Il concetto a cui Sergio Romano ricorre più spesso per spiegarsi è quello di incanto. Gli incontri con le persone che gli piacciono li descrive come “incantevoli”. Il modo in cui la vita certe volte procede come se fosse mossa da una volontà narrativa, come se ognuno fosse il protagonista di un racconto, lo fa sentire “incantato”. È sempre con questa parola che racconta tutte le cose incredibili che gli sono successe nell’ultimo anno: l’incontro con Francesco Sossai, l’amicizia con Pierpaolo Capovilla e Filippo Scotti («i miei compari», dice), le sale piene, il David di Donatello vinto per la sua interpretazione di Carlobianchi. Tutto questo, Sergio Romano se lo spiega con questa sorta di “magia”, questa energia mistica e benevola che pervade il suo mondo. Solo una cosa, anche dopo tutto questo tempo, gli rimane inspiegabile: il successo delle Città di pianura. Quello, dice, «mi rimane un mistero». Abbiamo provato a risolverlo, questo mistero, nella conversazione che state per leggere.
Sergio Romano è il protagonista della nostra nuova digital cover. Questa intervista la trovate anche sul nostro canale YouTube.
ⓢ Sergio, è passato un po’ di tempo adesso dalla vittoria del David di Donatello per il Migliore attore protagonista. Che cosa ti è rimasto di quella serata?
Mi ha lasciato un po’ stordito, ma anche con questo sentimento di gratitudine. Perché è come se, tutto a un tratto, vedessi davanti a te tutta la tua vita. Quando sono salito sul palco mi sono domandato: ma cosa ci faccio qui? Come ci sono arrivato? Ed è una cosa anche commovente, devo dire. Avrei voluto ringraziare tutti e ovviamente è stata proprio la volta che mi sono dimenticato di ringraziare Pierpaolo (Capovilla, ndr) e Filippo (Scotti, ndr), che sono stati i miei compari per un mese. Con loro è nata una collaborazione, un’amicizia senza competizione. Con Filippo c’è stato lo stupore di incontrare un uomo più giovane di me, maturo, forte, un bravo attore, con il quale c’era un dialogo splendido, ricco. E in Pierpaolo ho trovato un artista che si è offerto completamente, nonostante non sia il suo lavoro fare l’attore. Si è dato come artista, offrendo la propria vulnerabilità. E non è facile, non è scontato, è una cosa su cui devi lavorare. Lui è stato meraviglioso, con quegli occhi azzurri e quella sua presenza, un imperativo poetico su tutto. È stato un bellissimo incontro. Ma dicevamo… Ah, sì. Quello che mi ha lasciato il David è, da un lato, questo sentimento di gratitudine per le persone che mi hanno ispirato, che mi hanno accolto. Ho ricevuto una quantità di messaggi ai quali non sono riuscito a rispondere tutti, anche perché cerco di rispondere personalmente, anche su Instagram. Sono del Novecento, io! Non mi piace fare “vi ringrazio tutti, ciao ciao”. Ma è un lavoro immane e mi perdo. Ho ritrovato persone che non vedevo da tanto tempo, anche. E poi, l’altra cosa che il David mi ha lasciato è un maggiore senso di responsabilità.
ⓢ Nel tuo discorso di premiazione hai detto una frase su cui molti si sono interrogati nelle ore successive alla cerimonia. Te la cito: «Il nostro Paese ha bisogno di essere raccontato, di essere visto, come un bambino ha bisogno di essere visto». Cosa significa per te vedere e raccontare questo Paese, in questo momento? Cosa intendevi con quella frase?
Premessa: quando sono salito sul palco non ci capivo più niente. Mi ero preparato un bigliettino, che avevo in tasca, ma non l’ho tirato fuori, come un idiota. E mi sono dimenticato di citare Filippo, Pierpaolo, come ti dicevo. Però c’è una cosa che mi è piaciuta di quel momento, una cosa che avevo bisogno di fare: quando all’inizio, brandendo la statuetta, ho urlato “Bocceeeee!”. È stata una specie di liberazione, perché una vittoria devi celebrarla, anche perché non è solo per te. Ecco una cosa che mi ha colpito molto: mi sono reso conto che una vittoria non è mai solo tua. C’è qualcuno che ti guarda, che condivide il tuo percorso, e se ce la fai tu, si sente incoraggiato anche lui. Quanto alla frase, quella frase… Mi è apparsa nella mente poche ore prima della cerimonia: il nostro Paese ha bisogno di essere raccontato, ha bisogno di essere visto, come un bambino ha bisogno di essere visto. Il bambino che c’è in ognuno di noi ha bisogno di essere visto perché abbiamo bisogno di specchiarci negli occhi degli altri. Intendevo condividere con i miei colleghi, con tutto il mondo del cinema che era lì presente, un suggerimento di metodo, una domanda da farsi e non una definizione da darsi. Preferisco lasciarla aperta, quella domanda. Fra le tante cose che abbiamo da fare, facendo cinema, facendo le arti, occupandoci del mondo della cultura, possiamo farci questa domanda: possiamo cercare di vedere, di curare il nostro Paese come un bambino, metterci in rapporto con lui e poi provare ognuno a dare la propria risposta.
ⓢ E la risposta che ti sei dato tu qual è?
Guarda, ho letto poco tempo fa un breve libro del produttore Carlo Crestodina. Si intitola È un’impresa fare cinema e l’ho trovato interessante perché propone un atteggiamento, un modo di domandarsi, dal punto di vista soprattutto del produttore, che cinema voglio fare, cosa voglio raccontare. Io credo che abbiamo bisogno di stare insieme, di condividere, di raccontarci tra di noi, di dialogare profondamente, non solo nel mondo del cinema, ma nell’arte, nel teatro, tra tutti coloro che si occupano della rappresentazione, diciamo così. Perché quella può essere la base per arrivare a un rinnovamento del nostro lavoro, e anche a una condivisione col mondo della politica che produca leggi che consentano un miglioramento profondo di tutto il mondo dell’arte e della cultura. Proprio perché il nostro Paese ha bisogno di essere raccontato come quel bambino che c’è dentro di noi, che ha bisogno di guardarsi e di specchiarsi per capire chi è. Questa è una funzione fondamentale dell’arte e della cultura: lì bisogna mettere il denaro, lì bisogna mettere l’attenzione, ma a gratis e non per un tornaconto. E credo che questo sguardo, lo sguardo del bambino, sia fondamentale in ogni ambito, anche in quello politico. Per capire cosa ha bisogno un bambino devi entrare in relazione, capire cosa dice anche quando non parla, cosa vuole, di cosa ha bisogno. E di conseguenza, questo ti porta a capire di cosa hai bisogno tu. Anche perché, mi permetto di dirti: poi la vita finisce. Questa occasione c’è una volta sola, per l’eternità. Quindi ha senso fare tutto il possibile per trovare una risposta a questa domanda: che ne fai? Che ne vogliamo fare?

ⓢ Hai chiuso il tuo discorso di premiazione con una domanda: «Cosa stiamo guardando?». Immagino che tu, nel tuo percorso artistico e professionale, te la sia posta tante volte, questa domanda. Ti volevo chiedere: cosa ti piace guardare quando fai il tuo lavoro? Quali sono le storie che ti piace leggere e interpretare?
Mi vengono in mente cose molto diverse: da Peter Brook, che andavo a vedere a Parigi da ragazzino, a Kantor, che vedevo provare in una sala della Civica a Milano. Mi piace guardare ciò che mantiene al suo interno il mistero, che mi chiede di dialogare. Mi piace molto l’autenticità che trovo negli occhi e nelle storie dei film di Ken Loach, perché ci trovo una necessità e un modo di trattare quella necessità senza autocommiserazione, schietto. E anche un modo di lavorare degli attori, senza mai concedere nulla al melodramma o alla commiserazione. Credo che una cosa bellissima che mi piace vedere sia la resistenza che gli uomini fanno alla sofferenza, al dolore, e la rivolta combattiva che fanno alla forza di gravità, per stare dritti. Quando questo è legato a grandi ideali — quelli che riguardano tutta l’umanità, non solo te — mi esalta, mi commuove, mi fa sentire forte. Quindi, forse, quello che mi piace guardare è questa forza negli uomini di stare dritti di fronte alla tragedia della vita.
ⓢ Tu e Capovilla siete diventati il dinamico duo del cinema italiano, prima e durante la cerimonia dei David sembravate affiatatissimi, nonostante, mi permetto di dire, ci sia a separarvi una certa distanza nei modi, nei toni, nel carattere. Quando abbiamo intervistato Capovilla, ci ha raccontato che per prepararvi a interpretare Doriano e Carlo Bianchi avete fatto degli incontri psicodinamici, e che dovevate imparare a guardarvi negli occhi e a riconoscere i reciproci sentimenti senza dirvi niente. Ti volevo chiedere: com’è stato lavorare con lui? Siete diventati amici?
L’incontro con Pierpaolo è stato incantevole. Ho trovato un uomo, un attore che si è offerto al lavoro con una generosità e senza rete — e non è cosa scontata per un attore. Lui si è gettato con grande generosità, offrendo parti di sé, giocando nelle situazioni in cui eravamo. Con Pierpaolo è stato incantevole, ripeto. E poi è una persona dolce, gentile. Partiva con questa sua passione per la poesia, per Majakovskij, per la città – anche altri poeti russi che in questo momento non mi vengono in mente – e citava questi pezzi a memoria in modo molto efficace, molto bello. Mi ricordo che una sera mi mandò gli audio di tutta la sceneggiatura letta da lui: era un modo per condividere, per avvicinarsi al materiale. Era meraviglioso. Si è creata un’amicizia? Assolutamente sì, e non è mai stata competitiva. Abbiamo sempre collaborato, abbiamo avuto anche un momento, una mattina, di piccolo scazzo, ma fanno parte delle cose. È un uomo che si offre nella sua dolcezza, nella sua vulnerabilità. Non è così comune, non è affatto comune. Non sono ancora riuscito ad andare a vedere un suo concerto, però. Mi piacciono le sue canzoni, eh. Ma l’idea di trovarmi dentro a tutto quel poga poga… magari non ce la faccio.
ⓢ Come hai conosciuto Francesco Sossai? Come è stato il vostro primo incontro? E quand’è che hai deciso di voler fare un film proprio con lui, che era un regista che praticamente nessuno conosceva?
Allora, devo partite da Alessandro Roja. Alessandro Roja fa il suo primo film come regista dopo una carriera da attore. Uno dei personaggi del suo film era stato affidato a un attore, ma si verificano delle difficoltà con impegni pregressi e quell’attore non può più fare il film. Lui, Alessandro, riapre il casting, io mi presento al provino, e la mattina stessa lui mi trasmette il suo entusiasmo per il nostro incontro e quindi facciamo il film. Mi ricordo che durante il provino lui se ne stava seduto sotto il tavolo ma non mi dava fastidio, anzi lo sentivo parte del momento. Per me quello era un segnale importante, anche se irrazionale. Perché… cazzo vuol dire, no? Uno che se ne sta seduto sotto il tavolo mentre tu fai il provino. Però sentivo che c’era qualcosa tra me e lui. Comunque, nel frattempo, Francesco aveva lavorato come aiuto su una serie che stava girando Alessandro a Venezia: si conoscono, si incontrano. Alessandro gli chiede dei suoi progetti, Francesco gli mostra i suoi lavori e ovviamente Alessandro dice: e questo da dove è spuntato? Poi Francesco è venuto a Venezia mentre anche io ero a Venezia a lavorare. Ci siamo incontrati, lui si è avvicinato e col suo pudore nordico mi ha detto, con un pallido rossore, che gli era piaciuto quello che avevo fatto con Alessandro. Dopodiché, dopo mesi, mi chiama e mi fa: «Senti, ci siamo visti a Venezia, volevo proporti questa cosa». Mi arriva la sceneggiatura e il link dei suoi due lavori precedenti, Altri cannibali e Il compleanno di Enrico. Ho letto prima la sceneggiatura, e già dopo le prime pagine avevo capito che l’avrei fatto. Mano a mano che continuavo a studiarla, continuavano a venir fuori livelli di significato e possibilità infinite. E poi quando ho visto i suoi altri lavori non ho avuto alcun dubbio. In Altri cannibali c’è quella scena meravigliosa, quella in cui viene ripreso il coro di alpini che cantano il loro amore per le montagne… E vedi le facce di queste persone. È un piano che passa da una faccia all’altra: quello mi parlava, mi incantava.

ⓢ Lavori nel teatro e nel cinema da tanti anni, ma immagino che la fama che è arrivata dopo il successo delle Città di pianura sia un fatto nuovo per te. Come la stai vivendo? Hai sempre pensato che saresti diventato un attore famoso? O in certi momenti hai avuto la tentazione di lasciar perdere questo mestiere?
A volte nella vita ti sforzi, fai provini, ricevi un sacco di no, ti sembra di aver perso l’occasione della vita, ti demoralizzi, ti senti vittima di un’ingiustizia. Ma la mia vita stava andando in una direzione, anche se io continuavo a dirle “guarda che hai sbagliato strada”, ma lei non mi ha dato retta. Fortunatamente. Questo mi commuove, perché mi fa pensare: abbi più fiducia. Sono molto felice di aver ricevuto questo riconoscimento perché in questo film credo di essere riuscito a fare una piccola parte di quello a cui aspiro come attore. E l’ho capito in modo più chiaro vedendo il film che facendolo, tra l’altro. Questo mi incanta dell’incontro che c’è stato tra tutti noi, questo mi fa venire voglia di avere più gratitudine nei confronti della vita, di avere più fiducia. E mi fa chiedere: perché lottare per il possibile ,a che serve? È già possibile. Bisogna pregare per l’impossibile, mantenere viva questa scintilla. Con la compassione verso te stesso che ti può dare il fatto di sapere che ci arrivi, ci arrivi. Però non è che voglio fare il discorso da self made man, quella roba americana che riguarda solo i soldi. Parlo di realizzazione di tutto: se mi realizzo io, deve realizzarsi tutto.
ⓢ Ma tu, alla fine, il successo delle Città di pianura sei riuscito a spiegartelo?
Mi rimane un mistero, sinceramente. Come è possibile che le persone si siano sentite vicine a personaggi come Carlo Bianchi, come Doriano, alla loro amicizia, a questi luoghi? Voglio pensare che il tema dell’amicizia c’entri, e credo che riguardi ognuno di noi. La loro è un’amicizia senza giudizio e anche molto dolce: quando si svegliano al mattino dopo quella notte, due cadaveri, e Charlie White va a terminare il suo sonno buttandosi nel letto con Doriano… Credo che quello racconti tutto. Però il successo del film… Non lo so, bisognerebbe chiederlo alle persone che l’hanno visto, non a me. Sento dire in giro che questo film ha avuto grande successo perché è “contro”, cioè che la gente vedendolo voleva dare un segno contro un establishment, contro i soliti che fanno il solito cinema. Mi sembra un’affermazione che toglie autenticità non tanto alle Città di pianura ma al bisogno che le persone che lo hanno visto evidentemente hanno espresso. È vero anche però che una maggiore varietà, una maggiore differenziazione nel nostro cinema può solo portare beneficio. Ma non voglio divagare, voglio tornare alla tua domanda. Il successo. Beh, credo che c’entri molto il fatto che l’amicizia occupa un posto fondamentale in questo film. Ci tocca tutti, no? La necessità di trovare nella vita dei veri rapporti di amicizia. Credo che ci sia un’autenticità in certe cose che si vedono nel film. Per esempio: il fatto di sentirsi sperduti come Giulio e il trovare dei mentori che ti aiutano a cogliere la vita. Forse è una domanda che tutti noi ci facciamo. Io sono figlio unico e ho sentito il bisogno di avere un fratello maggiore che mi aiutasse a percepire la vita e l’ho cercato nelle amicizie. E poi credo che l’altra cosa importante delle Città di pianura sia che racconta questo senso di ribellione davanti a un annichilimento che ognuno di noi vive, sono certo. Vedi, il problema non è essere contro la società in cui viviamo, ma il fatto che quella società ci fa sentire così. Se la gente si sente annichilita, sfruttata, derubata, se si sente che ha giusto il tempo di andare in pensione e di morire, se soffre perché siamo pieni di malattie causate dal modo in cui viviamo… Probabilmente abbiamo bisogno di prenderci un “respiro”. E nonostante questi due, Carlobianchi e Doriano, siano due mascalzoni, sono stati interpretati come due che almeno si sono ribellati. Ma nell’affetto che le persone hanno provato per questi due credo c’entri anche una certa grazia che hanno nell’affrontare le cose: sono gentili, no? Ed è per questo che riescono a vedere la vita così com’è e ad accettarla tutta.
ⓢ A proposito di autenticità, credo che una grande parte della credibilità delle Città di pianura passi dall’estetica che siete riusciti a dare al film. Mi vengono in mente certi dettagli dei personaggi, per esempio la camicia gialla di Doriano o i baffi di Carlobianchi, quelle peculiarità che rimangono così impresse nella mente che poi è impossibile immaginare quei personaggi senza quei “tocchi”. Quanto hai contribuito a questa parte estetica del lavoro? E chi ha deciso che Carlobianchi dovesse avere i baffi?
Il look, l’ambientazione, la scenografia: trovo che abbiano fatto un lavoro meraviglioso. Quella casa, l’alluminio anodizzato, la casa di Charlie White con quel letto, quelle coperte… Che io riconosco, quasi ne riconosco l’odore, non perché le abbia avute, ma perché vengo comunque da una famiglia di operai come storia e tradizione, e sono andato spesso in case così, di amici e di parenti. L’estetica del film è tutta figlia dello sguardo di Francesco, e lo è sempre stata, è un fatto naturalmente riconosciuto da tutti quelli che ci hanno lavorato. Lui ascoltava tutte le persone addette alle scenografie, al trucco, ai costumi, ma la decisione finale era sempre la sua. Per quanto riguarda i baffi di Charlie White: c’è stato un momento in cui avevo la barba, poi abbiamo tagliato ancora un po’ e alla fine siamo arrivati ai baffi, mancavano solo quelli. Lui mi ha guardato e ha detto solo “Sì”. Io ero d’accordo, eh, lo “sentivo” coi baffi questo personaggio. E poi abbiamo fatto quel cappello da disperato e a quel punto abbiamo capito tutti che era fatta. Tra l’altro, la camicia gialla di Doriano, quel suo abito, e poi la maglietta “Ostia Venezia”… Questi sono stati tutti tocchi di Francesco. Sue invenzioni. E ha funzionato così anche per la sceneggiatura, che abbiamo usato così com’era scritta, con piccolissimi aggiustamenti che comunque era sempre lui a decidere. Magari, dei dialoghi che aveva scritto per essere recitati in primo piano decideva poi di riprenderli a 100 metri di distanza, in un ambiente diverso, cambiando le dimensioni. Tutto è stato conseguenza del suo imprinting. E devo dire che questo ha fatto la differenza, sentirmi accanto un uomo capace di gestire il set con una naturalezza meravigliosa, senza stress, molto scialla. Ci sono stati momenti difficili nei quali comunque lui non ha mai fatto pesare nulla sul set.

ⓢ Ci sono stati momenti difficili? Perché dal film sembra tutto venuto molto naturale.
Rimango sul generico: c’è stato un momento in cui un paio di scene non sono tornate come volevamo. Ma poi nel film non erano necessarie e lui ha gestito la situazione con una capacità che ho ammirato. Io sono uno che dispera per qualunque cosa, e lui invece no.
ⓢ Da tutto quello che mi hai detto fin qui, mi pare di capire che tu non sei uno di quelli che crede nella separazione tra arte e politica. Quindi devo farti questa domanda, che è impossibile non fare a un attore italiano in questo momento: la discussione sulla cosiddetta crisi del cinema italiano, sul parassitismo, sui soldi spesi male. Perché stiamo facendo questo discorso? E come la vivi?
Credo da un lato che viviamo una situazione di malessere dei lavoratori che riguarda non solo il cinema, ma tutto il nostro Paese. Credo che sia importante creare le migliori condizioni perché le persone lavorino al meglio, perché questo è l’unico modo di ottenere risultati di qualità. Poi, banalmente, penso che il cinema vada considerato come un valore enorme che va tutelato e promosso in ogni suo aspetto, non solo in quello economico. Onestamente, non credo che esista il cinema di nicchia: il cinema di nicchia esiste perché tu lo metti in una nicchia. È per questo che non credo che i soldi debbano andare solo alle grandi produzioni, a chi incassa di più, a chi già ne ha. Anzi, la cultura non dovrebbe essere vincolata unicamente o primariamente al ritorno economico, questa maniera di ragionare, questo attaccare il discorso economico a tutti i discorsi, non mi piace. Penso che a prescindere dall’economia, vedere delle sale cinematografiche che diventano supermercati sia una disgrazia. E questo non succede perché la gente non va al cinema… Tra l’altro, ti credo che non va al cinema: li fai lavorare 10 ore al giorno, non crei rapporti sociali nelle città, che ti aspetti succeda? Ti dico: quando sono andato in giro per promuovere Le città di pianura ho visto cinema in cui la passione delle persone, dei gestori e del pubblico, è meravigliosa. Fanno proiezioni, fanno incontri, ci credono, gli piace. Tutto questo genera e dà un enorme sostentamento alla vita di un Paese, va valorizzato, va sostenuto. Poi che il cinema abbia dei problemi, certo che ce li ha. Ma tutta questa ossessione per gli incassi e i finanziamenti credo sia una specie di retaggio della realpolitik, no? Siccome viviamo in una società capitalistica, l’abbiamo accettato tutti questo fatto che il ricavo viene prima di tutto. Ma sinceramente non credo che sia di interesse generale il fatto che un film lo vedano tante persone per ragioni e solo per questioni commerciali. Credo che con i film vada usata una valutazione qualitativa. Che sì, lo capisco, diventa difficile, però bisogna mettersi a ragionare, non c’è altra scelta.
ⓢ Un’ultima domanda. Facciamo finta che tu avessi tutti i soldi, tutto il tempo e tutte le risorse del mondo per fare esattamente quello che vuoi: un film da protagonista, da regista, da produttore. Qual è il tuo sogno, se avessi tutto quello che ti serve per realizzarlo? C’è qualcosa che vorresti assolutamente fare nella tua vita?
Forse non sono ancora pronto a rispondere. So che non ho l’aspirazione di fare il regista: mi piace fare l’attore. Probabilmente mi piacerebbe anche essere produttore, proprio per indirizzare, per provare a proporre qualcosa che sento più vicino a me. Però in questo momento non mi è ancora chiaro. È un tema su cui sto ancora lavorando, di cui sento la necessità di chiarirmi le idee, anche per ragioni di vita mie, diciamo così. Adesso, cosa voglio fare? Qual è la prospettiva da qui a vent’anni? Non ce l’ho chiaro questo progetto. Mi spiace, direi solo delle cose che mi vengono un po’ generiche. Non sarei sincero.
