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11:06 sabato 1 agosto 2026
L’unica pasticceria al mondo che ha il permesso dello Studio Ghibli per fare dolcetti di Totoro è quella della cognata di Hayao Miyazaki Si chiama Shiro-Hige’s Cream Puff Factory e ne produce pochissimi alla volta: accaparrarseli è difficile quasi come riuscire a visitare il Ghibli Park.
Uno dei motivi della crisi di Ceuta sarebbe una sentenza della Corte Suprema spagnola che stabilisce che i migranti che arrivano in Spagna a nuoto non possono essere respinti Migliaia di persone sono entrate in una settimana aggirando a nuoto un frangiflutti. Non possono essere respinte perché non hanno aggirato nessuna barriera fisica.
Per festeggiare il 25esimo anniversario di Drukqs, Aphex Twin ha fatto una ristampa del disco in vinile, cd e pure musicassetta Con questa ristampa Aphex Twin raggiunge anche un traguardo personale: ora tutti i suoi album sono disponibili in vinile.
Da un grande problema con gli incendi boschivi derivano grandi problemi con le assicurazioni e i risarcimenti Il 75 per cento dei danni da catastrofe naturale in Europa non è coperto da nessuna polizza assicurativa, e la quota cresce ogni estate. In più, i danni causati dagli incendi non sono comunque coperti da queste polizze.
A Firenze aprirà il primo centro italiano specializzato in prevenzione e cura della dipendenza da social Aprirà subito dopo l'estate e si chiama Discover - Fuori dal guscio, accoglierà ragazzi e ragazze dai 10 ai 25 anni di età.
Finché potremo vedere e rivedere all’infinito quella scena di Drive, di Kavinsky non ci dimenticheremo mai È morto a 50 anni uno dei grandi protagonisti della scena elettronica. Di lui resta tanto ma soprattutto una canzone, Nightcall, pezzo fondamentale di un film indimenticabile.
C’è un motore di ricerca che vuole rendere accessibili liberamente e gratuitamente tutte le opere d’arte conservate in tutti i musei del mondo Su The Last Museum si trovano già 5,8 milioni di opere e l'archivio continua a crescere giorno dopo giorno. L'obiettivo è raccogliere tutta l'arte di tutti i tempi.
Sta per uscire un libro che raccoglie centinaia di schizzi e bozzetti di Yohji Yamamoto ritrovati per caso in un magazzino di Tokyo Si intitola Yohji Yamamoto Drawings, la curatela è di Peter Saville e i disegni sono stati selezionati da Yamamoto in persona.

A Roma ad agosto finisce tutto, tranne la Tiburtina

Nel mese in cui la città va in ferie, c'è solo una strada in cui tutto continua come al solito, tutto rimane lo stesso: via Tiburtina.

18 Agosto 2023

Pensare ad agosto mi piace, perché mi mette in crisi. Mi ricorda qualcosa di marcio eppure dolcissimo, un tumore zuccherato, una palma florida per metà e per l’altra metà bruciata dal caldo. Ma ieri, mentre camminavo su via Tiburtina, ho pensato anche a un ragazzo con cui ho condiviso casa per un po’ di tempo.

Luiz è nato a Rio de Janeiro e vive a Roma da una decina d’anni. Un tizio curioso, che esce sempre col papillon, spende mensilmente un centinaio d’euro in orchidee e si esprime con un bizzarro idioma personale, un italiano comprendente parecchi termini brasiliani insieme a memorabili cadenze campane.

In una delle ultime conversazioni discutevamo al telefono. Lavoravamo entrambi a progetti universitari. Era fine luglio e non avevo riposato neanche un fine settimana.

«Come stai?» mi chiese.
«Possiamo evitare domande tanto complicate?» risposi.
«Bene, dove vai in vacanza?»
«Ma lo fai apposta?»
«Sì, per riderci sopra. Para rir».
«Non faccio una vacanza vera da almeno quindici anni».
«E io che dovrei dire? Vorrei tornare in Brasile ma il biglietto costa una fortuna. Quindi rimarrò qui».
«Anch’io rimarrò qui».
«Dove? In che zona vivi adesso?»
«Su via Tiburtina».

Luiz non commentò ma produsse in compenso una serie di rumori talmente stridenti che dovetti scostare l’orecchio dal telefono. Poi silenzio, per una trentina di secondi. Infine l’ascolto di una melodia che conoscevo. «Stai suonando?» domandai. «Sì» rispose Luiz, «ho comprato una pianola nuova».

Lo lasciai sbizzarrire per qualche minuto, aveva appena iniziato un nuovo motivetto quando iniziò a sbruffare pesantemente. «Ho bisogno di andare in vacanza!» gridò a un tratto, con tono trionfale. «Eu preciso sair de férias! Férias, férias, férias!».

Io intanto annuivo e confessavo di provare la stessa frenesia. Ma Luiz non mi diede retta, anzi ben presto cominciò a blaterare, sentenze zeppe di dittonghi seducenti e subito dopo i quali affermavo «sì certo», senza aver capito nulla. Nelle pause di quel dialogo o ridevo o lo ascoltavo suonare. Schiacciava i tasti della pianola come fossero trappole per topi, con astio, forse con l’ansia di una vendetta, un’elegante nemesi contro il mondo o meno genericamente contro le compagnie aeree che non abbassavano i prezzi dei voli intercontinentali. Luiz nel frattempo continuava. Siamo entrambi decisamente ossessionati dalla Bossa nova, per questo quando attaccò Desafinado di João Gilberto sorrisi, disperatamente, mentre arrivavo alla seguente conclusione: trascorrere agosto a Roma, da sola, non era neppure concepibile, la sola idea mi pareva inversomile e avrei fatto carte false per sventare un evento del genere.

«Ora vado» fece Luiz, interrompendo la musica.
«Che succede?»
«Devo distrarmi. L’estate di Roma mi rattrista».
«Anche a me».
Riagganciai con in sottofondo un suono smielato. Luiz mugugnò «buona serata» e io contraccambiai debolmente.

Pensavo a tutto questo ieri sera, mentre tornavo a casa dalla stazione Tiburtina. Sei o sette minuti a piedi, non di più, il tempo di superare una pompa di benzina, un fioraio, un paio di farmacie e una dozzina di bar e pizzerie-kebab. Parecchi lampioni erano spenti, così che alcuni tratti di strada ricevevano luce unicamente dai neon delle insegne: in pratica attraversavo una foresta, una specie di sottobosco fosforescente, fatto da strane zolle fucsia, verde e blu elettrico.

Dopo un po’ ho deviato lo sguardo, man mano sollevavo gli occhi e non distinguevo che schiere di palazzi. Enormi, disumane, unite a destra e a sinistra come ali minacciose, più le ammiravo e più somigliavano a due zanne ficcate in una bocca immaginaria. Quelle fauci di cemento dovevano essere aperte, proprio mentre stavo passando io, mi muovevo tra la lingua e il palato e percepivo odore di spezie, alcol, sudore, pneumatici squagliati sull’asfalto. E intanto sentivo parole, parole a pezzi e parole legate, parole parlate e parole urlate. Sentivo rabbia e sgomento e tenerezza. Sentivo musica latinoamericana e in inglese. Sentivo sirene e clacson schiacciati e in lontananza, in una sorta di allucinato controcanto, il richiamo dei gabbiani. «Ciaooooo» ha gridato poi uno sconosciuto, mentre inaspettatamente avvistavo la luna, la luna carnosa e abbagliante, che fino a quel momento non avevo notato e che faceva piangere, la luna piena ma invisibile. «Ciaooooo!»

Una volta a casa ho acceso il ventilatore e sono sprofondata a letto, avvertendo il refrigerio di quell’aria provocata e pensando a come parecchie cose, durante l’estate, procedessero con quel meccanismo, parecchie cose erano rallentante e quindi forzate, poco naturali, semplicemente insopportabili. Ho sospirato allora, ricordandomi che era agosto e che io ero a Roma. Di nuovo.

Stavo per addormentarmi quando ho sentito una voce dal corridoio. Qualcuno mi stava chiamando. Mi sono rialzata, ma roboticamente, e mi sono diretta verso il portoncino.

«Chi è?» ho domandato.
«La signora Barbara, del piano di sotto».

Ho aperto. Davanti a me c’era una donna sulla sessantina che si reggava su una stampella. Truccata, sorridente, con grandi occhi color nocciola.

«Senti, volevo chiederti una cosa, posso? Tanto lo so che a quest’ora non dormi, la gente giovane va a letto tardi». Parlava con pause ritmate, come cinguettando, l’ascoltavo ammirata. «A me servirebbe un libro, quel libro che mi piace tanto… ne parlavamo l’altro giorno. Potresti prenderlo tu dalla biblioteca? Immagino ci andrai spesso».
«Va bene» ho detto subito.
«Oh, grazie!»
«Andrò domani, l’ultimo giorno prima della chiusura».
«Che chiusura?»
«Ad agosto le biblioteche chiudono».
«Se è per questo chiude tutto».

Non ho ribattuto. Solo osservavo Barbara che stringeva la stampella e mi lanciava occhiate esaminatrici. Fonde, penetranti, lunghissime. Per saggiare la mia resistenza forse, o per comunicarmi un qualche tipo di amicizia, un’alleanza istantanea e cameratesca.

«Solo questo posto mi sembra che non chiuda» ha ripreso dopo un po’. «Vorrei che si sospendesse, che smettesse di essere così com’è, anche un giorno soltanto, ci pensi? Ma è impossibile. Ad agosto finisce tutto, tranne ‘sta strada».

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