The Boys avrebbe dovuto essere molto di più, ma si è accontentata

Il successo di questa serie non si discute. Ma chi ha letto il fumetto da cui è tratta sa che, alla fine, si tratta di un'occasione persa, di una possibilità sprecata di fare davvero qualcosa di rivoluzionario per la tv e i supereroi.

21 Maggio 2026

Il finale di The Boys, disponibile con tutte le altre puntate su Prime Video, chiude un capitolo decisamente più ampio della singola serie. Un capitolo che, più o meno, è cominciato sette anni fa, che ci ha fatto parlare per l’ennesima volta del rapporto tra opere originali e adattamenti, tra fumetti e serie tv, che ci ha promesso grandi cose (ironia, satira, una critica puntuale e ferocissima del nostro presente) e che poi, come succede sempre più spesso, si è trasformato diventando tutt’altro, inseguendo quest’idea commercialissima – e perciò, diciamolo, abbastanza inconsistente – di successo.

The Boys nasce da un fumetto, il The Boys di Garth Ennis e Darick Robertson, pubblicato in Italia da Panini Comics. E parte da una premessa abbastanza semplice: nel mondo esistono i supereroi. E questi supereroi sono controllati da una multinazionale, che ha televisioni, giornali, proprietà e interessi, e che produce anche film (il riferimento, abbastanza immediato per tutti, è stato quello alla Marvel e all’overdose di cinecomic che all’epoca, nel 2019, stavamo affrontando). I “boys” del titolo sono persone normali, agenti, mercenari, uomini qualunque, che per un motivo o per un altro si riuniscono e decidono di combattere i supereroi più potenti della terra, tra cui Homelander, perché sono corrotti e fuori controllo e perché rappresentano un pericolo pubblico. E quindi eccoci davanti alla prima, grande rivelazione: i buoni possono essere anche cattivi. E anzi: a volte sono più cattivi dei cattivi da cui promettono di difenderci.

Troppo, poi troppo poco, infine troppo tardi

Chiaramente ci troviamo in una situazione al limite, assurda per tanti motivi diversi, ma sono evidenti i punti di contatto con il nostro presente, con il ritorno degli assolutismi, con la crisi profonda della democrazia e con gli effetti – più o meno dichiarati, più o meno evidenti – di una cultura capitalistica senza freni e senza un reale controllo. Flashforward. The Boys, la serie, ha successo. C’è qualcuno che addirittura azzarda l’inosabile e la elegge tra le “migliori serie tv di sempre” (Rolling Stone e Forbes). E ha così tanto successo che Amazon decide di andare avanti, di rinnovarla, di insistere. Eric Kripke, lo showrunner, fa quello che può. E cambia più volte direzione – all’inizio in modo quasi impercettibile, poi, con l’arrivo di altri personaggi e l’annuncio di spin-off e serie parallele, in modo decisamente più dichiarato.

Le idee, però, cominciano a scarseggiare. E così quelle che in un primo momento erano state viste da tutti come intuizioni geniali, assolutamente innovative e sconvolgenti, vengono ripetute fino allo sfinimento: riferimenti sessuali, sangue, ancora riferimenti sessuali. Altro sangue. Una violenza che non è la metafora di qualcosa di più ampio e sincero (il nostro malessere quotidiano, con questa crisi politica senza fine che stiamo affrontando da anni) ma, appunto, solo violenza. E se per un po’ va bene, dopo un paio di stagioni – la terza e la quarta, nello specifico – qualcosa comincia a rompersi. E quel qualcosa è la fiducia del pubblico. Kripke annusa il problema, e prova a metterci una pezza. Fa promesse, riporta al centro del discorso la corruttibilità dei buoni e giusti, e prova a chiudere le tante, a volte anche troppe, trame aperte nel corso del tempo per anticipare l’arrivo di questo o quel personaggio o per provare a sostenere questo o quello spin-off (Gen V, tra parentesi, è stato cancellato alla sua seconda stagione).

Tutto l’incredibile potenziale del fumetto, quindi del materiale originale, e delle prime due stagioni sembra perdersi nel nulla, e la quinta stagione non parte esattamente con il piede giusto: dopo qualche episodio di raccordo, arrivano gli episodi filler, pieni di nulla, e il finale si avvicina. Il pubblico si divide sempre di più: di qua i fan di lunga data, di là quelli che hanno trasformato le loro perplessità in solide certezze. Poi il finale arriva ed è evidente che Kripke ha fatto quello che poteva, che lui e gli altri sceneggiatori hanno provato a gestire al meglio le aspettative e la pressione, e che hanno provato, in parte riuscendoci e in parte no, a chiudere tutte le trame che, nel corso di sette anni e cinque stagioni, erano state aperte. I cattivi perdono, i buoni vincono. E c’è spazio, in extremis, anche per quel grigiore morale che ci ha sempre parlato di noi, di quanto in realtà siamo mediocri e approssimativi, mancanti, stupidi e ossessionati dal potere e dalla violenza. Ma non basta. Perché un finale intelligente – non ottimo, non perfetto; non un capolavoro: intelligente – non è sufficiente per risolvere così tanti problemi e chiudere una mezza dozzina di trame in modo soddisfacente.

Era meglio il libro (il fumetto)

Un finale come questo sa di scelta dovuta e di occasione mancata. Amazon voleva la sua serie di punta, e l’ha avuta. Ma la storia e tutto ciò che c’era di buono in The Boys ha finito per perdersi e annacquarsi. Nel giro di 24 ore dall’uscita dell’ultima puntata, i social si sono riempiti di domande: che fine ha fatto Tizio, ma dov’è Caio; che conclusione idiota per Sempronio. Ovviamente ci sono anche quelli che hanno adorato tutto, la quinta stagione, la serie e il finale, e che non si aspettavano niente di più. Ora toccherà agli spin-off, ai prequel e, chi lo sa, ai sequel (perché nel finale c’è spazio anche per quello). Ma di tutto il sottotesto politico-sociale, di quella critica così feroce e brillante al capitalismo e al sogno americano, è rimasto veramente poco. Anzi, pochissimo. Tutto è cambiato perché niente cambiasse. E sì, ci sono state le citazioni, più o meno evidenti, al fumetto e c’è stato anche il tentativo di riprendere fedelmente certe vignette (la Casa Bianca, lo scontro decisivo, eccetera eccetera). Il citazionismo fine a sé stesso, però, sembra più un esercizio stilistico che un vero tentativo di tenere insieme tutto.

The Boys ha insistito sugli stessi personaggi e si è convinta di aver trovato una gallina dalle uova d’oro, salvo poi scoprire di aver messo troppa carne a cuocere. Era partita bene, ed è finita come Game of Thrones: di fretta, presa tra i due fuochi del successo e del budget sempre più povero. Fuori, nel mondo vero, la realtà ha finito per superare la finzione, con Donald Trump, la sua rielezione, gli Stati Uniti coinvolti in tantissimi scenari di guerra e la retorica asfissiante della destra più estrema. Forse il vero problema è un altro; forse è il modo in cui, in questi anni, stiamo vivendo certi fenomeni, e cioè riempiendoli di aspettative e di speranze, cavalcando questo maledetto hype che ci dice di essere sempre entusiasti, sempre contenti, sempre sul punto di fare la rivoluzione. Ma in tv, come nel fumetto, molte idee sono già state usate e sfruttate, e tantissime storie sono già state raccontate in modo più che efficace.

Al pubblico viene venduto entusiasmo, non serie tv e film. E così, alla fine, ci ritroviamo con una quinta stagione come quella di The Boys, a metà di tante cose, di tante premesse, di tante rassicurazioni. Una quinta stagione privata di un’azione reale ed efficace, gonfiata dalla pubblicità e dal marketing, e ridimensionata, poi, dai giudizi degli spettatori. E non c’entrano i voti, ennesima tendenza di un’epoca in cui Letterboxd e gli aggregatori di voti sono più importanti delle argomentazioni. C’entra, semmai, la consapevolezza di quello che poteva essere e che non è stato; c’entra la delusione di chi, magari, aveva letto il fumetto e si era aspettato altro. E c’entra pure l’occasione persa di poter fare finalmente, e davvero, qualcosa di nuovo. Non tanto per la tv in generale, figurarsi. Quanto per le storie di supereroi.

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