Con il suo finale, Stranger Things si è dimostrato all’altezza di tutti i classici che lo hanno ispirato

Dopo dieci anni, e con un'ultima, grande sorpresa, è giunta al termine quella che è senza dubbio la serie Netflix più rilevante e amata di sempre.

02 Gennaio 2026

Due ore e otto minuti per l’episodio finale di Stranger Things non bastano perché possiamo dire addio a dieci anni di una delle poche serie Netflix originali, cioè non tratte da libri né fumetti, in grado di lasciare un segno così forte nel nostro immaginario. Certo, i richiami a quell’epoca stroboscopica che furono gli anni Ottanta, incluso il suo pantheon di reference culturali ed Easter eggs, ce ne sono a iosa. Li avevano in mente i creatori stessi, i fratelli Matt e Ross Duffer, che di quel decennio non hanno mai celato di esser debitori: nello show bible, cioè il documento presentazione della serie, che inizialmente doveva durare otto ore e chiamarsi Montauk per evocare una delle più bizzarre teorie cospirazioniste targate Usa, i gemelli Duffer così raccontano la loro idea: «La sensazione di paura e meraviglia mentre Elliott si avvicina a un capannone intriso di nebbia in E.T… L’orrore di un pagliaccio ridacchiante in IT… L’amicizia e l’avventura di Stand by me».

In questa brodaglia di riferimenti culturali dove l’orrore di Stephen King s’impasta allo stupore di Steven Spielberg, ci siamo tuffati tutti noi, più o meno cultori del genere sci-fi. Ci è stato fin troppo chiaro che in un futuro sempre più teso al minimalismo culturale e all’appiattimento intellettuale, prendere uno zaino e inforcare una bici per le strade illuminate da un vapore intermittente di luce calda e trapassate dalla nebbia di provincia era il nostro modo di guardare avanti circondandosi di resti. Non si spiega altrimenti come in questi dieci anni, più o meno affezionati alla serie, abbiamo collezionato di tutto – dai gadget alle felpe – e subito la fascinazione per quegli apparecchi analogici, dal walkie talkie al walkman, quel tanto che bastasse per riempire la nostra cassetta di sicurezza da usare per evadere un poco dal mondo.

Da Dungeons & Dragons a Dungeons & Dragons

Gli anni Ottanta, il decennio instancabile nel produrre miti e creare nuove epiche, hanno rappresentato il miglior antidoto allo smarrimento di sé stessi: che si fosse Material girl come Madonna o Master of Puppets come i Metallica, solo per citare due brani usciti rispettivamente nell’85 e nell’86, ognuno di noi, prima che app e social piallassero le relazioni interpersonali, poteva trovare casa in un sottogruppo sociale. Gli adulti allenavano alle caste, ma i ragazzini degli anni Ottanta potevano affacciarsi al vasto mondo senza la paura della solitudine che attanaglia i teen di oggi. Stranger Things si apre con quattro bambini che giocano a Dungeon & Dragons nello scantinato di una casa come tante, ordinaria quel tanto che è bastato al cinema per fare dei sobborghi perfetti un luogo metafisico, da American Beauty a The Truman Show. Cinque stagioni dopo, lo scantinato è lo stesso, ma quei bambini vi escono da uomini, perché se è vero che la vita è un cerchio fatto da passaggi di testimone, è altrettanto vero che siamo quello che riusciamo a immaginare. Mike Wheeler, il leader del gruppo che nell’ultima sessione di D&D fa da narratore, racconterà tutta questa storia di amore e tanto dolore nella forma di una campagna di gioco. Perché anche se la vita ti impone regole implacabili puoi sempre scegliere di tirare i dadi e lasciare che le cose vadano come devono andare.

Stranger Things non è una serie sulla retromania e la fascinazione museale del passato. Quel dolceamaro che ci lascia come il suono di un’elegia ci ricorda che il passato può diventare una comoda prigione, i rimpianti la peggiore scusa per sfuggire al presente. Ce lo hanno insegnato un manipolo di ragazzini non conformi e felici di esserlo. Lo hanno insegnato agli adulti e la più bella acquisizione di consapevolezza ce la dà Jim Hopper, capo della polizia di Hawkins e padre acquisito di Eleven, quando dice a Mike, che piange per aver perso l’amore della sua vita, che si può vivere bloccati nella memoria, fissi a guardare un cippo che enumera le vittime incontrate sulla nostra strada. E dare così alla morte il potere di definirci. Lo ha imparato per primo lui, che si presenta nel fondo della depressione per la perdita della piccola figlia Sarah morta di leucemia e un matrimonio naufragato: il suo senso di colpa è la velata ammissione che vogliamo il potere su tutto, vita e morte compresi. Sarà Eleven alla fine di tutto a ricordarglielo con un atto di coraggio e puro amore: «Mi hai cresciuta, protetta, sei diventato il mio papà. Ma non sono più una bambina. E non sono Sarah. Lei non ha potuto scegliere. Ma io posso e ho bisogno che tu creda in me».

Eleven, da bambina strappata dalla madre per diventare cavia di laboratorio a donna consapevole di tutto, è il personaggio più interessante di tutta la serie: nolente, si trova a reggere un grande specchio verso la natura umana, lei cresciuta come un «mostro», manipolata e abusata per diventare un’arma telecinetica da usare contro i russi nel pieno della guerra fredda, incarna dentro di sé quei conflitti che gli adulti non vogliono affrontare. In questa guerra dei mondi in piena era Reagan non c’è il ritorno dell’America sulla scena globale e l’US Army soccombe rovinosamente: gli elicotteri esplodono, i ragazzi che combattono il vero nemico in un altromondo speculare ma molto più spaventoso noto come Sottosopra, imbracciano le armi che hanno plasmato l’immaginario cinematografico dei ribelli al sistema, come Rambo e il suo coltello. Le regole restano, ma si possono cambiare in nome di un caos positivo in cui le categorie si mischano, per dirla come Dustin Henderson dice ai diplomati dell’89: «Quando conosci qualcuno diverso da te, impari qualcosa di nuovo su te stesso. Cambi. Cresci».

Nessun mostro, nessuna paura

In fondo, ci mancherà una serie che ci ha fatto sentire bene ammettendo la nostra diversità, che ci ha fatto piangere mentre realizzavamo il suo peso. Fare coming out mentre il mondo è prossimo all’apocalisse, come fa Will Byers, non è una scena che ammicca alla diversity e inclusion imposta dall’agenda Netflix, come hanno insinuato in molti. È in quella linea spezzata dalla società che si insinuano le insicurezze e le paure di ciascuno, e che Vecna il nemico abita per plasmare la mente di chi possiede. Will ha vissuto sentendosi sbagliato, il suo coming out è l’ammissione di una negazione: «Non mi piacciono le ragazze». Come se essere al mondo sia questione di positivo e negativo. Solo chi vive una condizione simile può capire il coming out: se sei nato alla fine degli anni Ottanta o hai vissuto l’infanzia e l’adolescenza in provincia, la propria identità è vista come una parola che si teme possa recidere le relazioni. Will e Eleven hanno trovato il coraggio di guardare in faccia gli incubi proiettati dal mondo su di loro e li hanno attraversati perché era la cosa giusta da fare: trasformare la negazione in strumento di forza: «Non sono io il mostro» dice Eleven allo scienziato-patrigno che l’ha sfruttata per anni abusando psicologicamente di lei. «Non ho più paura» dice Will a Vecna quando prende controllo della sua mente per ferirlo.

La grande lezione degli anni Ottanta è ricordarci che solo insieme si vince, come insegna il maestro dell’horror Stephen King: il pagliaccio assassino IT viene sconfitto dal gruppo dei Perdenti, mentre il solipsismo della giovane Carrie la rende un’arma di distruzione di massa a causa dei suoi poter telecinetici. In Stranger Things, Vecna è il villain numero uno perché, quando era solo un bambino, il male rintanato nel mondo dell’Abisso gli ha fatto credere di essere il solo a sopportare il peso del mondo. In questo disgusto per il genere umano, al piccolo Henry Creel non restava che allearsi con questo male. Anni dopo sarà Will, la sua nemesi, a ricordargli che, malgrado tutto, si può sempre scegliere.

Libertà è fare la scelta giusta. Will stesso lo ha imparato nel momento più difficile della sua infanzia, quando suo padre lo ha lasciato: lo ha capito con l’amico Mike al suo fianco, col fratello Jonathan che lo ha aiutato a costruire il Castello Byers nel bosco, quella capanna in cui rintanarsi mentre si ha l’impressione che tutto il mondo cada a pezzi e piove «purple rain», quella pioggia viola che, nella ballata di Prince, rappresenta l’apocalisse, quando il rosso del sangue e il blu del cielo si mescolano. Non è un casuale che Purple Rain faccia da colonna sonora al congedo di Eleven da Mike. Rosso e blu, sangue arterioso e venoso insieme, che cola dai nasi, si disperde, esce a fiotti irrimediabilmente. Ma poco importa dove andrà a finire tutto questo sangue pulito, o infetto che sia, che scorre dentro i nostri mondi. Ciò che conta è il cuore, come già scriveva Blaise Pascal: «Quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di chi lo uccide, dal momento che egli sa di morire e il vantaggio che l’universo ha su di lui».

Così, mentre il gate per il Sottosopra si chiudeva per l’ultima volta nella notte a cavallo tra il 31 dicembre e il 1° gennaio, abbiamo imparato che si può dire addio con gli occhi pesanti, ma col cuore pronto a guardare in modo diverso alla fine. In fondo, come canta Joe Kerry, che in Stranger Things interpreta Steve Harrington, è solo la fine di un nuovo inizio. E noi, col sorriso nostalgico, possiamo esserne protagonisti.

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