Le politiche migratorie dell’Unione europea somigliano sempre più a quelle degli Stati Uniti, nel peggior senso possibile

La prossima approvazione del Patto sulla Migrazione, e soprattutto del regolamento sui rimpatri, segna una stretta senza precedenti sui diritti dei migranti in Europa. Un precedente che potrebbe cambiare per sempre, e in peggio, la vita dell'Unione.

17 Febbraio 2026

La nave di soccorso Humanity 1 starà ferma al porto di Siracusa per 60 giorni, mentre nel Mediterraneo i migranti continuano a partire dalle coste libiche e tunisine, naufragano e muoiono in mare. Dai Cpr vengono documentati abusi di potere quotidiani. I confini sono luoghi in cui i diritti umani sono sospesi e le polizie di frontiera respingono i richiedenti asilo. Queste sono solo alcune delle conseguenze pratiche causate dalle politiche migratorie conservatrici in Europa. In vista dell’entrata in vigore del Patto sulla migrazione e l’asilo a giugno di quest’anno, la Commissione, il Consiglio e il Parlamento stanno approvando, tra gli altri, il regolamento sui rimpatri, l’ultima manovra verso la chiusura definitiva delle frontiere e lo svuotamento del diritto di asilo. 

Il regolamento prevede di aumentare il numero di rimpatri effettivi e di uniformare le procedure tra gli Stati membri. Quando si tratta di comprimere diritti fondamentali, l’Europa non ha difficoltà ad armonizzare le norme. L’obiettivo è rendere il rimpatrio lo strumento centrale della politica migratoria per chi non ha diritto a restare. La reciprocità delle decisioni di rimpatrio, la possibilità di detenzione fino a due anni anche per famiglie con minori e la riduzione drastica di garanzie giudiziali sono alcune delle norme che il Parlamento europeo si prepara a vagliare. Settanta Ong e gli osservatori speciali dell’Onu per i diritti umani hanno espresso una forte preoccupazione per la tutela dei diritti in un comunicato congiunto in cui chiedono alle istituzioni vie legali e sicure. 

«Con questa legge l’Ue sta tentando di ampliare un quadro di espulsioni e detenzione di massa», ha spiegato Sarah Chander, co-fondatrice di Equinox Initiative for Racial Justice. Secondo Chander, queste leggi si reggono su narrazioni dannose, che equiparano i richiedenti asilo “respinti” a dei criminali. «Si sta cercando di modificare il concetto stesso di espulsione. La proposta consentirebbe ai governi di espellere persone verso Paesi in cui non hanno mai messo piede e con cui non hanno alcun legame personale, attraverso un sistema di cosiddetti return hubs, prigioni offshore situate fuori dall’Europa», prosegue Chander.

L’operatività di questi rimpatri sarà affidata, oltre che ai singoli Stati, a Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera, che ha visto un enorme ampliamento di budget e poteri negli ultimi anni. Oggi dispone di un corpo permanente con agenti armati e partecipa attivamente a controlli, intercettazioni, arresti amministrativi, procedure di rimpatrio e trasferimento di dati personali. «Inoltre, l’agenzia resta fortemente coinvolta in Paesi in cui gli standard di accesso alla protezione internazionale sono molto deboli. Frontex ha continuato a operare in Polonia nonostante, nel 2025, la sospensione del diritto di chiedere asilo in alcuni valichi di frontiera, in un contesto di carenze sistemiche che implica che molte persone espulse potrebbero non aver mai visto le proprie domande registrate o esaminate correttamente», afferma Silvia Carta, advocacy officer di Picum (Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants).

Una delle norme più preoccupanti è la possibilità per le autorità di effettuare controlli e perquisizioni mirate per localizzare persone senza documenti. Racconta Carta che dal 2024, ad esempio, «Frontex opera al fianco della polizia belga negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie, con lo scopo di supportare la polizia locale nell’esecuzione delle espulsioni».

I raid contro i migranti esistono già in Europa, ma incorporarli in una normativa UE vincolante, che include esplicitamente le abitazioni private, standardizzerebbe l’uso in tutta Europa. «I raid migratori nelle abitazioni private mettono a rischio le persone senza documenti, che vengono sradicate dalle loro vite e separate dalle famiglie. Viene preso di mira anche chi agisce in solidarietà con le persone senza documenti e sceglie di ospitarle nella propria casa», prosegue Carta. 

Questa è la conferma che per noi europei la migrazione è una minaccia alla sicurezza e non un fenomeno umano. Si sfumano volutamente i confini con il diritto penale, non sulla base di reati effettivamente commessi, ma unicamente sullo status di migrante. Pratiche simili ricordano quelle dell’Ice negli Stati Uniti, di una caccia organizzata alle persone in movimento finalizzata alla deportazione. L’Europa sta costruendo un apparato repressivo ispirato al modello trumpiano, ma senza riconoscerlo pubblicamente. Gli omicidi compiuti da agenti dell’ICE e della Border Patrol hanno suscitato indignazione anche tra quegli stessi politici europei che si affidano consapevolmente alla scarsa attenzione mediatica che circonda i negoziati sul regolamento rimpatri. 

«Il Regolamento Rimpatri è un disastro, insieme ai due testi vergognosi approvati sui Paesi sicuri e Paesi terzi sicuri», racconta Cecilia Strada, eurodeputata che fa parte del gruppo dei socialisti in Europa. Le perquisizioni finalizzate ai rimpatri saranno giustificate dalle cosiddette “relevant premises”. “Si cercheranno gli irregolari in una chiesa dove ricevono cibo, alla mensa dei poveri, alla sede di un’organizzazione di avvocati pro bono?», si chiede Strada.

Secondo l’eurodeputata, questo atteggiamento repressivo annienta gli sforzi per universalizzare il diritto d’asilo, riconosciuto dopo la Seconda Guerra Mondiale come risposta alla Shoah. «Siamo delle istituzioni talmente ipocrite che ricordiamo gli orrori del passato e poi buttiamo nel water le conquiste del Novecento in termini di diritti. La storia ce ne chiederà conto». Le responsabilità di un’Europa razzista, però, sono anche dei cittadini. Sono anche loro, secondo Strada, che dovrebbero chiedersi che cosa ci ha fatto più paura. «Una barca che arriva verso Lampedusa? O il fatto che mia madre non ha una pensione sufficiente a garantire una vita dignitosa? O il fatto che ho bisogno di curarmi e non ho soldi per farlo? O magari mio figlio è precario? Ho perso il lavoro? O magari non ho la casa?», perché sono queste le emergenze reali in Europa. La costruzione di un nemico che non può replicare – perché sistematicamente escluso dal dibattito pubblico – insieme alla circolazione incessante di notizie false sui migranti, ha alimentato un conflitto sociale difficilmente risolvibile.

Anche Strada intravede un paragone preoccupante con gli Stati Uniti, per questo, dice, serve imparare la lezione di Minneapolis: i diritti funzionano così. «Quando si comincia a toglierli a qualcuno e si accetta che il potere possa cambiare le regole sui diritti fondamentali, poi siamo tutti a rischio. Si comincia espellendo i cittadini messicani, poi si finisce sparando in faccia i cittadini statunitensi. In Italia i migranti sono i primi, ma persone con background migratorio e attivisti ce lo dicono da 15 anni: stanno facendo le prove generali sugli stranieri».

Amerika Garcia Grewal del Border Vigil di Eagle Pass è un’attivista che da vent’anni organizza una vera e propria resistenza al confine tra Messico e Stati Uniti: ha aiutato i migranti ad attraversare i muri di Obama, Biden e di Trump, oggi che il confine assomiglia a un grande cimitero raccoglie i corpi senza vita dei migranti morti nel Rio Grande o nel deserto, organizza proteste e monitora le attività del Border Patrol, la polizia di frontiera. «Per molti versi, la morte di Renee Good ha mostrato al resto degli Stati Uniti ciò che qui al confine sappiamo da anni. Puoi essere una cittadina statunitense e una donna bianca mentre accompagni i figli a scuola e venire comunque colpita in faccia da un proiettile, e le autorità mentiranno davanti alle telecamere su ciò che abbiamo visto accadere nel video».

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