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Gli agenti dell’ICE si stanno lamentando su Reddit perché non gli arriva lo stipendio e non hanno l’assicurazione Il subreddit r/ICE_ERO è diventato uno sfogatoio per gli agenti dell'ICE, che a quanto pare hanno molto da dire su retribuzione e benefit.
Su YouTube si terrà una maratona dedicata a Umberto Eco, per festeggiare la fine dei 10 anni di silenzio su di lui chiesti dallo scrittore nel suo testamento L'evento si terrà in diretta streaming sui canali YouTube della Fondazione Umberto Eco e della Fondazione Bottega Finzioni Ets, con inizio alle 12 del 18 febbraio, ora italiana.
Pur di costringerle a usare la sua app di messaggistica, il governo russo ha improvvisamente impedito l’accesso a Whatsapp a 100 milioni di persone Tutto pur di costringere i russi a iscriversi a Max, una app molto simile a Whatsapp ma controllata dal governo stesso, ovviamente.
Google ha emesso un’obbligazione che gli investitori potranno incassare tra 100 anni, se saranno ancora vivi A quanto pare, era l'unica maniera di trovare tutti i soldi che l'azienda vuole investire nello sviluppo dell'intelligenza artificiale.
Il Partito Liberale Democratico di Sanae Takaichi ha preso così tanti voti che non ha abbastanza deputati per occupare tutti i seggi vinti, quindi ne ha dovuti “regalare” un po’ agli altri partiti La vittoria è stata così larga che a un certo punto si sono accorti che non avevano più deputati da mandare alla Camera.
Alla Tate Modern di Londra sta per aprire la più grande mostra mai dedicata a Tracey Emin Concepita in stretta collaborazione con l’artista, A Second Life ripercorre 40 di carriera e riunisce più di 90 opere, alcune mai esposte prima.
C’è una nuova piattaforma streaming su cui vedere centinaia di classici, legalmente, gratuitamente e senza pubblicità Si chiama WikiFlix e riunisce più di 4000 lungometraggi, cartoni animati e cortometraggi, sia famosissimi che sconosciuti.
Trump ha fatto rimuovere la bandiera Lgbtq+ dal monumento di Stonewall, il luogo in cui è nato il movimento Lgtbtq+ Il governo ha poi spiegato che le uniche bandiere consentite nei pubblici monumenti sono quelle che «esprimono la posizione ufficiale» del governo.

The Bear 2: una serie tv può tradirci?

Com'è la seconda stagione di una delle serie più amate dello scorso anno, da poco disponibile su Disney+.

29 Agosto 2023

Questa doveva essere una stroncatura, ma alla fine non lo sarà. Ero convinto lo dovesse essere, dopo aver visto le prime tre puntate della seconda stagione di The Bear, la cui prima stagione, invece, mi aveva colpito come uno dei prodotti televisivi più esaltanti che avessi incontrato in molti anni. Avevo quindi scritto un messaggio ai miei colleghi per prendermi il pezzo prima che lo facesse qualcun altro, ed ero sicuro che sarebbe successo. Poi, la quarta puntata mi ha fatto dubitare degli appunti che avevo già iniziato a buttare giù. La quinta, la sesta, e via così fino alla decima mi hanno definitivamente convinto che non si sarebbe più trattato di un giudizio negativo. Piuttosto, di una riflessione. Che parte da una domanda: ci si può sentire traditi da una serie tv?

The Bear, uscito per la prima volta a ottobre 2022 in Italia, sembrava un oggetto alieno perché la narrazione era tesa e nervosa come quella di nessun altro prodotto simile. In un’epoca in cui abbiamo abbondantemente superato il “peak” di successo delle serie tv, in cui lo storytelling è annacquato quasi sempre e molti prodotti seriali fanno pensare “questo poteva essere un semplice film”, The Bear si è presentato come un uragano, un tavolo rovesciato, un atto rivoluzionario. Non tanto per che cosa raccontava – la trasformazione di una “cucina da incubo” in un piccolo ristorante funzionale e ordinato, e dei rapporti umani di quel posto allo stesso modo – ma per il come. Puntate da 30 minuti con il ritmo di un videoclip degli anni Novanta, di un romanzo di Bret Easton Ellis, molti rumori ambientali, molte urla, scene sincopate, corpi che si urtano, padelle che bruciano. Pura ansia, panico e velocità, che sono poi gli ingredienti principali di ogni cucina del mondo. Dalla scenografia di quella piccola cucina, in The Bear stagione uno, non si usciva quasi mai. Era quasi una serie concept, per il coraggio di quel montaggio. Il successo è stato enorme. Proprio a causa di questo successo, la seconda stagione è profondamente diversa. Al limite del tradimento.

Se la prima The Bear viveva di contrasti molto forti in uno spazio molto piccolo sotto la direzione di un unico protagonista in grado di dominare le scene (lo chef Carmy Berzatto), la seconda stagione fa il contrario: ogni puntata è dedicata a esplorare la crescita personale e professionale di un personaggio della brigata. Di conseguenza, le ambientazioni spaziano: non c’è più solo Chicago ma pure la Danimarca, non solo The Original Beef (o The Bear) ma altri ristoranti stellati, e poi case private, scuole di cucina, fino a una puntata speciale lunga un’intera ora, un flashback ambientato durante un vecchio pranzo di Natale.

Per chi si era affezionato non tanto ai personaggi, ma al modo in cui questi vivevano e si muovevano nelle puntate, lo shock di ritmo è sensibile. Dovendo seguire tutte queste storie personali, la narrazione di The Bear 2 procede lentamente, si arricchisce di momenti di riflessione e di musiche, di malinconie e ricordi. E niente più vita di cucina, niente più lotta contro il tempo e spazio per consegnare quell’ordine, niente più ansia, niente più vita… reale, mi verrebbe da dire. Invece, ecco degli scenari alla Chef’s Table, perché parte della brigata, mentre sono in corso i lavori di ristrutturazione del futuro The Bear, se ne va in stage in ristoranti stellati, e quindi non padelle in fiamme ma piatti minimal e colorati e puliti e molto bianchi con poco cibo geometrico dentro. Cucine ampie e vuote e tutte in acciaio inox bello pulito. E anche quello che c’era di politico nella prima stagione, allora, cambia prospettiva.

Se tutto lo stress che si viveva nella cucina di The Original Beef poteva essere letto come una denuncia del mondo del lavoro in senso più ampio, quest’elemento si sgonfia in favore di una narrazione sulla crescita personale e sull’inseguire i propri sogni. È ancora fortemente disfunzionale il team del ristorante quando si riunisce, ma non è più quello il principale filone narrativo. Sì, ci sono ancora critiche al mondo della ristorazione, e sono vere e giuste: come quando Uncle Jimmy Cicero parla con Carmy e dice: «Questo mestiere, come molti altri mestieri, fa schifo. Ma questo in particolare fa schifo molto di più, perché i margini di guadagno sono inesistenti», o quando in un discorso tra Syd e il padre si dice che «Questo lavoro non paga molto, non conta niente e non ha nemmeno troppo senso» (traduco liberamente dalla versione originale, perché non l’ho visto in italiano, in cui la terminologia sarà diversa). Ma questo nuovo The Bear cresce come una storia di successo che apparentemente non incontrerà intoppi, una serie di formazione in tutto e per tutto.

Alla fine gli intoppi ci saranno, per quanto minori, e se molti personaggi avranno completato la loro evoluzione alcuni non ce l’avranno ancora fatta del tutto. E The Bear 2 è una serie ben scritta, piena di emozioni, che mi ha fatto piangere ed emozionare. Però è una serie più normale di com’era, più simile ad altri prodotti televisivi che sono sempre ben fatti, e ben scritti, e ben recitati, ma esistono già. Se la prima stagione era così forte perché parlava di un’impresa che anche noi potevamo fare – prendere un buco di posto e farci il culo, e senza soldi farlo funzionare meglio, dargli una dignità, farlo divertendosi e stressandosi – qui c’è di mezzo l’ambizione stellata, il Noma, la sensazione di essere dentro un documentario, di voler diventare élite. Una serie tv può tradirci, quindi? Sì, ma può farlo rimanendo un grande prodotto narrativo. È quello che succede quando il gruppo punk del primo disco diventa un gruppo pop dopo aver firmato con la major. Lo ascolteremo ancora e ancora ci piacerà, ma ogni tanto diremo: non sono più quelli del primo disco.

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