Le parti rosse di Maggie Nelson non è né un memoir né un true crime, ma un’accusa alla spettacolarizzazione della violenza sulle donne

Il nuovo libro dell'autrice di Bluets racconta un omicidio, un processo e un trauma familiare. Ma, soprattutto, è un'accusa contro una cultura che trasforma in spettacolo persino la morte di una donna.

06 Febbraio 2026

Nel 2005, in America, l’editore Soft Skulls pubblicò Jane: A Murder della scrittrice e poetessa di San Francisco Maggie Nelson, autrice del più famoso The Argonauts (Gli Argonauti, Il Saggiatore, 2016, traduzione di Alessandra Castellazzi), vincitore del National Book Critics Circle Award for Criticism e al quarantacinquesimo posto nella lista dei cento migliori libri del XXI secolo secondo il New York Times.

In Jane: A Murder – attraverso un mosaico di poesia, prosa, fonti documentarie – Maggie Nelson racconta la storia della sorella minore della madre, una ragazza di ventitré anni che si chiamava Jane Mixer. Alla fine di marzo del 1969, Jane affisse un biglietto sulla bacheca nel campus dell’Università del Michigan – dove frequentava il primo anno della Facoltà di Giurisprudenza – con il fine di trovare un passaggio in auto per tornare dalla sua famiglia a Muskegon in vista delle vacanze pasquali. La ragazza non fece più ritorno a casa e, la mattina del 21 marzo 1969, il suo corpo fu rinvenuto da una giovane casalinga di nome Nancy Grow accanto alla rete di recinzione del cimitero di Denton.

A seguito del rinvenimento del cadavere, il nome dell’uomo da cui Jane Mixer accettò il passaggio, e sulla cui auto salì, rimase ignoto e l’omicidio restò irrisolto per trentacinque anni finché, un pomeriggio di inizio novembre del 2004, la madre di Nelson ricevette una telefonata inaspettata da parte di un investigatore della polizia di Stato del Michigan che le annunciò una prossima risoluzione del caso, riaperto da cinque anni a insaputa della famiglia della vittima. “Abbiamo motivo di credere che il caso stia procedendo rapidamente verso una soluzione” le rivelò il detective-sergente Eric Schroeder, dichiarazione che la madre – profondamente disorientata dalla notizia – riportò subito dopo alla figlia Maggie. Per una coincidenza straordinaria di casi, la stessa Nelson, da esattamente cinque anni, stava lavorando al caso della zia dalla sua prospettiva di scrittrice. Lungi dall’essere una mera indagine poliziesca su quell’omicidio brutale, Jane: A Murder collezionava una serie di scritti – tra cui alcuni passaggi dai diari privati della zia adolescente – ponendo al centro una questione esistenziale: come può una famiglia sopravvivere a un omicidio del genere? Come può una madre, una sorella, una figlia – una donna – avanzare in solitudine sulle strade di una città senza il terrore costante di venire rapita, soffocata, strangolata, violentata, uccisa?

Mentre ritorna sola verso casa dopo una giornata al lavoro o dopo una cena con le amiche, ogni donna ha il terrore di trasformarsi in una vittima di femminicidio e, nel buio fondo di una strada disabitata, il volto di ogni uomo diventa una minaccia che porta a un’accelerazione istintiva del passo. La madre di Maggie rimase così colpita dalla brutalità dell’omicidio da evitare di far visita alla tomba della sorella per la paura di incontrarci il suo assassino. Ad accrescere la sua angoscia, il fatto che l’omicidio di Jane Mixer non era un caso isolato nell’America di quegli anni dal momento che, nello stesso Stato del Michigan, dal 1969 al 1970, altre quattro donne e giovane ragazze erano state rapite, accoltellate e strangolate dal cosiddetto “Assassino del Michigan”, poi identificato come John Norman Collins – condannato nel 1970 all’ergastolo e attualmente incarcerato presso il G. Robert Cotton Correctional Facility.

A due anni dall’uscita di Jane: A Murder, e dalla chiusura del caso con la condanna all’ergastolo dell’infermiere in pensione Gary Earl Leiterman – un sessantenne calvo e occhialuto di Gobles, dipendente dagli antidolorifici che, a seguito del rinvenimento delle sue cellule di DNA sui collant di Jane Mixer, fu giudicato colpevole di omicidio – Maggie Nelson scrive The Red Parts: Autobiography of a Trial che, con il titolo di Parti rosse: Autobiografia di un processo, l’editore nottetempo porta ora in Italia con la traduzione di Alessandra Castellazzi.

In questo nuovo libro, l’autrice riprende il filo della storia, raccontando le tappe processuali, e la paura, l’angoscia, il coraggio con cui la sua famiglia affrontò la riapertura di una ferita profonda mai rimarginata. Già durante la stesura di Jane: A Murder, Nelson cominciò a soffrire di quello stato d’afflizione che definisce “mente omicida”: se la mattina recitava la parte della perfetta insegnante di Letteratura inglese in un’aula gremita di studenti dell’Università di Middletown, il pomeriggio si trasformava in una detective intenta a discorrere al telefono con i poliziotti della squadra Omicidi, correre in biblioteca per prendere in prestito manuali di psicologia clinica e di criminologia per poi consumarli famelicamente nel grande appartamento preso in affitto al piano terra di una sgangherata abitazione dell’Ottocento. Il momento peggiore si consumava, però, la notte quando, camminando avanti e indietro con indosso una vestaglia azzurro pallido e in mano un bicchiere di whisky, assumeva le sembianze di un fantasma, diventava l’ombra di sé stessa. Poi, una volta addormentatasi a letto o sul divano, la scrittrice/professoressa/detective sprofondava in un «impasto di immagini nauseanti di violenza» e avvertiva tutto l’orrore di una concreta identificazione con il profilo psicologico della zia – identificazione accentuata dal fatto che, fin da quando Maggie era piccola, il nonno era solita chiamarla con il nome della sua secondogenita.

Ancor prima della sua incursione nella vita della zia, e della riapertura del processo, il suo incubo più oscuro era aprire la porta di casa e ritrovarsi di fronte all’assassino di Jane Mixer che, ai suoi occhi, costituiva «l’incarnazione sinistra, composita, della violenza maschile». Un’ombra senza volto venuta a gassare la sua casa, un uomo evidentemente pazzo venuto per ucciderla ma da cui la Nelson dell’incubo riusciva a mettersi in salvo gettandosi nell’impasto fangoso di un prato. «Lo lego mani e piedi, lo ficco in un sacco nero dell’immondizia e mi appresto a bruciarlo vivo», scrive finché, impaurita, interrompe la sua fantasia omicida interrogandosi sulla liceità dei propri pensieri.

Quanta violenza le vittime, e i parenti delle vittime, possono concedersi nei confronti dei loro carnefici? si domanda l’autrice di Red parts, e cosa significa pretendere e fare giustizia? Se la famiglia Nelson accetta di presenziare al processo, non è perché vada «a caccia di giustizia», qualunque cosa questa espressione significhi, né tantomeno perché desideri superare un lutto – dal momento che alcuni lutti sono eterni, e mai potranno essere processati – ma perché, dopo 35 anni di oblio, vuole essere presente e portare la sua “testimonianza”. Per tutto il mese di luglio del 2005, sebbene interiormente scosse dal confronto diretto con l’ordinario volto del presunto omicida, e dalla proiezione su largo schermo delle raccapriccianti fotografie scattate al momento dell’autopsia, Maggie e la madre si sforzano di resistere nella grande aula di tribunale. Al loro fianco, siedono uno scrittore australiano di true crime intento a prendere spudoratamente appunti in vista del suo nuovo romanzo e una folla di giornalisti e fotoreporter che, senza alcuna vergogna, filmano le facce stravolte dei parenti in lacrime. Durante il processo, l’unica a provare vergogna è la stessa Nelson perché, intenta a prendere appunti sull’omicidio, non è «né diversa né migliore degli altri».

Altro attore spudorato della vicenda è anche il produttore di 48 Hours Mystery – un programma della CBS che «indaga sui casi più intriganti di criminalità e giustizia che toccano tutti gli aspetti dell’esperienza umana, tra cui avidità e passione» – che contatta via e-mail “la signora Nelson”, invitandola a collaborare con lui perché certo che la «sua storia famigliare di lotta e speranza» possa essere d’aiuto al numeroso pubblico a casa. Secondo quell’uomo giovane e indelicato, incontrato fuori da un ristorante di Broadway un paio di mesi prima dall’inizio del processo, l’episodio su Jane avrebbe avuto al centro il tema del lutto e la partecipazione dei familiari avrebbe sostenuto spettatrici e spettatori nell’affrontare i propri dolori personali. Alla fine del processo, nonostante non sia del tutto convinta, Nelson accetta di fare un’intervista a 48 Hours Mystery.

A differenza di quanto pensava, la corrispondente si rivela essere una donna intelligente, le sue domande sono complesse e richiedono risposte altrettanto complesse. In particolare, l’intervistatrice chiede a Nelson se, nella stesura di Jane, avesse mai approfondito il perché si verificano, e perché continuano a verificarsi, omicidi brutali come quello di sua zia. «Il perché mi sembra la parte più ovvia» risponde lei d’impulso, accorgendosi però di non riuscire a elaborare un’opinione più solida. E perché, come era solito ripeterle il nonno materno, «gli uomini sono animali»? O perché gli uomini – tutti gli uomini – odiano le donne – tutte le donne? Cosa alberga nella psiche di un serial killer, si domanda la scrittrice, quale mente malvagia si nasconde dietro un insospettabile infermiere sessantenne? Quale assurdità mentale dietro un bambino di quattro anni il cui sangue, caduto dal naso, macchia la guancia di un cadavere?

L’unica cosa di cui Nelson è certa è che, come scriveva già lo scrittore Edgar Allan Poe, per gli uomini non esiste «niente di più poetico al mondo della morte di una donna bellissima». Infatti, gli omicidi delle donne – in particolare delle donne bianche di bell’aspetto e di buona famiglia – esercitano un fascino straordinario sull’immaginario comune che divora famelicamente serie tv, podcast, programmi televisivi – si pensi al format italiano Amore criminale, in onda dal 2007 su Rai Tre che, fin già dal titolo, evoca messaggi fuorvianti rispetto a un vero ed efficace discorso sulla violenza di genere.

In un’intervista di Katie O’Reilly sul Michigan Quarterly Reviews, la scrittrice afferma che il suo libro non parla tanto di morte e del fascino per la morte, ma della violenza spettacolarizzata contro le donne. La stessa Nelson, prima di andare in diretta sul palco di 48 Hours Mystery, domandò “vanitosamente” all’inviata se avesse dovuto truccarsi un po’ per migliorare il suo aspetto, e lei la consolò affermando che, se non avesse goduto di una buona immagine, non l’avrebbero neppure filmata. «È la prima serata», proferisce trionfante: «Niente persone nere, niente brutti denti». Più tardi, di fronte alla sede principale della New York Public Library, dove sono iniziate le sue ricerche per la stesura di Jane, la scrittrice avvertirà l’ingiustizia di un ennesimo libro, un’ennesima ricerca, su una ragazza bianca uccisa le cui vita e morte contano di più di quella di una sua qualsiasi coetanea nera.

Nelson però non scrive perché pensa che il mondo abbia bisogno della storia di un’altra donna bianca uccisa, ma perché vuole raccontare come e perché la morte e l’omicidio del “club delle ragazze bianche” siano chiodi fissi – vere e proprie ossessioni – di una società discriminante.

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