C’è una ragione se ogni anno torniamo tutti, sempre al Primavera Sound di Barcellona

Le 244 performance al Parc del Fòrum, certo. Le altre 91 sparse per Barcellona. Headliner che sono il meglio della scena musicale di oggi. Ma soprattutto il fatto che il Primavera ormai è per tantissime persone una tradizione irrinunciabile.

03 Giugno 2026

C’è un numero che vale più di qualsiasi altro nell’economia dei festival musicali: il sold out. Non la line-up, non i premi, non il fatturato. Il sold out è il voto del pubblico. E il Primavera Sound Barcelona 2026 lo ha ottenuto quattro mesi prima dell’inizio e per il secondo anno consecutivo perché una comunità di persone ha deciso collettivamente che Barcellona, dal 3 al 7 giugno, è il posto dove stare.

Non uno dei posti, il posto. È utile fermarsi su questo dato prima di qualunque altra considerazione, perché può dire qualcosa sull’epoca in cui viviamo. Siamo nel mezzo di una crisi dell’attenzione globale dove l’offerta culturale, in generale l’offerta di contenuti, non è mai stata così abbondante, mentre la soglia di sopportazione e attenzione non è mai stata così bassa. Anche la fedeltà del pubblico verso qualsiasi formato – festival inclusi – non è mai stata così precaria. Eppure il Primavera continua a esaurire i suoi biglietti, e lo fa con un anticipo non pianificabile a tavolino. Lo fa perché ha costruito qualcosa di più difficile da replicare di qualsiasi line-up: la fiducia.

Il festival nasce nel 2001, ai tempi era ancora ospitato al Poble Espanyol, la cittadella architettonica costruita per l’Esposizione Universale del 1929. Dal 2005 il Primavera si è spostato al Parc del Fòrum, quella spianata sul lungomare di Barcellona che nelle mappe urbane occupa uno spazio ai margini, quasi una dimenticanza della città, ma che ogni anno si trasforma in qualcosa di più simile a una capitale temporanea. Quest’anno ci saranno 244 performance sul sito principale, 91 sparse per la città, in otto venue diverse (tra loro Sala Apolo, Razzmatazz, il CCCB) che per una settimana diventano ricettacolo di un sistema musicale diffuso con 335 concerti in totale, 9.000 persone al lavoro, tra organizzatori, tecnici, staff, 24 giorni di allestimento, 8 per smontare il tutto.

Poi c’è la line-up. E la line-up del 2026 merita una lettura attenta, perché non è mai soltanto un elenco di nomi. The Cure, Doja Cat, The xx, Gorillaz, Massive Attack, Addison Rae, My Bloody Valentine Bad Gyal e Skrillex. Nove headliner che sembrano scelti per dimostrare l’impossibilità di un linguaggio condiviso e che invece lo trovano proprio nella loro distanza reciproca. Robert Smith e i The Cure portano sul palco del Primavera 2026 quasi mezzo secolo di malinconia disciplinata, di post-punk. La loro presenza non è nostalgia: è la conferma che la solitudine elegante, il dolore estetizzato non invecchiano perché non appartengono a un’epoca, appartengono all’esistenza. My Bloody Valentine è l’altro polo della memoria. Shoegaze, distorsione, il muro di suono che Kevin Shields ha costruito e difeso per decenni con una cura quasi maniacale. I Massive Attack chiudono questo triangolo di band che hanno riscritto il lessico della musica occidentale negli ultimi trent’anni. Trip-hop, dub, ambient, politica, estetica, i Massive Attack hanno sempre trattato la musica come un fatto totale, non come intrattenimento.

Dall’altra parte della barricata, o dello stesso palco: Doja Cat, Addison Rae, Bad Gyal, Skrillex. Quattro nomi che arrivano da universi culturali diversi ma contigui come pop iperconnesso, TikTok, Gen Z, la musica come oggetto di consumo istantaneo e commento sociale continuo, accomunati da un rapporto con il pubblico che è prima di tutto fisico, immediato, senza mediazioni intellettuali. Bad Gyal in particolare porta qualcosa di specifico: è barcellonese, cresciuta tra il reggaeton e la dancehall, la sua presenza al Primavera sa di una restituzione. Skrillex, dal canto suo, è l’ennesima dimostrazione che la musica da club può avere la stessa densità concettuale del rock. I Gorillaz sono la sintesi di tutto questo con un progetto che da sempre abita lo spazio tra mondi diversi, tra animazione e concerto, tra hip-hop e art rock, tra Damon Albarn e chiunque altro abbia voglia di salire sul carro. Ci sono i The xx, con la loro intimità amplificata, con quel senso di conversazione privata trasmessa a migliaia di persone simultaneamente, chiudono il cerchio.

Poi ci sono i nomi che stanno un gradino sotto gli headliner, almeno nella gerarchia tipografica del cartellone. Blood Orange – il progetto di Dev Hynes – è uno di questi. R&B, soul, elettronica e una sensibilità visiva e testuale che ha trasformato ogni suo disco in un documento sull’identità, sulla razza, sulla solitudine urbana. I Kneecap sono la risposta irlandese a quasi tutto: un trio rap di Belfast che fa musica in lingua irlandese, che usa il palco come spazio politico senza per questo rinunciare all’umorismo, all’eccesso, alla gioia. Peggy Gou chiude questo trittico con l’eleganza propria di chi ha trasformato la consolle in un punto di osservazione sul mondo. E poi, pronti a esibirsi, ci sono tutti gli altri.

Il Primavera Sound non è solo il suo programma principale ma apre le sue braccia anche a quello che succede attorno. Primavera a la Ciutat (il programma parallelo) porta oltre 60 spettacoli in vari spazi della città. L’Opening Day gratuito del 3 giugno, con Wet Leg, Guitarricadelafuente, Yard Act e Ouineta, apre ufficialmente il festival. La chiusura domenica 7 giugno con Primavera Bits (Carl Cox, Joseph Capriati, BLOND:ISH, Greta) porta l’elettronica pura a completare uno spettro che va dal rock alternativo all’house. C’è poi una cifra che il Primavera cita ogni anno con una certa insistenza, e che va presa sul serio: la parità di genere. 42 per cento di artiste donne, 41 per cento di uomini, 15 per cento di band miste, 2 per cento di artisti non binari. Numeri che il festival non presenta come risultato di una quota o casella spuntata di un elenco di cose belle da raggiungere, ma come conseguenza di una visione. Il festival ha anche un protocollo contro le molestie sessuali e le discriminazioni attivo dal 2019, si chiama Nobody is Normal. Ha un sistema di bicchieri riutilizzabili, utilizza stoviglie compostabili, costruisce l’85 per cento del sito con materiali riciclati. Ha 4 fontane e 49 rubinetti di acqua fresca gratuita distribuiti per il Parc del Fòrum. Sono dettagli, certo, ma sono anche la materializzazione della postura di un’organizzazione che ha deciso che un evento culturale deve rispondere di qualcosa che va oltre l’esperienza del singolo spettatore.

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