E probabilmente non lo sapremo mai, visto che lo sviluppatore del gioco Niantic nel frattempo lo ha rimosso.
C’è qualcosa nella natura del collezionismo, quale che sia l’oggetto del desiderio di chi raccoglie, scambia, cataloga e mai completa la sua wunderkammer rigidamente sistematizzata, che sembra sempre istigare derive compulsivo-ossessive. Dalle vecchie schede telefoniche alle carte dei Pokémon diventate la tulip fever contemporanea, il passaggio da hobby di nicchia a collezionismo pop sembra sempre coincidere con tentativi di speculazione, su piccola o grande scala.
Da chi vende un oggetto raro e prezioso a prezzi folli su Vinted a chi usa bilance di precisione per individuare i pacchetti di carte che contengono olografie rare (sono più pesanti di qualche milligrammo rispetto ai pezzi normali). C’è persino chi elabora una vera e propria manipolazione del mercato per alzare artificialmente il prezzo di una carta piuttosto comune, come accaduto nel caso del “Kabuto King”. O forse è solo l’ennesimo sintomo di come vivere il nostro tempo significhi, anche e soprattutto in quello libero dedicato ai nostri hobby, applicare una metrica, una terminologia, numeri e statistiche con cui il mercato ci ha insegnato a misurare anche ciò che di finanziario non è.
Non poteva che impigliarsi in questa contraddizione un tipo di collezionismo che sembra la perfetta emanazione di un certo marketing legato agli eventi e alla FOMO, quello che trasforma ogni iniziativa in una fila lunga ore e chilometri. Dopo il boom registrato in occasione delle Olimpiadi di Parigi, il collezionismo di spillette olimpiche è sbarcato anche in Italia. Non poteva farlo in una città migliore di Milano, la capitale italiana di questo approccio entusiasta, quando non presenzialista, agli eventi. Sembra quasi destino che s’impazzisse per le spillette nella città delle file chilometriche per ogni pop up store, collaborazione, evento del fuori Salone, apertura dell’ennesimo ristorante che serve smashburger.
Atene, più di 100 anni fa
Invece la pin mania che attraversa la città e i social arriva da lontanissimo, nello spazio e nel tempo. Limitandoci ai Giochi Olimpici potremmo dire che la sua genesi “moderna” risale alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, quando tutta una serie di marchi – in primis la Coca-Cola, dato che era la “sua” Olimpiade – cominciarono a produrre spillette dedicate all’evento da distribuire agli spettatori nel corso delle gare. Le pin riportavano il logo dei brand coinvolti (McDonald’s, Coca-Cola appunto, Delta Air Lines, UPS, Swatch, Kodak) in intricati design dedicati agli sport olimpici o allo spirito dell’evento. Per i marchi, connessi al mondo dello sport o alla città ospitante, era un modo di ottenere visibilità e sfruttare lo spirito olimpico, ricalcando quella che però era una tradizione che continuava da oltre un secondo, slegata da fini commerciali.
È dai primi Giochi Olimpici moderni, quelli di Atene 1896, infatti, che a giudici, atleti e personale sportivo dedicato vengono assegnate delle spillette identificative. Inizialmente si trattava di un mezzo per distinguere velocemente chi si trovasse dove e con quale funzione. Presto gli atleti, in maniera spontanea e amicale, cominciarono a scambiarsi le spillette delle reciproche delegazioni come memorabilia. La pratica divenne tanto popolare che, senza troppo clamore, è diventata convenzione che nel kit standard di ogni atleta ci fossero qualche decina di spillette, da collezionare e scambiare. Nel 1904 a St. Louis furono prodotti i primi esemplari in metallo – quelle ateniesi erano di legno – A Londra nel 1908 arrivano i primi modelli personalizzati, nel 1912 a Stoccolma si iniziò a venderle attraverso canali ufficiali, a Parigi nel 1924 iniziarono a scambiarseli per passare il tempo (era la prima volta che vivevano tutti assieme nel Villaggio). A Berlino, nel 1936, si arrivò a produrne un milione e ne furono vendute così tante che quegli introiti aiutarono a coprire una parte dei costi di organizzazione dell’evento.
Pindemonium
Ma è ad Atlanta che si amplia la platea di questi scambi: il pubblico infatti è sempre più abituato a avvicinare gli atleti e i commissari tecnici per a chiedere di scambiare le spillette. Tanto che si crea una comunità sparsa per tutto il mondo di persone che vanno ai Giochi non per vedere le gare, ma per scambiarsi le spillette. La nazione che ospita più collezionisti di questo tipo sono appunto gli Stati Uniti, seguiti da Cina, Corea, Giappone e dai Paesi che hanno ospitato negli ultimi decenni un’Olimpiade, invernale o estiva. Tra i collezionisti si forma inevitabilmente un’aristocrazia e i collezionisti di spillette non fanno eccezione: il greco Giannis, con la sua leggendaria collezione di 50 mila pezzi; il veterano newyorchese Eddie Schneider, 25 mila spillette raccolte dal 1984 a oggi; la giovane leva Josh Waller, 21 anni, che ha iniziato la sua collezione quando ne aveva 8, ai Giochi di Londra, ed è già proprietario di 10 mila pezzi e inventore del termine Pindemonium per descrivere l’impazzimento che ogni quattro anni travolge la sua comunità; Robert Prat, 87 anni, da Monaco di Baviera, 5 mila spillette conservate ordinatamente in scatole delle scarpe; Jim Goddard di Denver, 1500 pezzi che non cederebbe a nessuno per nessuna ragione, altri 2000 che conserva solo per gli scambi.
Esiste anche un club internazionale, punto di riferimento e ritrovo di tutti gli impallinati del mondo: si chiama Olympin (capito? Olympics e pin) Collectors Club, fondato nel 1982, 500 membri in 30 Paesi del mondo, organizzatore della fiera annuale World Olympic Collectors’ Fair, editore di una newsletter trimestrale e fornitore di servizi di consulenza per i profani della spilletta. Per capirci, è a loro che bisogna rivolgersi per capire se quella spilletta di Pikachu dei Giochi di Parigi, venduta a 2600 euro, vale davvero quella cifra. Lo stesso discorso vale per le due famose spille dei Giochi di Atene quotate a 2500 dollari l’una.
Nonostante le mire del marketing e la gola di quanti farebbero scalping di letteralmente qualsiasi cosa, un po’ dello spirito olimpico rimane ancor oggi in questa tradizione. Se infatti la quotidiana distribuzione – ogni mattina alle 8 l’ente turistico YesMilano! annuncia un luogo o un negozio dove le spille saranno regalate a partire da mezzogiorno, il primo giorno a NoLo si sono presentate 1000 persone, il secondo alla Torre Velasca erano in 600, la diminuzione si spiega con la scoperta del tetto di 250 spille “omaggio” – di pin dedicate ai quartieri della città (e al panettone, poteva mica mancare) realizzata dall’ente turistico YesMilano! si è tramutata in pochi giorni in code chilometriche e poi in rivendite online a prezzi folli, i collezioni “veri” girano città e pin center con i loro valigioni ricolmi di spille.
Il loro è un altro mondo, che richiama quello delle figurine: non vendono, scambiano. Ovviamente una pin rara richiede più spillette date in cambio per questioni di equilibrio della transazione, ma molti di loro sono disposti a regalare pin per cibo gratis, l’ingresso a un evento, o come è capitato a chi scrive, un’intervista. A favorire questo lato “etico” del collezionismo è il fatto che non esista un catalogo definitivo delle pin esistenti, perché raramente sponsor o delegazioni pubblicano informazioni sulle collezioni realizzate o le loro tirature. Dei dati ufficiali, pochi, però esistono e vengono da Honav, l’azienda losangelina che produce le spille ufficiali di questi Giochi Olimpici e si occuperà anche di quelle di Los Angeles nel 2028: in giro tra Milano e Cortina, dice Mario Simonson, proprietario di Honav, girano tre milioni di spillette. Il conto non comprende quelle non ufficiali, cioè quelle che non riportano il logo della sua azienda, e che secondo lui hanno «nessun valore per i collezionisti seri».
Snoop Dogg e Simon Biles e Lindsey Vonn
Dipende, ovviamente: Oggi, a Milano sembra che i pezzi più desiderati siano quelli, rarissimi, anche questi non ufficiali, realizzati dai media giapponesi per i loro giornalisti. A Cortina sembra ci sia parecchia domanda per le spillette della delegazione iraniana. Ai Giochi di Parigi la spilletta più desiderata e cercata era quella che raffigurava Snoop Dogg che formava i cinque cerchi esalando fumo dalla bocca (non sappiamo dal consumo di quale sostanza venisse questo fumo), immagine che è difficile immaginare avesse ricevuto l’approvazione del CIO. Subito dietro a quella di Snoop Dogg c’era l’ormai leggendaria spilla personalizzata di Simon Biles, la sagoma dorata di cuore con la sua firma incastonata al centro, uno dei pezzi più citati nei 17 mila TikTok con hashtag #pintrading che furono pubblicati durante gli ultimi Giochi Olimpici estivi. Si capisce, le spillette personalizzate degli atleti più famosi sono oggetti del desiderio. Mitra Kalhor, commissaria tecnica della Nazionale iraniana di sci alpino, prima dell’inizio di questi Giochi aveva detto che c’erano due sogni che voleva realizzare. Uno era parlare con Lindsey Vonn «per dirle che è la mia eroina»; l’altro era «chiederle la sua spilletta».
Così quando chiedi a quanti sono radunati all’official pin center di corso Como qual è la spilla di cui sono più orgogliosi, prima indicano set elaboratissimi ed estremamente rari, ma se invece chiedi quale non scambierebbero mai, esordiscono con un racconto che inizia invariabilmente con un “questa non è rara” e continua con la storia di un atleta poco quotato contento che qualcuno gli parlasse che ha finito per vincere una medaglia, un commissario di gara che li ha fatti sgattaiolare nella cerimonia di chiusura o un altro collezionista con cui sono stati ore sotto la pioggia in attesa di una chiacchierata distribuzione di spillette segrete che si è rivelata una bufala.
Forse il poco spirito olimpico rimasto sta tutto lì, nei lunghi viaggi che gli fanno girare il mondo un’Olimpiade alla volta, nelle borse colme di doppioni che finiscono per utilizzare più per attaccar bottone con i locali che per rimpinguare la loro collezione, nelle loro storie e nei ricordi racchiusi in pochi millimetri di metallo decorato con colori sgargianti.
Non recitava da anni e non aveva fatto quasi nulla di rilevante dopo Dawson's Creek, ma la morte dell'attore ha portato al lutto collettivo un'intera generazione. È un fenomeno che la letteratura scientifica ha spiegato così: relazione parasociale più grief policing.
