Dal 2027 le case editrici del gruppo Gallimard dovranno controllare i testi con un software di rilevamento. La decisione arriva dopo il caso di Thélyson Orélien, romanzo candidato al Goncourt che sarebbe stato scritto con l’AI.
È morto Ryū Murakami e la prima cosa che ho fatto appena l’ho saputo è stato pensare al me ragazzo. La prima volta che mi capitò in mano un suo libro non l’avevo mai sentito nominare. Fu per caso, un pomeriggio del 2001, quando Giada si presentò a un nostro appuntamento in Piazza Leo con un pacchetto regalo. «Ho trovato questo in una libreria dell’usato e non ho potuto che pensare a te», mi disse, porgendomi un libro dalla copertina bianca, sulla quale campeggiava un titolo scritto a grandi lettere azzurre: Blu quasi trasparente. All’epoca abitavo in un appartamento preso in affitto, che dividevo con mia cugina Laura, al sesto piano di un palazzo liberty all’inizio di Viale Corsica, che aveva un futon sul pavimento e qualche arredo casuale sparso qua e là, oltre a un elaborato impianto stereo hi-fi che costava una fortuna e uno scrittoio improvvisato in un corridoio vicino all’entrata. Oggi quella casa passerebbe per una location chic-minimalista, ma allora era semplicemente un appartamento vuoto arredato a caso da due persone a cui non poteva fregare di meno. In quel periodo mi ero fissato con l’idea di scrivere un romanzo, che portavo avanti con totale incostanza prendendo appunti su dei taccuini neri, che era diventato la mia unica fonte di lucidità.
La sera tornavo a casa e leggevo il libro che mi aveva regalato, chiuso nella mia stanza affacciata all’ultimo piano del mondo, e provavo una sensazione difficile da spiegare. Il romanzo raccontava le giornate di Ryū, della sua ragazza Lily e di una banda di amici che vivevano a Fussa, una cittadina della periferia di Tokyo, nei pressi della base americana di Yokota. Le loro giornate trascorrevano tra sesso, droghe, musica rock, alcol, allucinazioni e improvvise esplosioni di violenza. Non c’era una vera trama, né qualcosa che potesse anche lontanamente somigliare a un futuro, e per certi versi era come guardarsi allo specchio. In una delle prime scene Ryū raccoglie da terra una siringa sporca di sangue, entra in cucina per lavarla e schiaccia uno scarafaggio che si aggira tra i piatti del lavello. Poco dopo Lily lo richiama: «Dal corpo dello scarafaggio è uscito un liquido giallo. Lily si è tolta gli slip dal piede, mi ha chiamato un’altra volta. La Certosa di Parma è da qualche parte sopra il tappeto». La cosa sorprendente, per quanto mi riguardava, non era tanto lo squallore, quanto la naturalezza con cui Murakami riusciva a raccontarlo. La letteratura e la sporcizia, la bellezza e il disgusto, la droga e la tenerezza condividevano lo stesso spazio in maniera assolutamente equa, senza che una cosa dovesse necessariamente giustificare l’altra. Lily poteva indifferentemente leggere Stendhal e farsi di eroina nel giro di poche righe. Ma c’era dell’altro. Murakami possedeva una straordinaria capacità di passare dalle descrizioni più ripugnanti a immagini di una delicatezza quasi commovente. Il sangue, il vomito, i corpi sfiniti, gli insetti lasciavano improvvisamente spazio a un colore, a un riflesso di luce, a un particolare apparentemente insignificante. Era come se in mezzo a tutta quella devastazione esistesse ancora qualcosa che meritasse di essere guardato oltre che vissuto. Una specie di eleganza disperata che a ventun anni trovavo semplicemente irresistibile. In quelle pagine si mischiavano senza soluzione di continuità la ribellione, l’inadeguatezza, le notti senza una direzione precisa, la compagnia degli altri che nonostante tutto non riusciva mai a cancellare del tutto una solitudine ostinata. La letteratura a quell’età era una specie di bussola, ed esercitava anche una qualche forma di autorizzazione: se qualcuno era riuscito a scrivere un romanzo tanto bello su un gruppo di ragazzi impegnati soprattutto a distruggersi, forse anche una vita spericolata come la mia poteva avere un senso. O quantomeno meritava di essere raccontata. E così Giada, in reggiseno e mutandine, seduta sul letto con (What’s the Story) Morning Glory? degli Oasis nello stereo, il portacenere traboccante di mozziconi, le Marlboro tracheotomizzate e le striscioline di carta di riso sparse sul comodino, tutto immerso nella luce delle sei del pomeriggio.
Per noialtri Murakami non era Haruki: era solo Ryū. E già la sua vita sembrava fatta apposta per alimentare quella fascinazione per la ribellione che cercavamo nei libri, nella musica e nella vita veloce. Era nato nel 1952 a Sasebo, una città portuale giapponese segnata dalla presenza delle basi militari americane, ed era cresciuto tra rock, cultura occidentale e contestazione giovanile. Nel 1976, a ventiquattro anni, aveva già pubblicato Blu quasi trasparente, scritto mentre era ancora studente, e dopo la vittoria del premio Akutagawa, il più prestigioso della letteratura giapponese, era stato bollato dalla critica come il nuovo enfant terrible. Prima di diventare uno scrittore, Murakami era stato un ragazzo piuttosto difficile. Figlio di due insegnanti, durante il liceo suonava la batteria in una rock band, girava filmini in Super 8, organizzava eventi e sembrava interessato a tutto tranne che a condurre una vita convenzionale. D’altra parte crescere a Sasebo, dove la presenza dei militari americani era parte integrante del paesaggio, significava entrare in contatto con una cultura che per molti suoi coetanei esisteva soltanto attraverso i film, i dischi e le riviste. All’inizio degli anni Settanta si trasferì a Fussa, vicino alla base aerea di Yokota, e si iscrisse all’Università d’arte Musashino per studiare scultura. Fu proprio quel mondo di soldati americani, musica occidentale e ragazzi alla deriva a diventare la materia prima del suo esordio letterario. Blu quasi trasparente vendette circa tre milioni e mezzo di copie e, oltre a sfidare la rispettabilità borghese, portò alla luce un’intera generazione che sembrava non riconoscersi più nei valori e nelle aspettative del Giappone che l’aveva preceduta. E non si fermò lì. Nel 1980 pubblicò Coin Locker Babies, la storia allucinata di due bambini abbandonati negli armadietti di una stazione, trasformando ancora una volta l’abbandono e la violenza in un incubo metropolitano. Nel 1987, con 69, tornò invece alla propria adolescenza e agli anni delle rivolte studentesche, raccontando la vita di un gruppo di amici che sembravano interessati tanto alla rivoluzione quanto alle ragazze, alla musica e alla possibilità di divertirsi. Negli anni successivi la sua narrativa sarebbe diventata ancora più inquietante, tra i deliri di Tokyo Soup e le ossessioni di Audition, il romanzo da cui Takashi Miike avrebbe tratto nel 1999 uno dei film più disturbanti del cinema giapponese contemporaneo. Qualche anno dopo, quando lavoravo come dj, dalla consolle delle discoteche urlavo al microfono i titoli dei suoi libri. «Tokyo, Tokyo… è Tokyo decadence!», gridavo, prendendo in prestito anche il titolo di un suo film, come fosse uno slogan, una parola d’ordine o chissà cos’altro. Non so quanti tra quelli che ballavano capissero di cosa stessi parlando. Probabilmente nessuno. Ma quei titoli, pronunciati ad alta voce in mezzo al frastuono di una discoteca frequentata da giovanissimi, mi sembravano, nella mia follia, starci perfettamente.
Quando, qualche tempo dopo, mi imbattei in Clay, il protagonista di Meno di zero di Bret Easton Ellis, molto del mondo di Murakami mi tornò in mente. Clay attraversava Los Angeles tra feste, droghe, ragazze e automobili costose, con l’aria di qualcuno che si trovasse sempre nel posto sbagliato. Clay e Ryū vivevano agli estremi opposti del mondo, e anche i loro creatori sembravano aver scelto due modi inconciliabili di raccontarlo. Ellis procedeva per sottrazione, eliminava spiegazioni, sentimenti, giudizi, fino a lasciare i personaggi in una superficie liscia e gelida. Murakami faceva l’opposto, riempiendo le pagine di corpi, odori, rumori, sangue e sensazioni, come se il mondo fosse troppo intenso per essere ignorato. Uno attraversava feste senza che nulla sembrasse raggiungerlo, l’altro stanze affollate in cui ogni cosa sembrava ferire. In entrambi i casi si poteva passare da un party all’altro, da un letto all’altro, essere continuamente circondati da persone e sentirsi comunque terribilmente soli. Una condizione che conoscevo piuttosto bene.
Ryū Murakami è morto il 17 ottobre, a 74 anni, dopo aver passato mezzo secolo a raccontare gli aspetti meno rassicuranti dell’esistenza umana. Probabilmente verrà ricordato come lo scrittore del sesso, delle droghe e della violenza. Tutte definizioni vere, almeno in parte, ma insufficienti a spiegare perché i suoi libri abbiano significato tanto per persone come me che vivevano a migliaia di chilometri dal Giappone. È la letteratura, baby, risponderebbe qualcuno.
