Gli screenshot di Taysir Batniji mostrano la distanza tra Gaza e il mondo

Al festival di fotografia PhMuseum Days in mostra l'opera Disruptions dell'artista visivo palestinese.

13 Settembre 2024

Il termine “glitch art” inizia a circolare intorno al 2002: un collettivo artistico che si chiama Motherboard tiene il primo “simposio” di glitch art a Oslo, in Norvegia. Passano anni sottotraccia, e l’attenzione per il glitch esplode nel 2010 e negli anni successivi. Si fanno mostre, se ne parla sui giornali, il glitch diventa un’estetica internet ben riconosciuta. Come è normale, raggiunto il picco, si avvia verso il tramonto, o meglio, l’assorbimento. Il principio interessante della glitch art è la ricerca consapevole dell’errore nella tecnologia, l’impazzimento della macchina, il caos come riassunto della realtà: in breve, è una critica all’idealizzazione del digitale. Quando, al festival di fotografia internazionale PhMuseum Days di Bologna (dal 12 al 15 settembre: ne abbiamo parlato su StudioAgenda, la nostra newsletter mensile: ci si iscrive qui. Trovate invece tutto il programma qui), vedo l’opera Disruptions di Taysir Batniji, non posso che pensare a un altro glitch, ma ulteriore: quello tra la stessa glitch art e la realtà. Perché l’errore che si vede nelle fotografie di Batniji non è cercato, non è creato ad arte.

Disruptions è una serie di screenshot di videochiamate fatte tra il fotografo – a Parigi – e la sua famiglia – a Gaza – tra il 2015 e il 2017. Sono chiamate Whatsapp: ma la connessione internet a Gaza è debole, e i segni di questa debolezza sono queste barriere verdi così onnipresenti. Oppure i pixel sfocati, alcuni grossi come porzioni di schermo, che mostrano soltanto un accenno dei colori. Rumore, disturbo, sono elementi della comunicazione: Batniji inizia a raccogliere gli screenshot e archiviarli. Quando le guardi, queste fotografie che vengono esposte sempre nello stesso ordine, ti viene istintivamente da aspettare che succeda qualcosa: che il glitch passi, che la connessione torni stabile. Non succede.

Da Milano a Parigi riesco a comunicare con più facilità e nessun glitch con Taysir, allora gli chiedo di raccontarmi questo tentativo di far durare di più qualcosa di effimero come una videochiamata. Lui dice: «Nel mio lavoro ho sempre cercato di congelare il mio soggetto iniziale, di espanderlo, di estenderlo, di dare a ciò che è effimero, rapido, fugace, un corpo, una materialità, una presenza. Soprattutto quando si tratta di cose che sfuggono al nostro controllo, come spesso accade con le forme di comunicazione». Ma le persone che si intravedono nei glitch e nei pixel sono i famigliari di Basniji, allora ci sarà anche un qualcosa di più intimo, in questo lavoro, no? «Volevo ricordare anche le persone che mi sono care e le cui immagini andavano in pezzi. Collocare il mio soggetto in una temporalità diversa. In Disruptions per me era importante catturare questo “fenomeno”, questo momento in cui l’immagine diventa disturbata, destrutturata, pixelata, corrotta».

Dalle immagini si vede poco di Gaza e delle persone chiamate dall’artista, ma alla fine, mi sono detto, cosa si conosce davvero di Gaza, se non si è mai stati a Gaza? È un’iconografia precisa quanto vaga: palazzi di cemento distrutti, strade polverose, macchine un po’ scassate parcheggiate su marciapiedi rovinati. Per questo quando vediamo le foto di cos’era davvero Gaza City senza le bombe e i raid, e cioè una città in cui si viveva con una relativa allegria, con un’estetica che possiamo completamente riconoscere come “nostra”, ovvero il Mediterraneo che la bagna, le spiagge e il lungomare (ce lo dimentichiamo spesso, di quanto siamo uniti da quest’acqua) come quelle di Ravenna, Trapani, Livorno, per questo quando ci troviamo di fronte a queste immagini proviamo quello stupore che è indice di quanto siamo lontani con la mente e con il cuore, quanto ci sentiamo in un altro mondo che altro non è affatto.

È interessante notare come il lavoro di Batniji, concepito per essere l’immobilizzazione di qualcosa di mutevole (lo screenshot di un video) evolva in realtà nel tempo: perché guardare queste opere nel 2024 ha una carica emotiva diversa rispetto a farlo cinque anni fa. Quanto cambiano per lui queste immagini, alla luce dell’invasione? Dice: «Il 22 novembre l’esercito israeliano ha bombardato la nostra casa di famiglia nel quartiere di Shuja’iyya, a est di Gaza City, polverizzando i luoghi raffigurati in quest’opera. Sono morti ventidue membri della mia famiglia che vi si erano rifugiati. Da allora i vari edifici che la componevano sono stati completamente rasi al suolo. Ho perso più di dieci anni di lavoro, quadri, disegni, libri, documenti, che erano conservati in una stanza che fungeva da laboratorio. Tutto è scomparso. Per fortuna avevo fotografato (digitalizzato) alcuni dei miei quadri, ma una grande quantità di disegni sono sepolti per sempre. Per fortuna restano le immagini fotografiche che avevo con me a Parigi».

Con questa consapevolezza, è ancora più potente guardare le immagini di Disruptions. Rappresentano una sintesi drammaticamente potente di una tragedia sia intima che nazionale (che umana: nel senso che è coinvolta tutta l’umanità). Quello che prima era incomunicabile, con l’uccisione dei parenti di Batniji e la distruzione della sua casa di famiglia, diventa anche inconoscibile, per sempre. Rimane la sensazione più potente che ha accompagnato questi primi undici mesi di invasione e massacro sistematizzato: l’abisso dello sgomento.

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