Se davvero la Bonelli è in crisi, tutta l’industria del fumetto dovrebbe iniziare a preoccuparsi

Tra forum e pagine Facebook si discute da giorni delle difficoltà dell'azienda, di autori congedati e vendite in calo. Il problema, però, non riguarda solo Bonelli, ma un modo di fare i fumetti forse non più sostenibile nel mercato attuale.

30 Gennaio 2026

Il sottobosco di internet in cui si ritrova il fumetto italiano non è mai cambiato davvero. È ancora lì, nei forum, nei blog, con un’avanguardia sparsa tra alcuni gruppi Facebook. Se li frequentavate dieci o venti anni fa, buona parte dei nick e dei nomi di un tempo sono gli stessi, tra paginate e paginate di discussioni. L’equivalente digitale di un bar di paese, un luogo sincero per gli standard estetici e filosofici odierni. Altrove, su Instagram o TikTok, giovani influencer parlano di manga, manhwa e webtoon a giovani lettori che non hanno mai sentito parlare di Tex Willer. Al tavolino davanti al bancone digitale del moderatore di turno, invece, gli argomenti sono gli stessi da sempre e la crisi Bonelli è uno dei ritornelli più in voga, uno di quei topic da decine e decine di pagine che attraversano la vita di un forum. Negli ultimi giorni, però, le acque di questo remoto angolo digitale sono state increspate dall’emersione di testimonianze dirette di alcuni storici autori circa i vociferati cambiamenti in corso presso gli uffici di Via Buonarroti 38 a Milano, storica sede della redazione della Sergio Bonelli Editore (SBE).

Le voci che da mesi giravano sempre più insistenti su tagli ai compensi e interruzione di alcune collaborazioni artistiche, portate avanti per lo più da un gruppetto piuttosto animato di utenti affezionati all’imperitura previsione dell’imminente fallimento della Bonelli, si sono di colpo rivelate vere. Il sasso che muove lo stagno è una risposta su Facebook di Gigi Simeoni, disegnatore e sceneggiatore per Bonelli dalla metà dei ‘90, nella quale l’autore bresciano conferma sia la riduzione dei compensi che l’interruzione di diversi rapporti di collaborazione, lasciando per altro intendere una certa opacità nelle modalità comunicative. Simeoni, nel suo post, esprime anche tutta la propria preoccupazione personale per essere stato travolto da una precarietà professionale che da collaboratore Bonelli non si sarebbe mai aspettato e si sfoga per quelle che descrive come storture nel funzionamento di SBE, prendendosela con i veterani che non mollano la scrivania, direttori di testata che fanno anche gli sceneggiatori togliendo lavoro ai colleghi e in generale con una certa ritrosia all’innovazione.

Una storia vecchia

Come prevedibile, i profeti dell’imminente caduta di Bonelli hanno elevato al cielo i propri post su forum, blog e social, rivendicando una ragione sempre avuta e perennemente negata dai sodali del fumetto italiano, collusi tra loro per celare la verità. Altrettanto ovviamente le cose sono più complicate di così, ma è comunque interessante notare come dopo le dichiarazioni di Simeoni pochissimi fumettisti e fumettiste tra quelli che collaborano con Bonelli si siano esposti pubblicamente sulla questione. Un punto un po’ più chiaro e circostanziato ha provato a farlo MeFu, associazione senza scopo di lucro che si propone di assistere chi fa fumetti, attraverso un comunicato social pubblicato dopo aver parlato con alcuni dei propri aderenti. Secondo quanto raccolto dall’associazione le politiche editoriali relative ai tagli sarebbero in corso da parte di Bonelli già da qualche anno, a partire da fine 2024. Nel testo, MeFu sintetizza anche alcune delle cause che hanno portato alla situazione attuale in casa Bonelli, rimprovera all’editore le modalità comunicative adottate con dipendenti e collaboratori, e infine suggerisce a fumettiste e fumettisti alcune buone pratiche professionali per prepararsi e reagire a situazioni di questo tipo.

Ovviamente questa situazione incandescente non poteva che evolvere in una telenovela. Al post di Gigi Simeoni ha fatto seguito la risposta di Mauro Boselli, figura storica di casa Bonelli, che pur senza riferimenti diretti non ha mancato di giustificare la resistenza della vecchia guardia al timone con l’incapacità professionale dei “giovani”. Risposta che altrettanto ovviamente è stata amplificata dagli apocalittici, per cavalcare la propria teoria di una guerra intestina in procinto di sgretolare le mura dell’intera Bonelli. D’altra parte, quella di parlarsi addosso è una tendenza da sempre in voga nel fumettomondo italiano, abituato a risolvere in piazza le proprie diatribe, una volta quella dell’Anfiteatro, a Lucca, durante il Comics, oggi preferibilmente in quelle social. Pochi lo sanno, ma il dissing ha una lunga tradizione non solo nel rap, ma anche nel fumetto nostrano. Un altro elemento della questione, però, è la scarsità di dati ufficiali sulle vendite di fumetti, molto di rado comunicati all’esterno dalle case editrici. E in assenza di dati ufficiali dilagano le speculazioni, si sussurrano mezze frasi, proliferano i blog anti-sistema.

Conflitto generazionale

La situazione che si trova ad affrontare oggi la casa editrice Bonelli è figlia, come sempre avviene nelle organizzazioni, di scelte passate, del passaggio di uomini e donne, oltre che di eventi esterni a cui l’organizzazione ha saputo reagire o meno. Nel silenzio totale della Bonelli sulle vicende che la riguardano, è Roberto Recchioni (sceneggiatore di Dylan Dog dal 2007 di cui diventerà in seguito curatore editoriale fino al 2023) in un post sul forum di Comicus.it a offrire un interessante sguardo dietro le quinte utile a capire meglio i contorni di ciò che sta accadendo. L’autore romano punta quelle che secondo lui sono le problematiche mai affrontate (o parzialmente, o male) dalla casa editrice milanese, inserendo tra questi punti un certo approccio reazionario al fumetto e al pubblico, causa della progressiva erosione dei lettori, soprattutto tra i più giovani. Recchioni racconta se stesso in Bonelli come una forza innovativa che finché ha trovato un equilibrio mediano con le storiche spinte conservatrici è riuscita a produrre storie diverse, più fresche e di successo (in riferimento al proprio ciclo da curatore di Dylan Dog), ma finita la stagione della sperimentazione in Bonelli si è tornati alle vecchie formule, che piacciono ai vecchi lettori, sempre di meno e sempre più anziani.

La sua analisi però mette sul piatto altre criticità, come la progressiva e inesorabile scomparsa delle edicole che costituiscono il principale canale di vendita dell’azienda, prezzi di copertina troppo bassi rispetto ai profitti delle vendite, compensi troppo alti agli autori e sovrapproduzione di storie. I tentativi recenti di Bonelli di uscire dai chioschi dei giornali hanno avuto scarso successo: la penetrazione nelle librerie di varia è quasi inconsistente e la divisione creata per espandere su altri media le proprietà intellettuali ha ottenuto pochissimi risultati e numerosi ritardi, nonostante il potenziale dei personaggi. Si capisce bene dunque come oggi, con 4.900 comuni italiani in cui non è presente nemmeno un’edicola e il 42 per cento dei punti vendita che hanno abbassato le serrande, i fumetti Bonelli facciano fatica a finire fisicamente in mano ai lettori. Per quanto riguarda il secondo punto, invece, bisognerebbe conoscere numeri e cifre di vendite e compensi per approfondire il discorso, ma è fuor di dubbio che nel tempo SBE abbia portato in edicola centinaia di tavole realizzate da artisti riconosciuti nel panorama internazionale a prezzi accessibili a chiunque.

L’ultima osservazione di Recchioni, però, quella su compensi e sovrapproduzione, ha particolari ricadute sulla situazione attuale. Sempre su Facebook l’illustratrice e colorista Gabriela Stefania Hamilton (aka Piky) che ha lavorato con SBE per quasi un decennio, ricorda come per molti fumettisti quello in Bonelli fosse quasi un lavoro a tempo indeterminato, finito un progetto ne arrivava subito un altro, producendo più storie di quante ne venissero effettivamente pubblicate. Questo metodo, attraverso cui Bonelli ha costruito un parco di autori a chiamata di enorme talento e fedelissimi, ricompensando l’esclusiva con un flusso ininterrotto di lavoro, ha fatto sì che oggi la casa editrice possieda decine di storie ancora da pubblicare, ciascuna da un centinaio di tavole probabilmente già pagate agli autori, spesso molto prima dell’effettiva pubblicazione della storia, decidendo dunque di mettere in stand-by la commissione di nuovi lavori.

Dove vai, se Tex e Dylan Dog non ce li hai

Finché le vendite eccezionali di Tex e Dylan Dog (passati da 300 mila copie a testa ancora nei primi 2000 alle attuali 120 mila/60 mila stimate ufficiosamente) hanno alimentato le casse della Bonelli, questo modus operandi ha consentito a una schiera di autori, spesso talenti eccezionali, di mantenere una famiglia e mandare i figli all’università con la sola collaborazione esclusiva con Bonelli. Quando le congiunzioni astrali si sono disallineate, però, Bonelli non ha saputo trovare soluzioni più efficaci di un drastico taglio dei costi: come ricostruito da MeFu, prima è arrivata la riduzione della foliazione di alcune testate e l’aumento progressivo dei prezzi al pubblico, poi il taglio dei compensi per tavola agli autori fino alla decisione di mettere in stand-by alcune testate per smaltire le storie già accumulate in redazione e non ancora stampate. Dopo di che, chissà.

La parte più interessante della disamina di Recchioni, nonché quella principalmente ignorata da chi discute online, è la descrizione della Bonelli azienda, divisa in aree di potere a seguito della morte di Sergio Bonelli, con una scarsa comunicazione interna tra le aree che porta l’organizzazione a muoversi con estrema lentezza e movimenti poco coordinati. Quello a cui stiamo assistendo, insomma, è la versione a fumetti della storia di tante aziende italiane, portate alla grandezza dal fondatore e finite in difficoltà quando la palla è passata agli eredi, testamentari e spirituali.

Aziende che crescono di dimensione e non sanno organizzarsi internamente per gestirsi, finendo a fare tutto come si è sempre fatto perché finché la barca va, lasciala andare: nessuno sa davvero dove mettere le mani e nel dubbio ciascuno lavora per assicurarsi un paracadute per quando le cose si metteranno male. La tentazione, per molti, è quella di cedere alla nostalgia per Sergio Bonelli, quello che quando c’era lui faceva andare tutto bene, i fumetti vendevano e gli autori erano dediti alla causa. È un grande classico: la trasfigurazione mitologica dell’imprenditore, sorella minore del bisogno politico dell’uomo forte al comando, che rende gli industriali deceduti figure capaci in potenza di risolvere qualunque crisi attuale, se solo il tempo non li avesse condannati a dover lasciar decidere a qualcun altro delle numerose ricchezze accumulate. Come ha ricordato Recchioni, che con Sergio Bonelli ha avuto un rapporto professionale e personale, il boom di Dylan Dog negli anni ‘80 sollevò l’allora editore dal dover affrontare alcune di quelle problematiche, già al tempo ben individuabili, che sono infine esplose nella situazione attuale.

Per quanto non rassicurante, il vero stato di salute di Bonelli, al momento, lo sanno davvero solo in Bonelli. Dalla redazione di via Buonarroti 38 emerge un silenzio molto simile a quello di autori e autrici, grandi assenti (fatte salve le eccezioni citate e pochi altri) dal dibattito online, vittime del più classico divide et impera per cui tutelare le proprie collaborazioni vale più del fronte comune. Insomma, se volete provare a capire cosa sta succedendo in Bonelli, guardate Succession.

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