoce della propria quotidianità. Si è dissolta l’intermediazione delle istituzioni e della stampa: a parlare sono persone comuni, cittadini che mostrano in video, anche brutti e di bassa qualità, la vita sotto i bombardamenti. Vedere dall’altra parte dello schermo una persona nella quale ci riconosciamo e che ci parla come se ci conoscesse crea empatia e ci fa immedesimare, per quanto possibile. Il video della Tiktoker ucraina Valerissssh, in cui raccontava la sua vita in un rifugio antiaereo con in sottofondo “Che La Luna” di Louis Prima, ha raggiunto oltre 51 milioni di persone. Quella stessa ragazza che girava tra le macerie parlava la lingua – pensavo – che parlo io.

Il WarTok si porta in dote anche una narrazione distopica in cui i video di guerra sono accompagnati da musiche apparentemente fuori luogo, ma che aiutano l’algoritmo a trovare la viralità. I reporter dei video diventano personaggi, come è successo ad alcuni tra i pirati Houthi, un gruppo armato dell’estremo nord dello Yemen, che si filmava durante gli attacchi alle navi mercantili nel Mar Rosso. Tra di loro c’è quello che internet ha ribattezzato Tim-houthi Chalamet, per la somiglianza con l’attore. Rashid Al Haddad, vero nome del pirata, grazie all’algoritmo di TikTok è diventato famoso fino a quando il social network cinese ha deciso di chiudergli il profilo.

Ma TikTok permette di informarsi anche sui conflitti di cui i media nazionali non si curano, come quello in Congo o in Sudan. Nel Sottosopra del WarTok da qualche tempo è in trending la canzone “Abusin’ Me”, di Yanatheartist, Tiktoker con 97mila follower. La canzone sensibilizza sul conflitto in Repubblica Democratica del Congo che L’UNHCR ha dichiarato «una delle crisi umanitarie più complesse al mondo». La causa principale dietro la guerra sono le risorse di cobalto, indispensabili nella creazione di batterie agli ioni di litio per cellulari, veicoli elettrici e vapes. Nei mesi scorsi alcuni tiktoker dal grande seguito hanno pubblicato dei video nei quali dichiaravano che avrebbero smesso di svapare per sensibilizzare altri utenti sui motivi della guerra in Congo. Come ha fatto il rapper americano Macklemore con la canzone pro Palestina “Hind Hall’s”, anche Yanatheartist devolverà tutti ricavati della canzone ad associazioni umanitarie. Anche il conflitto in atto in Sudan, che a oggi ha causato la morte di 23mila persone e 10 milioni di sfollati, sta ricevendo attenzione nel WarTok: sono africani o afrodiscendenti residenti in altri continenti che spiegano cosa succede cercando di coinvolgere quanto più pubblico possibile.

I media mainstream, più concentrati sulla guerra in Ucraina o su quanto accade in Palestina, stanno ignorando le guerre dell’Africa orientale: TikTok rovescia questa prospettiva sfruttando la forza di narrazione del singolo per portare all’attenzione di un pubblico globale conflitti culturalmente marginalizzati. Questa molteplicità di voci rende però complicato il fact-checking delle fonti. TikTok ha pensato anche a questo: mentre Zuckerberg ha recentemente limitato la circolazione di contenuti politici e sociali su Instagram (scelta discutibile in vista delle elezioni europee, delle elezioni Presidenziali americane di novembre e in un anno segnato dai conflitti), ha puntato sul coinvolgimento del suo pubblico anche attraverso la politica. Lo dimostra il fatto che la ricerca “Elezioni Europee 2024” è stata per giorni in trend. TikTok ha creato la pagina “Centro Elezioni Europee” nella quale è la stessa piattaforma a informare gli utenti su quello che c’è da sapere sulle elezioni. Oltre a ospitare i video di balletti e video cringe dei politici italiani, TikTok si sta imponendo da un lato come nuovo mezzo di informazione istantanea, disintermediata e personale.