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22:21 domenica 7 giugno 2026
Grazie al fotovoltaico l’Europa ha risparmiato quasi 13 miliardi di spesa energetica nonostante la crisi nello Stretto di Hormuz In media, sono 136 milioni di euro risparmiati ogni giorno, per ogni giorno dall'inizio della guerra in Iran a oggi.
In uno dei videogiochi più popolari del momento interpreti il proprietario di una biblioteca disordinatissima che deve rimettere a posto 3072 volumi Si intitola Librarian: Tidy Up The Arcane Library, giocarci è molto rilassante, basta avere la consapevolezza che la missione è impossibile.
Nelle università americane è nato un nuovo trend: subissare di fischi chiunque faccia l’elogio dell’AI È successo in almeno una decina di occasioni nelle ultime settimane. Gli studenti, appena sentono le parole intelligenza e artificiale, iniziano a fischiare.
In Albania ci sono delle enormi proteste per impedire a Jared Kushner, il genero di Trump, di costruire un resort di lusso in un’area naturale protetta Sono tre giorni che le strade di Tirana sono piene di manifestanti che vogliono fermare a tutti i costi la prosecuzione del progetto.
In realtà, mancano ancora almeno altri dieci anni prima che i lavori alla Sagrada Familia siano davvero finiti Il 10 giugno, alla presenza di Pedro Sanchez e del Papa, si festeggerà la fine dei lavori. Almeno di quelli più grossi, perché mancano ancora una facciata intera, una scalinata e un parco.
La notizia di Martin Scorsese che decide di usare l’AI per disegnare gli storyboard dei suoi film non poteva essere accolta peggio Il regista ha annunciato una collaborazione con una start up AI tedesca. La reazione è stata notevolmente negativa.
ll governo tedesco ha approvato una riforma che equipara i club ai teatri e li protegge dalla speculazione immobiliare Si spera così di fermare la Clubsterben, la morte dei club, una crisi gravissima che in questi anni ha portato alla chiusura di decine di locali storici.
Il brand di skincare The Ordinary se la sta prendendo con l’assurdo marketing e i prezzi folli dei brand di skincare “Buy the ingredients, not the hype”, si intitola la nuova campagna del brand, in cui a prodotti di uso comune viene applicata la stessa maggiorazione di prezzo che si usa con gli ingredienti dei cosmetici.

A Roma ad agosto finisce tutto, tranne la Tiburtina

Nel mese in cui la città va in ferie, c'è solo una strada in cui tutto continua come al solito, tutto rimane lo stesso: via Tiburtina.

18 Agosto 2023

Pensare ad agosto mi piace, perché mi mette in crisi. Mi ricorda qualcosa di marcio eppure dolcissimo, un tumore zuccherato, una palma florida per metà e per l’altra metà bruciata dal caldo. Ma ieri, mentre camminavo su via Tiburtina, ho pensato anche a un ragazzo con cui ho condiviso casa per un po’ di tempo.

Luiz è nato a Rio de Janeiro e vive a Roma da una decina d’anni. Un tizio curioso, che esce sempre col papillon, spende mensilmente un centinaio d’euro in orchidee e si esprime con un bizzarro idioma personale, un italiano comprendente parecchi termini brasiliani insieme a memorabili cadenze campane.

In una delle ultime conversazioni discutevamo al telefono. Lavoravamo entrambi a progetti universitari. Era fine luglio e non avevo riposato neanche un fine settimana.

«Come stai?» mi chiese.
«Possiamo evitare domande tanto complicate?» risposi.
«Bene, dove vai in vacanza?»
«Ma lo fai apposta?»
«Sì, per riderci sopra. Para rir».
«Non faccio una vacanza vera da almeno quindici anni».
«E io che dovrei dire? Vorrei tornare in Brasile ma il biglietto costa una fortuna. Quindi rimarrò qui».
«Anch’io rimarrò qui».
«Dove? In che zona vivi adesso?»
«Su via Tiburtina».

Luiz non commentò ma produsse in compenso una serie di rumori talmente stridenti che dovetti scostare l’orecchio dal telefono. Poi silenzio, per una trentina di secondi. Infine l’ascolto di una melodia che conoscevo. «Stai suonando?» domandai. «Sì» rispose Luiz, «ho comprato una pianola nuova».

Lo lasciai sbizzarrire per qualche minuto, aveva appena iniziato un nuovo motivetto quando iniziò a sbruffare pesantemente. «Ho bisogno di andare in vacanza!» gridò a un tratto, con tono trionfale. «Eu preciso sair de férias! Férias, férias, férias!».

Io intanto annuivo e confessavo di provare la stessa frenesia. Ma Luiz non mi diede retta, anzi ben presto cominciò a blaterare, sentenze zeppe di dittonghi seducenti e subito dopo i quali affermavo «sì certo», senza aver capito nulla. Nelle pause di quel dialogo o ridevo o lo ascoltavo suonare. Schiacciava i tasti della pianola come fossero trappole per topi, con astio, forse con l’ansia di una vendetta, un’elegante nemesi contro il mondo o meno genericamente contro le compagnie aeree che non abbassavano i prezzi dei voli intercontinentali. Luiz nel frattempo continuava. Siamo entrambi decisamente ossessionati dalla Bossa nova, per questo quando attaccò Desafinado di João Gilberto sorrisi, disperatamente, mentre arrivavo alla seguente conclusione: trascorrere agosto a Roma, da sola, non era neppure concepibile, la sola idea mi pareva inversomile e avrei fatto carte false per sventare un evento del genere.

«Ora vado» fece Luiz, interrompendo la musica.
«Che succede?»
«Devo distrarmi. L’estate di Roma mi rattrista».
«Anche a me».
Riagganciai con in sottofondo un suono smielato. Luiz mugugnò «buona serata» e io contraccambiai debolmente.

Pensavo a tutto questo ieri sera, mentre tornavo a casa dalla stazione Tiburtina. Sei o sette minuti a piedi, non di più, il tempo di superare una pompa di benzina, un fioraio, un paio di farmacie e una dozzina di bar e pizzerie-kebab. Parecchi lampioni erano spenti, così che alcuni tratti di strada ricevevano luce unicamente dai neon delle insegne: in pratica attraversavo una foresta, una specie di sottobosco fosforescente, fatto da strane zolle fucsia, verde e blu elettrico.

Dopo un po’ ho deviato lo sguardo, man mano sollevavo gli occhi e non distinguevo che schiere di palazzi. Enormi, disumane, unite a destra e a sinistra come ali minacciose, più le ammiravo e più somigliavano a due zanne ficcate in una bocca immaginaria. Quelle fauci di cemento dovevano essere aperte, proprio mentre stavo passando io, mi muovevo tra la lingua e il palato e percepivo odore di spezie, alcol, sudore, pneumatici squagliati sull’asfalto. E intanto sentivo parole, parole a pezzi e parole legate, parole parlate e parole urlate. Sentivo rabbia e sgomento e tenerezza. Sentivo musica latinoamericana e in inglese. Sentivo sirene e clacson schiacciati e in lontananza, in una sorta di allucinato controcanto, il richiamo dei gabbiani. «Ciaooooo» ha gridato poi uno sconosciuto, mentre inaspettatamente avvistavo la luna, la luna carnosa e abbagliante, che fino a quel momento non avevo notato e che faceva piangere, la luna piena ma invisibile. «Ciaooooo!»

Una volta a casa ho acceso il ventilatore e sono sprofondata a letto, avvertendo il refrigerio di quell’aria provocata e pensando a come parecchie cose, durante l’estate, procedessero con quel meccanismo, parecchie cose erano rallentante e quindi forzate, poco naturali, semplicemente insopportabili. Ho sospirato allora, ricordandomi che era agosto e che io ero a Roma. Di nuovo.

Stavo per addormentarmi quando ho sentito una voce dal corridoio. Qualcuno mi stava chiamando. Mi sono rialzata, ma roboticamente, e mi sono diretta verso il portoncino.

«Chi è?» ho domandato.
«La signora Barbara, del piano di sotto».

Ho aperto. Davanti a me c’era una donna sulla sessantina che si reggava su una stampella. Truccata, sorridente, con grandi occhi color nocciola.

«Senti, volevo chiederti una cosa, posso? Tanto lo so che a quest’ora non dormi, la gente giovane va a letto tardi». Parlava con pause ritmate, come cinguettando, l’ascoltavo ammirata. «A me servirebbe un libro, quel libro che mi piace tanto… ne parlavamo l’altro giorno. Potresti prenderlo tu dalla biblioteca? Immagino ci andrai spesso».
«Va bene» ho detto subito.
«Oh, grazie!»
«Andrò domani, l’ultimo giorno prima della chiusura».
«Che chiusura?»
«Ad agosto le biblioteche chiudono».
«Se è per questo chiude tutto».

Non ho ribattuto. Solo osservavo Barbara che stringeva la stampella e mi lanciava occhiate esaminatrici. Fonde, penetranti, lunghissime. Per saggiare la mia resistenza forse, o per comunicarmi un qualche tipo di amicizia, un’alleanza istantanea e cameratesca.

«Solo questo posto mi sembra che non chiuda» ha ripreso dopo un po’. «Vorrei che si sospendesse, che smettesse di essere così com’è, anche un giorno soltanto, ci pensi? Ma è impossibile. Ad agosto finisce tutto, tranne ‘sta strada».

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