Per il momento si tratta di 3 canzoni: Il passo successivo da Frozen II, Oltre l'orizzonte da Moana 2 e Non si parla di Bruno di Encanto, disponibili su Disney+ dal 27 aprile.
C’è un momento, durante la Design Week, in cui capisci subito se uno spazio ha qualcosa da dire oppure no. Non è una questione di estetica, Milano è piena di cose “belle”, ma di attrito, di disallineamento, di quella sensazione che qualcosa non stia semplicemente chiedendo di essere fotografato ma di essere vissuto, magari anche frainteso. E nello showroom di Secolo in via Giacosa succede esattamente questo. Il progetto si chiama Soft Matters ed è il risultato della prima collaborazione del brand milanese con uno studio esterno, i danesi di TABLEAU. Ma definirla “collaborazione” è quasi riduttivo, più che un incontro tra due linguaggi, sembra una deriva comune un processo che, come raccontano loro stessi, è partito dal prodotto e ha finito per trasformarsi in un immaginario condiviso.
L’ingresso nello spazio è quasi spiazzante. Blocchi di schiuma, scarti di produzione, superfici morbide che diventano architettura, non è una scenografia neutra, non è un white cube. È qualcosa di più vicino a un paesaggio, artificiale, certo, ma anche sorprendentemente fisico. L’idea, come raccontano, è portare dentro lo spazio tutto quello che di solito resta fuori: il processo, il materiale grezzo, la parte meno “presentabile” del design, e trasformarla in esperienza. Ed è qui che entra in scena TABLEAU. Il loro contributo non è solo formale ma quasi metodologico, lavorare sull’istinto, sull’errore, sull’apertura. Il caso più evidente è la reinterpretazione del side table Pingu, decorato con pattern floreali realizzati attraverso la tecnica del blind drawing, una pratica che consiste nel disegnare senza guardare il foglio, lasciando che sia la mano a muoversi in autonomia, senza il controllo dell’occhio. Un gesto che sembra infantile, quasi banale, ma proprio per questo radicale.

In un momento in cui tutto è iper-controllato, renderizzato, ottimizzato, lasciare spazio all’imprevisto diventa una posizione precisa. Non è solo un esercizio estetico ma una tecnica che ha radici nel disegno artistico e nella pedagogia creativa, spesso usata per “disimparare” il controllo e tornare a un gesto più diretto, meno mediato. Julius Værnes Iversen, founder di TABLEAU, la porta avanti da anni trasformandola in una vera e propria grammatica visiva, un modo per registrare stati emotivi più che per rappresentare forme. Il risultato è apparentemente casuale, ma non del tutto. Come dice lui, c’è sempre una direzione, qualcosa che tiene insieme i segni, anche quando nascono senza intenzione. Se più persone disegnano insieme, i risultati sono diversi ma stranamente coerenti, è una casualità che crea linguaggio. Il fatto che siano fiori non è secondario, è probabilmente il primo soggetto che quasi tutti hanno disegnato da bambini, una forma archetipica, immediata, che non richiede competenze. Ed è qui che il progetto diventa qualcosa di più di un esercizio stilistico. Perché quel gesto, semplice, imperfetto, quasi ingenuo, viene trasportato su superfici laccate, su oggetti costosi. È uno slittamento voluto, mettere in crisi la gerarchia tra alto e basso, tra controllo e spontaneità.
Ma soprattutto, è un dispositivo relazionale. Durante l’installazione, lo stesso gesto viene replicato collettivamente, il team, i collaboratori, le persone coinvolte sono invitate a disegnare. Il pattern non è più solo decorazione, diventa traccia di una partecipazione. Un modo per creare connessione, non a livello teorico, ma letteralmente, attraverso un segno condiviso. Tra i pezzi chiave del progetto emerge anche Trace, il divano disegnato da TABLEAU. È grande, avvolgente, volutamente fuori scala. Ma soprattutto non è pensato per essere guardato frontalmente, non ha un “lato giusto”, si muove, o meglio, invita al movimento. Puoi sederti ovunque, attraversarlo, usarlo come punto di incontro più che come oggetto. È, nelle parole di Julius Værnes Iversen, qualcosa che ha a che fare con la percezione più che con la funzione, una sensazione di fluttuazione, di perdita del tempo.

E infatti la domanda viene spontanea: ha ancora senso parlare di funzione? Forse sì, ma non nel modo in cui siamo abituati. Qui la funzione non è tanto “servire” qualcosa quanto attivare una relazione, tra corpi, tra persone, tra chi entra nello spazio e quello che trova. Per Secolo, questo progetto segna un passaggio importante, racconta Salvatore Morales, Creative Director di Secolo. Nato nel 2018 con l’idea di costruire un linguaggio forte e riconoscibile, il brand ha lavorato per anni in autonomia, definendo un’estetica fatta di forme organiche, materiali preziosi e una certa idea di “quiet luxury”. Aprirsi a un altro sguardo, e per di più a uno studio come TABLEAU, abituato a muoversi tra arte, design e installazione, significa mettere in discussione quel linguaggio. Non abbandonarlo, ma forzarlo.
E infatti Soft Matters non è una mediazione tra due mondi. È piuttosto una loro accelerazione, da una parte, la solidità produttiva di Secolo, il controllo, la manifattura, la precisione, dall’altra, l’approccio intuitivo e sperimentale di TABLEAU. Il punto di incontro non è una sintesi ordinata, ma qualcosa di più instabile, un progetto che cambia strada mentre lo si fa. Come raccontano loro, si è partiti con l’idea di intervenire su alcuni prodotti esistenti, poi sono arrivati nuovi pezzi, poi l’allestimento, poi la grafica, fino a trasformare tutto in una narrazione coerente, o meglio, in un’esperienza. La parola chiave del progetto è “riconnessione”, che potrebbe suonare come l’ennesima formula vuota, se non fosse che qui viene presa alla lettera. Riconnettersi agli oggetti, ma in modo fisico, tattile. Riconnettersi agli altri creando spazi che favoriscono l’incontro. Riconnettersi a una parte più istintiva lasciando spazio al gesto, all’errore, al gioco.

C’è qualcosa di volutamente infantile in tutto questo. Non nostalgico, però. Piuttosto una forma di resistenza leggera, rifiutare l’idea che il design debba essere sempre serio, controllato, definitivo. Anche perché — e qui loro sono molto chiari — se non ci si diverte, non ha molto senso farlo. Come spesso succede con i progetti riusciti, Soft Matters non si fermerà a Milano. Avrà una seconda vita a Copenhagen, durante la 3 Days of Design. Ma non sarà la stessa installazione, cambierà forma, muterà per riallinearsi al contesto dove verrà inserito. Perché, in fondo, è questo il punto, non fissare mai davvero una forma definitiva, lasciare che il progetto continui a evolversi, a spostarsi, a trovare nuovi contesti.
E forse è proprio qui che sta la cosa più interessante di questa collaborazione, non tanto nei singoli oggetti, se pur riusciti, ma nell’idea che il design possa ancora essere uno spazio aperto, non completamente risolto. Un luogo in cui, ogni tanto, è ancora possibile fare qualcosa senza sapere esattamente dove si andrà a finire, e che, proprio per questo, vale la pena vedere.
Tutte le foto che vedete in questo articolo sono di Frank Stelitano.
Per il momento si tratta di 3 canzoni: Il passo successivo da Frozen II, Oltre l'orizzonte da Moana 2 e Non si parla di Bruno di Encanto, disponibili su Disney+ dal 27 aprile.
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