Justin Thomas accusa Elizabeth Peyton di plagio e la David Zwirner Gallery e Sotheby’s di aver provato a trarre guadagno da questo plagio.
Con i suoi film, Hirokazu Kore-eda ha sempre parlato di famiglia e di quello che significa stare insieme, esserci per l’altro, e poi ha parlato di infanzia e del rapporto che si può creare tra gli adulti e i bambini. Chi è responsabile per chi, dove inizia la consapevolezza e dove l’innocenza. Perché a volte, per volersi bene, serve quasi fare un atto di fede. Si è infilato tra le pieghe del lutto, decostruendolo e ribaltandolo. Ha preso il senso stesso della perdita e l’ha trasformato, cogliendolo esattamente nella sua essenza e nelle sue contraddizioni. Non si è mai tirato indietro, Kore-eda. Non ha mai detto cose a metà o nascondendone il reale peso e le conseguenze. È uno dei registi più importanti della sua generazione, ma è anche uno degli artisti che negli ultimi anni hanno contribuito di più al rilancio di un’idea più intima, ma non per questo retorica o intimista, di cinema e racconto.
Kore-eda si muove su quella linea sottile che appartiene al realismo: ne avverti la forza, la potenza, e ne hai anche un po’ paura. Perché i mondi che crea, che talvolta evoca, sono i mondi in cui viviamo: mondi che parlano di noi, della nostra mediocrità, di questo bisogno assurdo e bellissimo che abbiamo di affetto. Dell’ansia che ci attanaglia costantemente. Di quello che i bambini sanno, e sanno quasi inconsciamente, e che li rende perciò diversi dagli adulti. Né peggiori e nemmeno migliori: solo diversi. Sheep in the Box, il suo ultimo film distribuito da Lucky Red e BIM Distribuzione, può sembrare un cambio di rotta. E, per certi versi, lo è. È un film pieno di luce e di colori chiari, quasi sfumato nella fotografia (e Kore-eda, nella sua carriera, ha sempre lavorato con le tonalità più scure). La perdita viene messa in risalto dall’assenza del buio e dall’esaltazione del suo contrario. La famiglia non passa in secondo piano, ma assume un valore differente, più ricercato e incerto. Il lutto è una costante, un pensiero ricorrente, ma è anche, e forse soprattutto, una spinta al rinnovamento. E poi c’è il futuro, con la tecnologia e l’AI, e c’è questo bambino androide, intelligentissimo e sensibile, incapace di provare odio, che ha il difficile compito di guidare due adulti, un padre e una madre che hanno perso il figlio, nel resto delle loro vite.
Sheep in the Box si muove, insomma, tra altre coordinate, ma rimane chiaramente un film di Kore-eda. Forse è più sfilacciato in alcuni punti, proprio perché interviene il genere, che porta il racconto su latitudini e longitudini differenti. Non si tratta, però, di un’inconsistenza visiva o stilistica. È un tema ampio e difficile, quello di cui vuole occuparsi Kore-eda: il nostro rapporto con l’ambiente, con chi amiamo, con la morte. Il nostro rapporto, soprattutto, con il tempo. E quindi è naturale che, a un certo punto, alcune cose tendano a scontrarsi, accavallandosi o, al contrario, respingendosi. Sheep in the Box ci parla anche di cinema e di comunicazione, del ruolo che hanno le immagini nelle nostre vite, di quello che decidiamo di raccontare agli altri e, soprattutto, a noi stessi. E sotto questo punto di vista il film di Kore-eda si trasforma in una riflessione sul suo percorso e sulla sua carriera: cambiare non per essere ancora rilevanti, cambiare per continuare a essere sé stessi.
Il 2026 è un anno impegnativo per Kore-eda. Non solo ha presentato Sheep in the Box all’ultimo Festival di Cannes, ma si prepara ad andare a Venezia, in concorso, con Look back, il live action tratto dall’omonimo fumetto di Tatsuki Fujimoto (in Italia pubblicato da Star Comics). E sebbene questi due film, con le loro storie, possano sembrare estremamente distanti tra di loro, in realtà è evidente un filo rosso che li unisce: l’attenzione per la creatività. In Sheep in the Box si traduce nel lavoro dei due protagonisti, lei architetta, lui costruttore di case, e nel progetto che sviluppa l’androide. In Look Back, invece, si parla di manga. In questi anni, Kore-eda ha sperimentato, si è confrontato con linguaggi e generi differenti: dal grande schermo è passato al piccolo e viceversa. Si è fatto travolgere dalla sua voglia di storie. E ha lavorato sulla lente della sua visione mettendo a fuoco spunti e personaggi a tratti somiglianti e a tratti, invece, completamente inediti per la sua cinematografia.
Kore-eda vede il mercato giapponese per il suo potenziale e per le sue criticità, e lo dice e ne parla appena ne ha l’occasione. In Sheep in the Box prova, e per alcune cose ci riesce, ad allargare la sua riflessione, a guardare oltre la società e a immergersi nel futuro, con quello che ci aspetta sia come singoli individui che come gruppo. In questo compito, lo aiutano i suoi attori: Haruka Ayase, che aveva già lavorato con lui nel 2015 e che qui interpreta Otone Kōmoto, e Daigo, che interpreta il marito di Otone, Kensuke. Lei immagina le case, lavora sullo spazio, sintetizza (proprio come fa il cinema), mentre lui è un costruttore che usa il legno, seguendo la tradizione e muovendosi in quel solco fatto di esperienza ed eredità. Soprattutto, però, Kore-eda si affida al piccolo Rimu Kuwaki, che interpreta Kakeru: sia l’androide che il bambino che è scomparso e che rivive nei ricordi dei suoi genitori. Ecco, Sheep in the Box è un film che ci parla della memoria e della sua importanza e che ci dice che le esperienze come il lutto sono differenti per ognuno di noi e, allo stesso tempo, simili. Ed è su questa somiglianza che dobbiamo lavorare e ritrovarci. Un ponte, dopotutto, che Kore-eda ha sempre provato a costruire nei suoi film.
