In Sheep in the Box Hirokazu Kore-eda ci ricorda che la creatività è l’unica via di salvezza per gli esseri umani

Il nuovo film del maestro giapponese parla di amore, famiglia, lutto, tempo, tecnologia. Ma è, soprattutto, una commovente difesa di ciò che ci rende umani: la capacità di creare, dal nulla, arte e vita.

27 Agosto 2026

Con i suoi film, Hirokazu Kore-eda ha sempre parlato di famiglia e di quello che significa stare insieme, esserci per l’altro, e poi ha parlato di infanzia e del rapporto che si può creare tra gli adulti e i bambini. Chi è responsabile per chi, dove inizia la consapevolezza e dove l’innocenza. Perché a volte, per volersi bene, serve quasi fare un atto di fede. Si è infilato tra le pieghe del lutto, decostruendolo e ribaltandolo. Ha preso il senso stesso della perdita e l’ha trasformato, cogliendolo esattamente nella sua essenza e nelle sue contraddizioni. Non si è mai tirato indietro, Kore-eda. Non ha mai detto cose a metà o nascondendone il reale peso e le conseguenze. È uno dei registi più importanti della sua generazione, ma è anche uno degli artisti che negli ultimi anni hanno contribuito di più al rilancio di un’idea più intima, ma non per questo retorica o intimista, di cinema e racconto.

Kore-eda si muove su quella linea sottile che appartiene al realismo: ne avverti la forza, la potenza, e ne hai anche un po’ paura. Perché i mondi che crea, che talvolta evoca, sono i mondi in cui viviamo: mondi che parlano di noi, della nostra mediocrità, di questo bisogno assurdo e bellissimo che abbiamo di affetto. Dell’ansia che ci attanaglia costantemente. Di quello che i bambini sanno, e sanno quasi inconsciamente, e che li rende perciò diversi dagli adulti. Né peggiori e nemmeno migliori: solo diversi. Sheep in the Box, il suo ultimo film distribuito da Lucky Red e BIM Distribuzione, può sembrare un cambio di rotta. E, per certi versi, lo è. È un film pieno di luce e di colori chiari, quasi sfumato nella fotografia (e Kore-eda, nella sua carriera, ha sempre lavorato con le tonalità più scure). La perdita viene messa in risalto dall’assenza del buio e dall’esaltazione del suo contrario. La famiglia non passa in secondo piano, ma assume un valore differente, più ricercato e incerto. Il lutto è una costante, un pensiero ricorrente, ma è anche, e forse soprattutto, una spinta al rinnovamento. E poi c’è il futuro, con la tecnologia e l’AI, e c’è questo bambino androide, intelligentissimo e sensibile, incapace di provare odio, che ha il difficile compito di guidare due adulti, un padre e una madre che hanno perso il figlio, nel resto delle loro vite.

Sheep in the Box si muove, insomma, tra altre coordinate, ma rimane chiaramente un film di Kore-eda. Forse è più sfilacciato in alcuni punti, proprio perché interviene il genere, che porta il racconto su latitudini e longitudini differenti. Non si tratta, però, di un’inconsistenza visiva o stilistica. È un tema ampio e difficile, quello di cui vuole occuparsi Kore-eda: il nostro rapporto con l’ambiente, con chi amiamo, con la morte. Il nostro rapporto, soprattutto, con il tempo. E quindi è naturale che, a un certo punto, alcune cose tendano a scontrarsi, accavallandosi o, al contrario, respingendosi. Sheep in the Box ci parla anche di cinema e di comunicazione, del ruolo che hanno le immagini nelle nostre vite, di quello che decidiamo di raccontare agli altri e, soprattutto, a noi stessi. E sotto questo punto di vista il film di Kore-eda si trasforma in una riflessione sul suo percorso e sulla sua carriera: cambiare non per essere ancora rilevanti, cambiare per continuare a essere sé stessi.

Il 2026 è un anno impegnativo per Kore-eda. Non solo ha presentato Sheep in the Box all’ultimo Festival di Cannes, ma si prepara ad andare a Venezia, in concorso, con Look back, il live action tratto dall’omonimo fumetto di Tatsuki Fujimoto (in Italia pubblicato da Star Comics). E sebbene questi due film, con le loro storie, possano sembrare estremamente distanti tra di loro, in realtà è evidente un filo rosso che li unisce: l’attenzione per la creatività. In Sheep in the Box si traduce nel lavoro dei due protagonisti, lei architetta, lui costruttore di case, e nel progetto che sviluppa l’androide. In Look Back, invece, si parla di manga. In questi anni, Kore-eda ha sperimentato, si è confrontato con linguaggi e generi differenti: dal grande schermo è passato al piccolo e viceversa. Si è fatto travolgere dalla sua voglia di storie. E ha lavorato sulla lente della sua visione mettendo a fuoco spunti e personaggi a tratti somiglianti e a tratti, invece, completamente inediti per la sua cinematografia.

Kore-eda vede il mercato giapponese per il suo potenziale e per le sue criticità, e lo dice e ne parla appena ne ha l’occasione. In Sheep in the Box prova, e per alcune cose ci riesce, ad allargare la sua riflessione, a guardare oltre la società e a immergersi nel futuro, con quello che ci aspetta sia come singoli individui che come gruppo. In questo compito, lo aiutano i suoi attori: Haruka Ayase, che aveva già lavorato con lui nel 2015 e che qui interpreta Otone Kōmoto, e Daigo, che interpreta il marito di Otone, Kensuke. Lei immagina le case, lavora sullo spazio, sintetizza (proprio come fa il cinema), mentre lui è un costruttore che usa il legno, seguendo la tradizione e muovendosi in quel solco fatto di esperienza ed eredità. Soprattutto, però, Kore-eda si affida al piccolo Rimu Kuwaki, che interpreta Kakeru: sia l’androide che il bambino che è scomparso e che rivive nei ricordi dei suoi genitori. Ecco, Sheep in the Box è un film che ci parla della memoria e della sua importanza e che ci dice che le esperienze come il lutto sono differenti per ognuno di noi e, allo stesso tempo, simili. Ed è su questa somiglianza che dobbiamo lavorare e ritrovarci. Un ponte, dopotutto, che Kore-eda ha sempre provato a costruire nei suoi film.

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