Per vincere a Sanremo oggi servono due cose: una bella canzone e un bravissimo stylist

Negli anni il Festival è diventato anche una passerella, in cui i vestiti sono uno strumento indispensabile per lanciare messaggi artistici, politici e personali. Ne abbiamo parlato con Susanna Ausoni, veterana dello styling e di Sanremo.

28 Febbraio 2026

La competizione sanremese ha sempre avuto un’attenzione quasi maniacale per i look. Fa parte del suo statuto, del suo archivio visivo, delle sue mitologie. Da anni, però, la partita si gioca su un doppio livello: accanto ai cantanti, in maniera sempre più evidente, competono gli stylist.

Questi ultimi, là dove il dono dell’ubiquità non arriva, in questi giorni frenetici stanno facendo la spola tra la fashion week milanese e Sanremo. Due geografie, che fino a qualche anno fa si sarebbero sfiorate appena, oggi non solo comunicano apertamente, ma il fato ha voluto che si accavallassero anche. Il Festival è diventato una piattaforma mediatica capace di incidere sul sistema moda tanto quanto una sfilata. E il sistema moda, che inizialmente guardava al Festival come a un territorio altro, si è accorto progressivamente che quello è un palcoscenico cruciale. Non solo per i brani in gara, ma per la costruzione di una carriera.

Un’altra Fashion Week

Ne parlo con Susanna Ausoni, stylist veterana del Festival, quest’anno al fianco di Michele Bravi, Tommaso Paradiso, Bambole di Pezza e, tra gli ospiti, Virginia Raffaele. È stata la prima a fare styling musicale in Italia, aprendo una strada poi percorsa anche da Nick Cerioni e da tanti tanti altri. Nel 2022 ne ha scritto anche un libro con Antonio Mancinelli, L’arte dello styling (Vallardi), dove si legge che gli abiti possono parlare di noi e del mondo, e che il compito dello stylist è esprimere lo Zeitgeist declinandolo secondo l’individualità, cogliendo suggestioni dall’arte, dalla cultura, dalla musica.

Ed è proprio questa la pratica che Ausoni porta a Sanremo da sempre: dai primi anni Dieci con Carmen Consoli e Anna Molinari, ai custom di Romeo Gigli per Paola Turci. «Cerco di creare un ponte tra linguaggio moda e progetto musicale», mi dice. Un ponte che in alcuni casi ha inciso in modo determinante, come per Mahmood, di cui ha contribuito a definire lo stile avanguardista fino a Sanremo 2022 e all’Eurovision. A un certo punto, racconta, la moda si è accorta che la musica aveva tra tutte le dimensioni l’ impatto più diretto, più emotivo. E anche i brand l’hanno capito altrettanto bene. La musica si è rivelata un vettore e i cantanti degli ottimi strumenti. Ma su un palco come quello dell’Ariston l’equilibrio è fragile: moda e musica devono sostenersi senza cannibalizzarsi.

Negli ultimi anni tra stylist e Festival c’è stato uno scambio equo, un dare e ricevere. Sanremo, anche grazie a loro, è diventato un prodotto esteticamente più digeribile e artisticamente più complesso attraverso gli abiti. Il pubblico li scruta, li giudica. Tra gli stylist dei Big, Lorenzo Oddo con Levante e Ditonellapiaga; Rebecca Baglini con Dargen D’Amico, Malika Ayane e Arisa; Gaia Bonfiglio con Mara Sattei e Tredici Pietro; Simone Folco con Patty Pravo; Francesco Mautone con Chiello; Ylenia Puglia con J-Ax, LDA e Aka 7even; Marco Ferra ed Ellen Mirck con Elettra Lamborghini e via dicendo. Un panorama vasto che racconta bene come la figura dello stylist, un tempo confinata agli addetti ai lavori, sia oggi centrale per comprendere le dinamiche tra musica, moda e visibilità.

Parole, musica e vestiti

In una gara canora si lavora senz’altro a partire dalla musica. La moda entra in secundis come componente del racconto per elevare il progetto, ma non può essere tutto. Serve una personalità forte, un’identità solida. Lo styling durante la kermesse sanremese, mi dice Ausoni con franchezza, non può e non deve diventare una competizione parallela: rischia di trasformarsi in un esercizio sterile e controproducente. Lá dove il lavoro diventa solo una gara ad accaparrarsi i brand migliori per “posizionare” l’artista, viene meno la creatività, che è il grande motore globale del progetto.

Imperativo è non subire la tendenza, ma costruire qualcosa che sia aderente al personaggio. In questo senso, la scelta di Lucio Corsi di presentarsi lo scorso anno con i propri vestiti, senza stylist, senza brand, per far parlare in primis la musica, è stata esemplare. E paradossalmente del suo stile si è parlato eccome. D’altronde ogni artista ha una richiesta diversa e la chiave sta nel trovare la giusta sintonia visiva, un insieme di combinazioni che funzionino. Solo in ultimo si pensa al brand, che può avere una sua utilità nelle dinamiche social e commerciali, certo, ma è l’ultimo tassello. Ed è importante trovare quello che possa raccontare meglio quella visione, a patto che quel brand accetti poi di rappresentare l’artista. E qui entrano in gioco press office, relazioni, conoscenze dirette.

Le pagelle sui look, su cui Susanna è giustamente molto critica, isolate dal contesto, perdono senso. Valutare un abito senza considerare l’aderenza alla canzone e al percorso dell’artista significa amputare il racconto, svilendo il grande lavoro che c’è dietro. Ausoni ci tiene a precisare con molta modestia che nel progetto musicale il suo lavoro è solo la ciliegina sulla torta: senz’altro completa e arricchisce, ma se il resto manca, non sussiste. Per quanto riguarda gli artisti che segue quest’anno mi parla della scelta di John Richmond per le Bambole di Pezza, che in Inghilterra come marchio ha un impatto decisamente più punk rispetto all’Italia. Per Tommaso Paradiso ha scelto qualcosa di fedelissimo a lui, con tanto di maglietta della salute a vista, un accompagnamento alla sua artisticità. Michele Bravi in Antonio Marras è senz’altro elegantissimo: con un pezzo così potente dal punto di vista vocale ed emotivo, questa era l’unica chiave.

Le prime serate hanno già offerto tributi al passato: Maria Antonietta con un vestito dalle maniche di margherite che richiama la Nada di “Ma che freddo fa” del 1969. Non sappiamo se l’intento fosse lo stesso anche per Martina “Cleo” Ungarelli delle Bambole di Pezza, con un abito identico a quello indossato da Anna Tatangelo nel 2008. Forse anche lei non voleva essere una ciliegia. La moda riflette il tempo che attraversa e quest’anno la spettacolarizzazione appare meno necessaria, in un clima sobrio, contenuto, controllato. L’unico a puntare su un racconto estetico in itinere è Dargen D’amico con la sua “Ai Ai”.

Non sembra esserci troppo spazio per la sperimentazione, tanto che la vera outsider risulta Elettra Lamborghini. A spezzare il classicismo ci pensa anche Chiello: capelli sparati che strizzano l’occhio all’alternative britannico dei The Horrors e all’estetica manga. Punk, sì, ma in Emporio Armani. Nessuna scelta underground, anche se vorrei che i pantaloni mi fittassero bene allo stesso modo. Lo definiscono già il festival della sottrazione. Nessuno osa davvero. Mai avrei pensato che il momento più frizzante sarebbe stato quello di Max Pezzali con un cappello da cowboy in un finto Far West ricreato sulla Costa Crociere: la nave su cui David Foster Wallace non sarebbe mai più voluto salire me la immagino esattamente così

Di questo Sanremo non si riesce nemmeno a ridere, neanche involontariamente

La prima serata del Festival è passata senza infamia e senza lode, tra diverse canzoni dimenticabili e pochi (per fortuna) siparietti imbarazzanti. Una certezza però ce l'abbiamo: Sanremo è tornato a essere una tradizione, noiosetta come tutte le tradizioni.

Leggi anche ↓
La moda aveva già tanti problemi e adesso si ritrova anche i broligarchi in prima fila alle sfilate

Mark Zuckerberg in prima fila da Prada, Jeff Bezos al fianco di Anna Wintour da Dior: l'epopea vestimentaria degli ex nerd, dalle felpe alla couture, dovrebbe preoccupare tutti gli amanti della moda.

Dopo la giacca dedicata agli Oasis, Lidl ci riprova con una borsa a forma di carrello della spesa

La trolley bag firmata dallo studio di design di Nik Bentel si può vincere iscrivendosi a un concorso sul profilo Ig della catena di supermercati

Tutto quello che dovete sapere per arrivare pronti alla settimana della moda lo trovate nella nuova puntata di The Fashion Show

Dai risultati economici dei giganti francesi, alle sfilate della couture e dell'abbigliamento maschile: nella Studio House va in scena l'analisi del mercato della moda

Alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Milano Cortina, Ilia Malinin si è esibito indossando dei jeans Balmain da 1100 dollari

Il pezzo era abbinato a una felpa del rapper NF: nel suo insieme, il look sembrava suggerire una riflessione sulla salute mentale nello sport.

Dalle cime delle Dolomiti alle acque del Lago di Como, le calzature FILA celebrano il Bel Paese

Snow Wolf 3 e Como Fusion celebrano l'heritage di un brand che ha segnato la storia delle competizioni sportive, dal 1978 ad oggi, che veste la Nazionale Cinese di Freestyle Aerials (senza dimenticare Alberto Tomba)

Maria Grazia Chiuri è l’unica designer al mondo che può dire di aver vestito Dante

È riuscita anche a far indossare a Dante il parka, curando i costumi per Inferno, che debutta stasera al Teatro dell'Opera di Roma.