Project Hail Mary è l’esempio di ottimismo radicale di cui non sapevamo di avere un disperato bisogno

In cima al botteghino italiano e mondiale, il film di Phil Lord e Christopher Miller fa due cose in maniera eccellente: conferma il talento comico di Ryan Gosling e ci ricorda che si può ridere anche alla fine del mondo.

31 Marzo 2026

Qualche tempo fa Ryan Gosling ha dichiarato in un’intervista di non essere più interessato a ruoli cupi e violenti come quelli che ha interpretato all’inizio della sua carriera. Niente più uomini ossessivi e dietro il cui mistero si malcelavano dolore e rabbia, come in Drive. A Gosling quell’atmosfera si attaccava addosso, il disagio tornava a casa, dalla famiglia, insieme a lui.

Smesso il giacchetto ricamato del thriller e l’impermeabile del protagonista malinconico e tormento della fantascienza d’alto bordo (è stato Neil Armstrong nel First Man di Damien Chazelle, ha raccolto la pesantissima eredità di Harrison Ford in Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve), ha indossato volentieri il guardaroba fluo di Ken, l’eterno spasimante di Barbie. Complice quell’aria da uno alla mano e sempre pronto a scherzare, è diventato il protagonista perfetto di L’ultima missione: Project Hail Mary ancor prima che il film venisse effettivamente girato.

È difficile immaginare un altro interprete nei panni del Ryland Grace, professore di scienze in un’anonima scuola media che dietro a tremende t-shirt con giochi di parole scientifici nasconde malinconia e solitudine. Emozioni che, però, vive senza mai affogarci dentro. Nel suo passato intuiamo che è stato ambizioso, arrogante e probabilmente uno stronzo ma, esiliato dal mondo accademico, ha dato un senso alla sua vita (molto solitaria) grazie all’insegnamento. Solo che non è facile nemmeno insegnare ai ragazzini perché, esattamente come nel nostro presente, il mondo di Project Hail Mary è percorso da minacce così angoscianti che in qualche modo vanno spiegate anche in classe.

Non si tratta (ancora) di guerre, come nel nostro caso, ma è probabilmente solo una questione di tempo, perché una misteriosa entità aliena si sta mangiando, letteralmente, tutte le stelle della galassia, compreso il nostro sole. Nel giro di qualche anno causerà un clima così freddo da scatenare una carestia mondiale e definitiva. L’ultima missione, quella del titolo italiano, è il disperato tentativo di portare “sul campo” uno scienziato e un equipaggio che possano tentare di capire come trarre d’impiccio il sistema solare: la possibilità che ci riescano è così remota che, appunto, è meglio invocare la Vergine.

Non ci resta che ridere

Sembra un film disperato e cupissimo, ma non lo è. Anzi, Project Hail Mary è il film di cui avevamo disperatamente bisogno, per tantissimi motivi. Il primo è che, per citare Dua Lipa, fa voto di radicale ottimismo. La situazione è disperata, anche perché Grace si sveglia a bordo dell’astronave con pochissimi ricordi e la sua stessa missione da capire, rimettere insieme e completare. Dopo una busta di vodka e una mattinata di disperazione, si mette una delle sue magliette pseudoironiche, si fa la barba e un passo alla volta cerca il bandolo scientifico di una matassa in cui sono intrecciati i destini dell’umanità.

Essendo però il frutto dell’immaginazione di Andy Weir (uno che ha fondato la sua carriera sulla hard science fiction e su un ottimismo ancora più duro), Grace riesce a farsi strada tra le sue emozioni negative, guidato da un umorismo e da una tenacia che rendono il film il contraltare emotivo di suoi tanti predecessori. Laddove Interstellar, Gravity, Arrival e lo stesso First Man affrontavano problemi personali e scientifici simili con un approccio analitico, le emozioni costantemente represse, la mente che dominava sul cuore, Project Hail Mary fa l’opposto. Non è un film sulla solitudine esistenziale, la depressione e l’ora più buia dell’umanità, ma una storia in cui a questi sentimenti negativi viene contrapposto il valore della connessione umana e della fratellanza, umana o aliena che sia.

Non è un titolo che si rifugia in un passato in cui andava tutto bene (è mai esistito?) né una sceneggiatura che si crogiola nel cinismo che questi tempi suggeriscono come meccanismo di difesa e sopravvivenza. È un’epopea fantascientifica diretta da due registi con un solidissimo background nella commedia come Phil Lord e Christopher Miller, che hanno alle spalle gemme come Piovono polpette, The Lego Movie, 21 Jump Street. La triangolazione Gosling, Phil Lord/Christopher Miller e Andy Weir è il massimo della commedia possibile nel mezzo dell’apocalisse, dove nessuno ha bisogno di eroi, ma di persone in grado di ritrovare sé stesse, uscendo dalla morsa della paura.

Difficile poi non fare il tifo per un film originale – cioè non l’ennesima iterazione dell’ennesima proprietà intellettuale – che riesce a trasformarsi in un successo commerciale, forte solo di quanto è ben intessuta l’indagine scientifica alla base della trama, senza personaggi noti alle spalle. Anche se, considerando la guerra tra studio all’uscita del romanzo per accaparrarsene i diritti, le opere dell’autore di The Martian forse le potremmo già considerare una sorta di franchise letterario.

Fantascienza artigianale

Si tratta inoltre di un autentico successo al botteghino di Prime Video, che tra i giganti dei servizi streaming sembra l’unico a immaginare e sostenere un futuro per i film in sala. Tanto da dare ai registi di Project Hail Mary il tempo e il denaro necessari per fare tutto quello che fanno con un utilizzo limitatissimo degli effetti speciali. Con un certo orgoglio il film si presenta come “green screen-less”, dipingendo i fondali spaziali, creando burattini e pupazzi per i personaggi non umani, inventandosi i trucchi più assurdi e più geniali per riprodurre la vastità di uno spazio che stupisce, come sempre. Certo, va sottolineato, avendo nella propria squadra un fuoriclasse come il direttore della fotografia Greig Fraser, per non parlare della colonna sonora firmata da Daniel Pemberton, forti di un budget importante, ma davvero ben speso.

Perché no, Gosling non è più disposto a calarsi nei panni insanguinati di giustizieri senza nome, ma è più che pronto a penzolare da cavi per giorni e giorni, per azzeccare la coreografia corretta di una camminata nello spazio che riesce difficile accettare non sia stata disegnata da un software, per la capacità di portare chi guarda proprio lì, tra le stelle. Invece è figlia di quello scampolo di umanità che il cinema talvolta sembra aver perso, quell’artigianalità ostinata e ottimista di chi crede ancora che si possa raccontare una storia terribile per ispirare sentimenti positivi, perché in fondo anche l’apocalisse si può affrontare senza troppi patemi, con affianco l’amico giusto.

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