La vera vita di coppia è molto più spaventosa della caricatura che se ne fa in The Drama

Il nuovo, attesissimo, criticatissimo film di Kristoffer Borgli, con protagonisti Robert Pattinson e Zendaya, parte da una dilemma morale assai intrigante. Il problema è che in nessun momento del film quel dilemma viene affrontato davvero.

10 Aprile 2026

Spesso, quando vedo due persone che si amano, mi domando se da adolescenti, o durante l’infanzia, si sarebbero piaciute. Avrebbero trascorso insieme il tempo dell’intervallo, diviso le merendine, i giochi, le prime sigarette, i segreti? Avrebbero bigiato insieme? O invece si sarebbero detestati, fatti i dispetti, maltrattati? Sarebbero stati il bullo e la bullizzata, la secchiona e il ripetente, il fighetto e l’alternativa? Se si fossero incontrati prima, ora si amerebbero così tanto?

Se avessi conosciuto nella vita vera Emma e Charlie, i protagonisti di The Drama (Zendaya e un nevroticissimo, impeccabile Robert Pattinson), probabilmente avrei pensato – sbagliando – che certo, quei due insieme erano perfetti anche da bambini. Entrambi bellissimi, sofisticati, entrambi anche capaci di quegli slanci schietti, di affetto ed entusiasmo, che di solito sanno concedersi solo le persone cresciute in famiglie dove cura e amore non sono state merce rara ma moneta di scambio corrente.

Lui fa il curatore museale, lei lavora in una casa editrice. Si conoscono in una caffetteria quando hanno poco meno di trent’anni. Lei è assorta tra le pagine di un libro, lui si avvicina alle sue spalle con un pretesto, attacca bottone ma lei non se ne accorge, come se non esistesse. Lui si imbarazza ma alza un po’ la voce e ripete la sua battuta – «Bellissimo quel libro, l’ho letto anche io» –, lei finalmente si volta e gli restituisce all’istante lo stesso sorriso infatuato. Si scusa per non averlo sentito al primo tentativo di approccio: «Da questo orecchio non ci sento, non è che possiamo rifare la scena da capo?».

Kristoffer Borgli, norvegese alla sua terza prova da regista, dopo Dream Scenario torna a dirigere un film di produzione americana ma, a distanza di quattro anni dalla pellicola che l’ha reso celebre all’interno del circuito indipendente – Sick of myself – torna anche a raccontare la storia e le ambiguità di una coppia.

Un paio d’anni dopo quel primo incontro ritroviamo infatti Emma e Charlie, radiosi e innamoratissimi, alle prese con l’organizzazione del loro matrimonio, che si celebrerà da lì a poco. È già tutto deciso, stanno scrivendo i discorsi e prendendo lezioni di ballo per aprire le danze con una coreografia perfetta e studiatissima – «Non potremmo ballare in un modo un po’ più spontaneo?», chiede lei all’insegnante. «Non c’è niente di spontaneo in un matrimonio, è la cosa più performativa che possa esistere», le viene risposto.

Durante la cena per testare il menù del ricevimento i due alzano un po’ il gomito e, insieme ai testimoni Rachel (Alana Haim, qui in una veste assai più severa rispetto a quella in cui l’avevamo vista in Licorice Pizza) e Michael (Mamoudou Athie), fanno un gioco: «Qual è la cosa più cattiva che abbiate fatto nella vostra vita?», si domandano. Fra chi è restio ad ammettere le proprie zone d’ombra e chi mostra grande indulgenza verso sé stesso, la risposta di Emma lascia tutti a bocca aperta: la sua cosa più cattiva è davvero cattiva. Non è ascrivibile alla categoria del capriccio e nemmeno della perversione morale, ma va inequivocabilmente sotto l’etichetta del crimine.

Di solito non ci si trova seduti allo stesso tavolo con chi ha commesso quello che Emma aveva progettato, perché chi arriva fino in fondo è improbabile che possa poi godere di un’esistenza lontana dal carcere. Ma è proprio questo il punto di crisi su cui si costruisce il resto della trama: Emma quella cosa l’ha solo voluta. Era un’adolescente sola ed emarginata, attratta dall’estetica sbagliata, da un certo tipo di combattività, e ha organizzato, cercato, pianificato tutto nei minimi dettagli, e se poi non ha fatto niente, se ha avuto lo spazio per diventare un’altra persona, è stato solo per un caso.

Di fronte a quella scoperta, Charlie finisce in un vortice ossessivo: la persona che ama, con cui pensava di trascorrere il resto della propria vita, è molto diversa da quella che credeva, e si porta dietro un passato di cui lui, rampollo della borghesia britannica, non aveva idea. Il montaggio ci restituisce i pensieri intrusivi che non riesce a controllare: guarda la sua futura sposa e immagina scene di violenza, sangue nella sala del ricevimento. La risata di Emma, che prima trovava così irresistibile, si colora di tinte inquietanti, dietro la donna che sta per sposare ora vede solo la ragazzina che stava per compiere una strage, e si domanda quando, e se, smettiamo di essere le persone che siamo state un tempo, o se queste non siano destinate ad abitare per sempre la parte più nascosta di noi, acquattate in un angolino e pronte a riprendersi la scena appena ne hanno l’occasione.

Il film è soprattutto un esercizio, un rompicapo morale che ingaggia lo spettatore a calarsi nei panni del protagonista maschile e a domandarsi che cosa farebbe, al posto suo. Se il vero amore pretende un’accettazione completa delle zone oscure dall’altro, qual è il limite oltre il quale non è proprio possibile andare? Qual è il nostro, di limite? Quale verità saremmo in grado di sostenere, per difendere il nostro amore?

Al di là di questi interrogativi, Borgli porta sullo schermo due personaggi tenuti in piedi dal magnetismo di chi li interpreta ma privi di vita interiore. Non arriviamo a capire granché, del carattere di Emma e Charlie, né dei loro vissuti. Ci appaiono piuttosto come figurine, puramente performative e mosse solo dalle circostanze esterne, mai dai subbugli del cuore.

Anche il modo in cui viene raccontata la loro storia, sintetizzata per sommi capi dal discorso che prepara Charlie in vista del matrimonio, ci restituisce una relazione troppo patinata e perfetta per essere reale, per legarci emotivamente alle loro sorti: sembra un reel di Instagram, montato apposta per sfruttare l’algoritmo a girare meglio, che guardiamo fino alla fine ma senza poi capire davvero qualcosa dell’amore che abbiamo appena visto in scena. È il modo in cui loro stessi si raccontano e già questo dice qualcosa di loro, certo, ma il lavoro della macchina da presa non aggiunge granché, aderisce alla loro narrazione senza indicarne i punti di fragilità.

Come già in Sick of myself, Borgli parte da un’intuizione teorica forte, da un dilemma etico che avrebbe tutto il potenziale per lasciare parecchi cadaveri sul campo, ma finisce per risolvere la complessità in una commedia buona più per intavolare ottime chiacchiere da bar che per gli incubi notturni, nera ma non troppo, comica ma non esilarante. Il dramma non tiene, subentra la farsa. Il matrimonio che, in teoria, doveva essere perfetto deflagra infatti in una vera e propria commedia degli errori, chiassosa e rocambolesca. Fra momenti di estemporanea fragilità maschile e rivelazioni improvvise, The Drama vuole suggerirci che è solo quando ci troviamo faccia a faccia con la verità più torbida della persona che amiamo, che riusciamo a fare emergere anche la nostra parte più ambigua e problematica. È un passaggio che tutte le coppie si trovano, ad un certo punto, ad attraversare: il momento in cui le aspettative crollano, la performatività non riesce più, da sola, a tenere in piedi l’edificio, e ciascuna delle due parti tira fuori il peggio di sé.

Anche di fronte al disastro, però, i due bellissimi protagonisti riescono a togliersi via la polvere dai vestiti e a ricomporsi in fretta. «Possiamo rifare da capo?», gli chiede lei per la terza volta, come se si trattasse davvero di una performance col copione già scritto, replicabile all’infinito, e non di un’esistenza in cui, perlopiù, si recita a braccio e, anche se la prima non è quasi mai buona, è spesso anche l’unica.

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