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Alla galleria Banquet di Milano, KINGS, duo composto da Daniele Innamorato e Federica Perazzoli, cura Rejected, una mostra collettiva che attraversa erotismo, pornografia, censura e desiderio contemporaneo. Un allestimento pensato come un’impaginazione editoriale, dove ciò che il bigottismo social censurerebbe torna a esistere nello spazio fisico dell’arte, senza filtri. C’è una tenda rossa di festoni riflettenti che scherma le vetrine di Banquet, in zona Casoretto. Non era prevista dal progetto, ma è stata messa lì dopo che qualche condomino si è lamentato per il poco decoro delle opere che si intravedevano dal piano strada. Quando la mostra ha inaugurato, poco prima di Natale, l’effetto porno-natalizio dev’essere stato piuttosto singolare. Rejected nasce da una riflessione su quel gorgo affascinante ed eccitante in cui si mescolano desiderio, immagini, onestà, censura, pornografia e autodeterminazione.
Innamorato e Perazzoli non arrivano alla realizzazione di Rejected come curatori. O meglio, la mostra nasce da un’idea di KINGS che poi si è aperta a collaborazioni e ingaggi con altri artisti fino a diventare a tutti gli effetti curatori. Il loro lavoro, da anni, si muove su una linea obliqua che attraversa arte, editoria, grafica, installazione ambientale. Fare arte per KINGS è costruire dispositivi e ambienti: spazi da leggere prima ancora che da guardare. Rejected è, in questo senso, una mostra che funziona come una rivista tridimensionale, un numero speciale dedicato che nello stesso spazio propone una selezione di voci, interpreta la definizione erotismo e pornografia contemporanea e mette in discussione la nostra libertà di accesso a immagini e slanci in un mondo social in cui ancora un capezzolo femminile significa immagine censurata ed eliminata dalle piattaforme.
Un’indagine sulle forme di autocontrollo visivo
La pornografia, l’hardcore, l’immagine esplicita erano il punto di partenza. Ma presto il progetto si è spostato altrove. «Ci siamo accorti che oggi il problema non è più mostrare o non mostrare», dice Perazzoli, «ma come le immagini vengono addomesticate. Facebook e Instagram non censurano soltanto: insegnano come censurarsi da soli». Rejected diventa così un’indagine sulle forme di autocontrollo visivo, su quel processo liminale che acquisiamo e impariamo per osmosi per cui il desiderio è tollerato solo in una versione presentabile e negoziata con l’algoritmo.

La selezione degli artisti segue questa logica di attrito. In mostra convivono figure storicizzate come Jacopo Benassi o Attilio Solzi e autori giovanissimi come Sondiaze, che in alcuni casi non provengono nemmeno da una formazione artistica canonica. «Ci interessava il rischio», spiega Innamorato. «Mettere insieme chi ha un curriculum istituzionale e chi non ha ancora gli strumenti per stare dentro al sistema. Fare il lavoro vero del curatore: tirare fuori qualcosa e scommettere su qualcuno, non solo selezionare». Il risultato non è una somma di stanze monografiche, ma un montaggio serrato. Le opere si sfiorano, si disturbano, entrano in corto circuito in cui le immagini crude e sfidanti di Marcel Swann si scontrano con l’ingenuità feroce delle fotografie di Sondiaze. «All’inizio avevamo pensato di dividere la mostra dedicando uno spazio a ogni artista», racconta Perazzoli. «Poi ci siamo accorti che era la cosa peggiore possibile. Così abbiamo iniziato a impaginare, come si fa con un giornale».
Immagini rifiutate e ritrovate
Non è una metafora, i KINGS progettano a tutti gli effetti l’allestimento come una griglia editoriale e lavorano per anticipazioni, contrasti, ritmo. L’unico vero elemento unificante è un wallpaper che riveste lo spazio: un’incisione settecentesca, l’unica immagine apertamente pornografica della mostra. Una scena mitologica – un fauno e una donna – che oggi appare paradossalmente più accettabile di molte fotografie contemporanee. «È elegante, è classica», osserva Innamorato. «Eppure è la cosa più estrema che c’è lì dentro». Il titolo, Rejected, è stato suggerito da Fabio Paleari, fotografo e amico, e arriva dal timbro usato dalle agenzie fotografiche per bollare le immagini rifiutate. Un gesto burocratico, definitivo. «Ci piaceva l’idea del timbro», racconta Perazzoli, «di qualcosa che certifica l’esclusione. Ma anche la possibilità di ribaltarlo, di usarlo come segno grafico». Anche qui, la mostra ragiona come un prodotto editoriale: prende un codice del controllo e lo trasforma in linguaggio.
Fuori, la tenda rossa filtra la vista. Dentro, le opere fanno il contrario: insistono. Il corpo, in Rejected, non è mai neutro. È vulnerabile, grottesco, desiderante, a volte tenero. Nelle fotografie di Irene Topan, il bondage diventa un linguaggio relazionale; nelle immagini di Luca Matarazzo, l’archivio fotogiornalistico si contamina con eros e subconscio; nell’audio blasfemo di Hydra Mentale, la religione torna a essere corpo e ossessione. «Non ci interessava scandalizzare», dice Innamorato. «Lo scandalo è una cosa noiosa. Ci interessava mostrare come certe immagini vengono respinte perché non sono funzionali». In questo senso, Rejected non oppone l’osceno all’amore: li mette sullo stesso piano. Entrambi parlano del bisogno di essere visti, toccati, riconosciuti ed entrambi diventano problematici quando sfuggono alla narrazione dominante o alla forma accettabile.Alla fine, ciò che resta è una domanda aperta: che fine fa il corpo, oggi, quando l’immagine è ovunque ma la visibilità è sempre condizionata? Rejected suggerisce un approccio semplice e insieme scomodo: il corpo reale richiama spazi reali, in cui l’immagine non deve chiedere il permesso.
Tutte le foto in questo articolo sono di Nicole Marnati.
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