La giovane Kim Ju Ae, erede designata del Supremo leader, ha mostrato le sue doti balistiche in una splendida giornata padre-figlia al poligono.
Sono sempre tutti d’accordo, in memoir e biografie e interviste, che gli anni della giovinezza siano i veri anni formativi. E che a prescindere da quello che succederà dopo – traumi, perdite, successi – tutto in fondo torna a quello che si leggeva nella cameretta, o in classe di nascosto, prima di diventare grandi. Dimmi cos’hai letto a dodici anni e ti dirò chi sei.
Peter Thiel, fondatore di PayPal, tra i primi investitori di Facebook, venture capitalist, scacchista e simbolo della destra tech della Silicon Valley, da ragazzo legge Il Signore degli Anelli e poi i testi oggettivisti della filosofa russa-americana Ayn Rand. Nato nel 1967 nel segno della bilancia a Francoforte (e quindi escluso da una possibile candidatura alla presidenza americana), Thiel cresce in parte in Sud Africa, in parte Namibia e in parte Ohio. Poi, con la famiglia che si era trasferita in California, Thiel entra a Stanford, dove studia Filosofia. Dicevamo, appunto, della grande influenza dei primi anni adolescenziali, ma poi c’è anche l’università, che qualcosa fa. È un periodo in cui ci si innamora di un’idea. E ne basta una per nutrire l’animo. Thiel si ritrova come professore il cattolico francese antropologo René Girard, arrivato negli Usa alla fine degli anni ’40, che si oppone alle correnti di pensiero allora in voga: post strutturalismo, postmodernismi vari, e anche tutto quello che negli anni si sarebbe evoluto nel wokismo e nella post-truth.
La sua idea di base è che il desiderio è imitativo, è il riflesso di ciò che desidera l’altro. «Solo il desiderio dell’altro può generare il desiderio», scrive Girard. E ancora: «I nostri desideri non diventano veramente convincenti fino a che non sono riflessi da quelli degli altri». Tutto è rivalità. La violenza è la radice di tutto. E ogni cultura, ogni rituale, si basa sul meccanismo di un capro espiatorio. «Dal XVII secolo», scrive il filosofo, «gli Occidentali hanno fatto della scienza un idolo, per meglio adorare sé stessi. Essi credono in uno spirito scientifico autonomo, del quale sarebbero simultaneamente gli inventori e il prodotto. Ai miti antichi sostituiscono quello del progresso, ovvero il mito di una superiorità moderna propriamente infinita, il mito di un’umanità che si libera e si divinizza a poco a poco con i propri mezzi». Thiel considera Girard il suo maestro.
Diventare un elfo
Ma torniamo al Signore degli Anelli. A differenza dell’Italia (dove alcuni, a sinistra, hanno cercato di de-destrizzare Tolkien) negli Usa non è vista necessariamente come una trilogia manifesto delle nuove destre, non certo quella neo-lib di Bush. Da noi, invece, a Colle Oppio, è parte di una solida base teorica elaborata nel tempo – pensiamo ai campi Hobbit degli anni ‘70. Ci ricordiamo del comico Pino Insegno, doppiatore di Aragorn, che dà il benvenuto a Meloni con il discorso motivazionale «non è questo il giorno!», l’ultima serata di campagna elettorale delle scorse politiche. Pensiamo alle mostre organizzate mostre alle scuderie del Quirinale. Thiel è forse il più grande difensore del Tolkien bastione della civiltà occidentale in terra americana. Dice di aver letto la trilogia una decina di volte. E ha dato ad almeno sette delle sue aziende un nome legato alla storia tolkeniana. Palantir, Anduril industries, Valar, Narya Capital, Mithril, Rivendell One, Lembas Capital.
Ad analizzare bene, Palantir, anche se usato da Saruman, è un manufatto elfico. I Valar sono divinità elfiche. Narya è uno degli anelli del potere degli elfi (ceduto poi a Gandalf). Rivendell, in italiano Gran Burrone, è un piccolo regno elfico fondato da Elrond. Il mithril è un metallo prezioso e leggerissimo – ne indossa una cotta di maglia Frodo – forgiato dai nani ma amatissimo dagli elfi. E i lembas sono le gallette proteiche ed energetiche, specialità degli elfi silvani, noti come pan di via, «persino migliori dei pasticcini al miele dei Beorniani», come dice Gimli quando le prova la prima volta. Quindi non è solo questione di celebrazione della Terra di Mezzo e della sua dicotomica separazione bene/male, ma una chiara preferenza per il mondo elfico. E non è un caso che con i suoi miliardi, Thiel abbia investito nel tentativo di rimanere giovane il più a lungo possibile (gli elfi, infatti, sono immortali). Gli elfi sono eleganti, aggraziati, silenziosi, letali, aristocratici, ricchi. Il Thiel-pensiero si fonda quindi sulla violenza girardiana, sull’elitismo (anche tecnologico) elfico e sull’archetipo della figura eroica e l’antistatalismo individualista libertario di Ayn Rand. Il lavoro di Thiel è un lavoro per fermare le forze del male.
Palantir, nelle parole del Ceo tanto voluto da Thiel, Alexander Karp – un altro che ha studiato Filosofia (con Habermas) e che ha rinominato la sede dell’azienda “la contea”, come quella di Frodo – è un argine alla distruzione dell’Occidente. Palantir è un’azienda di analisi di dati. Nasce quando, per bloccare le frodi con le carte di credito commesse da alcuni utenti usando PayPal – azienda creata da Thiel (dove lavorano a un certo punto lo stesso Karp, Elon Musk e David Sacks) – per controllare le migliaia di transazioni che avvengono ogni minuto viene creato un programma ibrido, un po’ manuale, un po’ intelligenza artificiale. È il primo sistema del genere che riesce a leggere una grandissima quantità di materiale in poco tempo. Inizialmente il sistema viene usato dall’FBI, che paga PayPal, e Thiel capisce che può diventare un ottimo strumento per combattere il crimine, anche quello internazionale. Palantir diventa IL software usato dalla difesa. È grazie a Palantir se Osama Bin Laden viene catturato. E molti sono convinti che l’11 settembre non ci sarebbe stato se la difesa o l’intelligence Usa avesse avuto uno strumento del genere, in grado di leggere tutti i report, tutte le comunicazioni, tutti i dati sospetti su eventuali attacchi terroristici.
Palantir non è l’unica creatura di Thiel, ma è quella sempre più influente, e che continua a crescere sul mercato. È usata dall’esercito americano, dalla CIA, dal governo inglese, dall’intelligence Canadese, da Pfizer, Bp, Bmw, Airbus, Stellantis, Heineken e centinaia di altre aziende e istituzioni. Secondo Bloomberg, Palantir avrebbe anche dato nuovi strumenti AI a Israele per la guerra contro Hamas – tanto che alcuni hanno visto l’azienda come complice della distruzione di Gaza. Thiel, grazie a Palantir, è uno degli uomini che ha guadagnato di più dalla rielezione di Donald Trump (molto più di Musk).
Vance e Trump
Ma la politica di Thiel non si ferma al ruolo centrale che hanno le sue società nel mondo. Thiel ha direttamente sponsorizzato l’ascesa politica di JD Vance. Si è praticamente inventato questo hillibilly ripulito, questo hobbit proletario dell’Ohio, come politico. Un talk che Thiel tenne a Yale nel 2011 è stato per il giovane Vance, non ancora bestsellerista, «il momento più significativo della mia vita», facendogli capire che si può essere cattolici e intelligenti (parole sue). Nel 2015 Vance entra in Mithril, dove costruisce i rapporti con la Silicon Valley. E Vance, che è critico di Trump, viene spedito da Thiel a Mar-a-Lago nel 2021, in modo che diventi trumpiano. Perché Thiel vuole che Vance si butti in politica. Il ragazzo si candida a senatore e, con i soldi dell’imprenditore (15 milioni, la cifra più alta mai spesa per un’elezione senatoriale) e il supporto di Trump, viene eletto a 38 anni. È il primo millennial a entrare nel Senato americano. A 40 diventa Vicepresidente, anche grazie ai rapporti con Big Tech costruiti negli anni, che usa come leva per farsi scegliere nel ticket da Trump distruggendo quell’immagine di una Bay Area progressista e filo-democratica.
Si è parlato tanto del potere di Elon Musk a Washington, della sua banda di nerd mandata ad attaccarsi ai server dipartimentali. Ma con il cordone ombelicale legato a Vance – oltre che alle commesse di Palantir – il potere di Thiel a Capitol Hill è molto più solido e anche più capillare. Non ci ha mai messo la faccia e non si è mai sporcato le mani. Non ha mai lasciato che il suo ego, o le anfetamine, lo portassero a ballare con la pancia di fuori, sul palco di Trump brandendo una motosega. Se Musk gioca a Doom e BioShock e World of Warcraft, Thiel gioca a scacchi. Se Musk legge Douglas Adams e Asimov, Thiel legge Machiavelli e Locke. Se Musk ha studiato Fisica, Thiel ha studiato Filosofia. Se Musk dormiva sul divano di Trump, Thiel si è comprato una casa a Miami Beach, per essere vicino al potere. Se Musk è un “super-genio” – o così diceva Trump prima della fine della bromance – Thiel è un intellettuale. Ha tenuto conferenze a Oxford e a Harvard, a Londra e a San Francisco, parlando dell’Anticristo – che per lui «non è solo un mito biblico» – e dell’Apocalisse. E adesso, per spargere il suo verbo, arriva tra il 15 e il 18 marzo a Roma, la culla della cristianità, la città dei Papi, per uno dei suoi simposi di evangelizzazione, segreto e già sold out.
L’Anticristo e Greta Thunberg
Per Thiel il Vaticano è ancora un vero centro di potere, di quelli capaci di influenzare e controllare. Per lui la religione è uno dei pochi veri collanti sociali, necessaria per stabilire o mantenere l’ordine. Dietro a questo suo tour sul Tevere ci sarebbe la bresciana Associazione Culturale Vincenzo Gioberti, guidata da uno studioso di sant’Agostino, che ha già invitato il generale Vannacci come ospite. «Una voce conservatrice, un luogo d’incontro per riscoprire valori e tradizioni del Paese. Il sogno che ci guida: restaurare l’unità spirituale degli Italiani a partire dall’identità cattolica, dalle piccole patrie, e dalle pratiche ereditate dall’Antico Regime», si legge sul sito della Gioberti. Per Thiel, e per i conservatori di questo genere, è una vera rivolta poter finalmente uscire dall’ombra, vedere che i pensieri avuti nella cameretta possono avere un vera pubblico e non esser bollati come estremismi pazzi, pensieri allontanati dalla massa perché inaccettabili in una società liberale da “fine della storia” o da “secolo breve”.
Thiel ha scritto un saggetto, The Straussian moment, dove racconta il suo passaggio dal potere dell’intelletto al potere della forza di volontà, riferendosi al filosofo politico Leo Strauss, e al recente trend occidentale in cui si è passati dal credere nella ragione a cercare soluzioni nell’azione. Thiel appare come un catto-anarco-capitalista tolkeniano e libertario che vuole scuotere il mondo dal suo torpore, dalle Greta Thunberg e dalle politiche inclusive che bloccano i veri sviluppi necessari per l’uomo (diventare immortale? Andare su Marte? Chissà). Allo stesso tempo alla convention repubblicana urla «sono orgoglioso di essere gay!».
Thiel ha scritto un libro da solo Da zero a uno, e uno insieme all’amico Sacks (diventato supporter di Trump), Il mito della diversità. Thiel pubblica articoli con citazioni bibliche. E quando era a Stanford, da ragazzo, aveva già iniziato a combattere battaglie che ora, nel panorama statunitense, e in parte mondiale, sono diventate temi mainstream. Fondò una rivista, lo Stanford Monthly, usandolo per segnalare i prof che erano marxisti non dichiarati o per fare una battaglia contro la scelta di inserire autori non bianchi in un corso di “cultura occidentale” (queste cose si leggono nella biografia The Contrarian, scritta dal giornalista Max Chafkin).
Noi vediamo il Thiel di oggi, ma tutto è stato costruito un mattone alla volta. Più avanti, anche da venture capitalist, ha continuato battaglie contro l’affermative action (posti “garantiti” per le minoranze nella pubblica amministrazione e nelle aziende private) e contro il multiculturalismo universitario. Thiel da sempre porta avanti lotte che, se allora erano relegate a qualche fanatico da campus, sia negli anni reaganiani che in quelli sognanti degli anni ’90, adesso sono dentro il discourse. O Thiel ha previsto e anticipato in che direzione sarebbero andate le destre, oppure ha contribuito a crearne la cultura.
Ora dice che le uniche opzioni che abbiamo davanti in Europa sono «l’ecologia, la sharia o uno Stato comunista totalitario». Thiel ha paura di uno Stato totalitario globale, di un governo mondiale unico, forse l’Anticristo di cui lui avverte il mondo, è quello. «O abbiamo lo Stato mondiale dell’Anticristo, o camminiamo verso l’Armageddon», dice. E la soluzione è rischiare, agire, buttarsi, e usare l’intelligenza artificiale. Ma l’AI comunque, dice il tedesco della PayPal mafia, non è sufficiente per uscire dalla “stagnazione” tecnologica in cui secondo lui siamo caduti. Siamo fermi, dice. Bisogna fare qualcosa. Ma «l’intelligenza artificiale è meglio dell’alternativa. Perché l’alternativa è niente». Davanti ai toni apocalittici e ai discorsi sul transumanesimo, quando gli hanno chiesto: preferirebbe che la specie umana sopravvivesse? Lui ha risposto: «Beh, non lo so».
Lo ha fatto nel suo primo messaggio alla nazione, letto da un annunciatore sui canali della tv di Stato. Per il momento, il nuovo ayatollah ancora non si è fatto vedere in pubblico.
