Per Giovanni Tortorici la Palermo vera è giovane, arrabbiata e femmina

Abbiamo incontrato il regista al Festival di Locarno, dove ha presentato il suo nuovo film, Ketticé. Con lui abbiamo parlato di dialetto e berlusconismo, di risse tra ragazze, di Monica Bellucci e Gocciole.

10 Agosto 2026

Nel 2003, con Mundo Civilizado, un allora quasi sconosciuto Luca Guadagnino esplorava le culture musicali giovanili con un documentario immerso nella vita notturna underground catanese, raccontata attraverso gli occhi di quattro ragazzi che la attraversavano per una settimana. Di quell’esperienza oggi il regista ricorda con ironia soprattutto le notti insonni, costretto a sintonizzarsi su un fuso orario giovanile che gli era poco congeniale.
C’è molto di quell’approccio adulto ma mai condiscendente di raccontare un’età che ci si è lasciati alle spalle, continuando però a guardarla con interesse e persino con una certa ammirazione, nel modo in cui Giovanni Tortorici si muove tra i branchi di adolescenti palermitani di Ketticé. Non è difficile capire cosa abbia visto in lui Guadagnino, che del giovane regista siciliano è diventato produttore e mentore.

Anche quando li ritrae all’apice del loro grottesco conformismo, privi di grandi aspirazioni e apparentemente interessati soltanto alle gerarchie interne delle proprie comitive, Tortorici rimane immerso nella realtà degli adolescenti che racconta: non prende le distanze né cerca una superiorità adulta dalla quale osservarli. Il suo secondo film da regista, presentato in concorso al Festival di Locarno, è ricco di dettagli che suggeriscono da dove arrivi quel modo di stare al mondo. A chi c’era, basta rivedere la trasmissione che vede il protagonista al fianco del padre sul divano di casa – la celebre ospitata a Servizio Pubblico di Michele Santoro durante la quale Silvio Berlusconi pulì la sedia su cui era stato seduto Marco Travaglio – per ricavarne una precisa indicazione. I ragazzi di Ketticé sono il riflesso di un Paese patriarcale e conservatore e in quegli anni crescevano dentro un immaginario al quale il berlusconismo ha aggiunto un ulteriore strato nel picco della sua vitalità.

Se Berlusconi al cinema è stato molto raccontato dai suoi detrattori, è molto più raro vedere l’Italia di quegli anni raccontata da quanti appunto ne seguivano le gesta alla TV, come uno sfondo mediatico e politico a vicende umane e quotidiane come il coming of age di un ragazzino della borghesia palermitana represso in ogni sua pulsione e privo di aspirazioni, che trova in una ragazza delle borgate un’amica attraverso cui vivere, di riflesso, una libertà che il suo conformismo silenzioso gli nega. Quello di Giulio è modo di essere superficiale negli ideali e partecipe solo quando entrano in gioco le apparenze, le gerarchie adolescenziali o gli stereotipi di genere: secondo Tortorici non appartiene soltanto al 2012. Provinando centinaia di adolescenti palermitani in fase di casting, ha ritrovato quasi intatte le stesse frasi, gli stessi atteggiamenti e lo stesso conformismo della propria adolescenza. È proprio da questo cortocircuito tra memoria autobiografica e presente che parte il suo secondo film.

Con Ketticé torni indietro rispetto al tuo esordio ambientato negli anni universitari di Diciannove: i protagonisti qui sono più giovani, ancora immersi nella realtà familiare in cui sono cresciuti. Anche cronologicamente si torna indietro, nel 2012. Perché ti interessava proprio quel momento storico?
Sono sempre stato molto interessato all’autobiografismo, l’ho dichiarato più volte. Dopo aver finito il mio primo film, sono incappato in una mia vecchia sceneggiatura che avevo scritto proprio sul periodo di quando avevo sedici anni. Mi è sembrato interessante descrivere quel precisissimo periodo storico perché quando io avevo quell’età l’Italia viveva immersa nel berlusconismo in piena regola.Mi sembrava che non ci fosse stata una rappresentazione di qualcosa di così specifico nel nostro cinema e lo trovavo uno spunto molto interessante, dato che è stata una tappa culturale molto importante, di cui ancora oggi la società risente parecchio. Adesso magari quest’influenza la viviamo più inconsciamente, mentre a quel tempo era tutto più esplicito: Berlusconi era ancora in vita e c’era un mondo mediatico totalmente influenzato dal berlusconismo. M’intrigava l’idea di raccontare questi ragazzi nel pieno di quell’era culturale. Non penso però sia poi cambiato molto, tra allora e oggi, se non a livello più esteriore e mediatico. Ci sono stati movimenti ecologici, di genere e così via, però penso che siano più narrazioni di tipo mediatico e che poi, nella realtà dei fatti, non abbiano veramente preso le coscienze e l’inconscio dei giovani. Anzi, parlando con i ragazzi palermitani che erano con me sul set, molti li ho trovati più radicalizzati, forse anche in reazione a questi processi.

Se c’è un filo conduttore tra il tuo primo film Diciannove e Ketticé è la dimensione giovanile delle pellicole, amplificata dal linguaggio gergale estremamente specifico dei protagonisti. Come lo hai ricostruito?
Il film è ambientato nella Palermo del 2012, tra ragazzi sedicenni come me all’epoca, quindi sicuramente c’è un linguaggio che conosco e che usavo anche io da adolescente. Devo dire, però, che c’è stato bisogno di un po’ di lavoro in questo senso: il linguaggio di un sedicenne del 2012 è molto diverso da quello che posso parlare io oggi, che ho trent’anni e vivo lontano da Palermo. È stato entusiasmante però fare tutto quel lavoro di scavo nella memoria per tirarne fuori quelle espressioni: un giorno mi veniva in mente un’espressione, un altro giorno una parola e piano piano ho ricostruito questo vocabolario adolescenziale di quegli anni.

Immagino che il gergo giovanile palermitano sia molto cambiato.
Esatto. Nel 2012 parlavamo in maniera diversa rispetto ai ragazzi palermitani del 2026. Per esempio ho notato che alcune parole dialettali presenti nella sceneggiatura non le conoscevano. Noi usavamo spesso macagno, che fa riferimento a una persona con frequentazioni un po’ malavitose, mentre oggi non si usa più. Quando mi hanno chiesto cosa significasse, ho scoperto che gli adolescenti di oggi utilizzano scafazzato per esprimere lo stesso concetto.

Il film racconta adolescenti di oltre un decennio fa. Dopo aver lavorato a lungo con ragazzi della stessa età durante il casting e le riprese, quanto li hai trovati diversi dagli adolescenti che ricordavi nel 2012?
Li ho trovati sorprendentemente simili agli adolescenti della mia epoca. Durante il casting ho avuto a che fare con tantissimi ragazzi: il film è abbastanza corale, ricco di personaggi, perciò insieme alla casting director Chiara Polizzi abbiamo visto centinaia e centinaia di candidati. Ci interessava conoscerli come persone, non soltanto come attori, quindi abbiamo conversato molto con loro.
La cosa sorprendente per me era sentirli ripetere frasi identiche a quelle che sentivo io a sedici anni a Palermo. Per questo mi sono convinto che molte delle ideologie che vengono associate all’adolescenza contemporanea riguardino in realtà casi più isolati. Non credo nemmeno sia una peculiarità di Palermo o che Palermo sia semplicemente rimasta indietro: conosco figli di amici e cugini, ragazzi che vivono a Roma e a Milano, anche in altre parti del mondo, e in tutti loro ritrovo dinamiche molto simili. Rispetto alla mia adolescenza vedo quindi la stessa ideologia abbastanza violenta e conformista, senza grandi aspirazioni sociali o di cambiamento. Le differenze sono soprattutto esteriori, nel gusto musicale o nell’abbigliamento. Semmai noto una radicalizzazione di quella stessa mentalità e di quell’immaginario violento: la musica trap, per esempio, secondo me riassume molto bene un certo tipo di immaginario popolare tra i giovani.

La violenza attraversa tutto il film, e in particolare quella tra ragazze: Ketticé partecipa alle risse, Giulio le dice che vuole vederla battersi, mentre altre ragazze giudicano le botte tra femmine come qualcosa di sconveniente proprio sulla base del genere. Cosa ti interessava raccontare attraverso questa contraddizione?
Ho rappresentato quello che vivevo e quello che vedevo durante l’adolescenza. È qualcosa di molto sintomatico di una certa struttura sociale, con tutte le sue contraddizioni derivate da un patriarcato molto esasperato e negativo: i maschi possono ammazzarsi di botte, mentre le femmine possono farlo solo fino a un certo punto, perché poi diventa qualcosa di orrendo se incluso nell’immaginario femminile e solo per questo motivo. È un aspetto che trovo totalmente immutato quattordici anni dopo. Parlando con i ragazzi durante il film, alcuni mi hanno ripetuto frasi che sentivo anch’io alla loro età, giudizi come: «Una ragazza che parla in dialetto fa schifo». Ragazzi che magari parlavano in palermitano stretto, però pretendevano che dalla bocca di una ragazza uscissero solo rose in italiano perfetto. Il senso implicito è che solo un ragazzo può dire tutto quello che vuole. Trovo sia sintomatico di un sentire molto marcio. Nel film tuttavia la violenza femminile diventa anche un atto liberatorio, un gesto di libertà. Ketticé arriva ad alzare le mani contro un’altra ragazza dopo essersi sentita chiamare ripetutamente pulla, che significa puttana. Quella per me è già una violenza enorme: giudicare una ragazza attraverso la sua sessualità, insinuare che sia una puttana e demolirne così il carattere morale è qualcosa di profondamente repressivo e violento. Per questo considero la sua reazione violenta qualcosa di positivo. Se noti, subito dopo la rissa tornano gli stessi giudizi: «Le ragazze che si picchiano fanno schifo». Quello di Ketticé non è semplicemente un istinto primario: è una reazione alle violenze ideologiche che subisce, da cui è impossibile uscire.

Ketticé è un personaggio magnetico, tanto da dare il titolo al film. Eppure la storia rimane ancorata al punto di vista di Giulio, che è il vero protagonista. Che cosa rappresenta questa ragazza per lui e perché hai scelto di raccontarla attraverso il suo sguardo?
Per me Ketticé è il simbolo di tutto quello che Giulio vorrebbe essere e che invece reprime. Lui infatti viene da una famiglia aristocratica, nobiliare, dove si fa molta attenzione alle buone maniere, all’educazione, persino al modo di parlare: la nonna vuole fargli fare un corso di dizione per perdere l’accento siciliano, la madre gli intima di stare composto a tavola. C’è quindi anche la continua richiesta di un controllo del corpo. Ketticé, che viene da un contesto sociale ben più povero, diventa la proiezione di ciò che lui vorrebbe essere: Giulio si immedesima in questa ragazza più libera, violenta, che sa parlare il palermitano. C’è sicuramente anche un’ambiguità nell’identità del suo personaggio. Quando gli chiedono se sia andato a letto con la sua ragazza, per esempio, Giulio prima non capisce e poi risponde in maniera molto insicura, lasciando intendere che stia mentendo. Allo stesso modo, non riesce ad approfondire il rapporto con un’altra ragazza che gli fa apertamente la corte, a cui si aggiungono gli sguardi verso il suo ex migliore amico delle elementari e delle medie, che ho voluto sottolineare con i rallenti e i primissimi piani: evidentemente Giulio sente qualcosa. Ketticé diventa quindi il personaggio sul quale può sublimare tutta questa repressione, una figura in cui identificarsi: rappresenta l’alter ego non represso di Giulio.

Accennavi a come anche Ketticé nasca da una componente autobiografica. Nella tua adolescenza c’è stata una Ketticé?
Sì, ho avuto tante Ketticé. Tra loro ce n’è stata una un po’ più speciale, quella con cui c’è stato maggiore affiatamento. Mi ricordo che ero totalmente attratto da queste ragazze molto disinibite, che avevano anche qualcosa addosso della vita di strada. Le idealizzavo completamente e per questo ho avuto diverse amicizie con ragazze che mi sembravano il meglio che si potesse avere. Non ero poi così lontano dalla verità, perché rappresentavano davvero delle libertà verso le quali io tendevo. Sono contento di aver vissuto quelle amicizie, perché mi hanno dato molto. All’epoca avevo tante insicurezze e stare accanto a loro mi aiutava: penso ci fosse proprio una spinta libertaria in quella fascinazione. Vedevo in quelle amiche tutto quello che io non riuscivo a essere e, in qualche modo, questo mi consolava.

Anche in questo film hai un cast composto soprattutto da esordienti, tanto che sorprende l’apparizione di Monica Bellucci nel ruolo della madre di Giulio. Perché hai pensato proprio a lei per questo personaggio?
Mi sembrava la scelta giusta per un ambiente che ho vissuto e conosco molto bene. Ho molta familiarità con queste donne altolocate, un po’ gattopardesche, appartenenti a un’aristocrazia palermitana che ruota ancora intorno all’immaginario del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, tanto che conosco anche il modo in cui possono essere dentro le mura di casa, nel privato, che spesso è molto diverso da quello che mostrano nelle occasioni pubbliche e sociali. Stimando profondamente Monica e avendola conosciuta, avevo riconosciuto in lei l’intelligenza e la sensibilità giuste per comprendere questo tipo di donna. Sinceramente avevo pensato soltanto a lei: non riuscivo a immaginare nessun’altra attrice italiana in quel ruolo. Quando abbiamo iniziato a fare le prove, ho ritrovato perfettamente in lei la bizzarria di queste signore che conosco. Monica ha capito immediatamente il tipo di personaggio e già dalle prime prove mi sono convinto di aver fatto la scelta giusta. Penso che sia un personaggio molto realistico: a uno sguardo esterno può sembrare quasi una caricatura, ma vi assicuro che non lo è affatto.

Hai trascorso molto tempo con adolescenti e ragazzi durante il casting e le riprese. Che rapporto ti sembra abbiano oggi con il cinema?
A parte qualche eccezione, i ragazzi del film sono un campione della buona borghesia palermitana. Eppure non avevano gusti particolarmente alternativi o lontani dal conformismo: erano molto allineati sul gusto delle piattaforme streaming, su prodotti come Mare Fuori, interessati al crime o comunque a qualcosa di molto… Popcorn movie.

Chi immagini possa essere il pubblico di Ketticé? Pensi che possa parlare anche agli adolescenti che hanno oggi la stessa età dei protagonisti?
Ci ho pensato, in effetti. I giovanissimi, quelli di quindici anni, non lo so. Mentre giravamo il film dovevamo utilizzare certi vestiti, certe magliette che andavano di moda nel 2012. Vedevo che questi ragazzi (quelli considerati più tosti nelle loro comitive, molto sicuri di sé, non certo gli adolescenti più artistici o alternativi) erano quasi ostili a quell’estetica, anche semplicemente all’idea di indossare quei vestiti. Non so quindi se persino un elemento così esteriore possa frenarli, perché sono veramente iper-concentrati sul vestiario. Se ti vedono con la scarpa sbagliata, per loro sei cancellato, sei buttato nell’immondizia. Sono estremi in questa loro vanità. Dai diciotto anni in su invece penso che i giovani possano tranquillamente interessarsi al film.
Ho pensato sicuramente anche al pubblico siciliano, perché ho notato soprattutto sui social un interesse enorme per il dialetto, per l’essere siciliani e anche per l’essere palermitani. Vedere un film in cui si parla molto palermitano e che racconta la Sicilia non attraverso una storia di genere ma come realtà sociale e di costume penso possa interessare molto il pubblico che quella realtà la vive.

È stato difficile trovare produttori e finanziatori disposti a sostenere un film così radicato in una realtà locale lontana dai centri cinematografici “classici” Italiani?
In realtà no, anzi: l’uso del dialetto piaceva molto. Avevo scritto la sceneggiatura lasciandolo e aggiungendo delle note con la traduzione, perché alcuni passaggi erano sono incomprensibili per un non palermitano. I produttori e finanziatori si divertivano a leggere quelle parti e non mi hanno mai posto alcun problema da questo punto di vista, per cui le abbiamo lasciate così com’erano, sottotitolandole. Palermo è una città molto amata e in questo momento va anche molto di moda: basta pensare a Dua Lipa che è andata proprio lì a sposarsi. Non è stata quindi percepita come il paesino sperduto della provincia italiana in cui ambientare un film. Inoltre, rispetto per esempio alla Campania e a Napoli, ci sono forse meno prodotti che raccontano questo tipo di realtà, quindi credo che il potenziale sia enorme. È una cultura molto stratificata, interessante, attraversata da dinamiche forti che trovo estremamente affascinanti. Insomma, ambientare il film a Palermo e utilizzare il dialetto non è stato affatto un problema.

Con Diciannove e ora Ketticé stai costruendo un percorso molto legato al racconto della giovinezza. È una fase della vita che pensi di continuare a esplorare oppure senti il desiderio di spostarti verso altri personaggi e altre età?
Non lo so. Vado un po’ film per film, mi succede di scriverli anche attraverso una certa dose di casualità. Per farti un esempio: adesso sto lavorando a un nuovo film nato da alcuni incontri che ho fatto mentre giravo Ketticé. Durante il casting mi sono trovato molto bene con i ragazzi che venivano dalle borgate, da realtà magari più difficili, più violente e meno borghesi di quelle di Giulio. Ho legato con alcuni di loro, ho approfondito le loro storie e i loro racconti, conosciuto altre persone e scoperto il loro immaginario. Da quegli incontri è nata la storia che sto scrivendo adesso, ambientata in una Palermo estremamente violenta e di quartiere. E sì, ci sono ancora dei giovani. Per me l’adolescenza è un’età talmente importante e fondamentale che potrebbe occupare anche un’intera carriera. Una volta finita poi si entra in un conformismo che trovo noioso e spiacevole. Durante l’adolescenza, invece, esplodono conflitti molto intensi che hanno a che fare con lo scontro con il potere: che sia quello della famiglia, della scuola, delle istituzioni o della legge. A me interessano soprattutto i rapporti di potere e l’adolescenza permette di raccontarli in maniera molto esplicita. Anche tra i ventenni e i trentenni che conosco, persone che magari sembrano estranee a un certo conformismo, trovo che il 99 per cento sia in realtà iper-conformista, a volte persino più di chi lo è dichiaratamente. Per ora continuano ad affascinarmi molto di più le storie e i conflitti con il potere che emergono durante la giovinezza e l’adolescenza. In un film così profondamente palermitano, anche nel linguaggio e nell’immaginario, mi ha colpito che il cibo non sia quello della tradizione siciliana. Al contrario tornano in più inquadrature a casa di Giulio le merendine, il cibo industriale, sia lui sia la madre sembrano avere una passione per le Gocciole. È semplicemente un ricordo di quegli anni o c’è dietro una scelta precisa?
In realtà ho firmato un contratto da 50 mila euro… No, non è vero (ride, nda). Era il ricordo di quello che mangiavamo: un cibo industriale che entrava a sua volta in un immaginario quasi ultra-capitalista, che arrivava a coinvolgere persino l’alimentazione. Mi interessava mostrare anche questo aspetto attraverso quello che mangiano Giulio e sua madre. Credo molto nella semiotica, quindi anche il pacco di Gocciole racconta qualcosa e ha per me un simbolismo molto importante.

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