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08:29 venerdì 14 agosto 2026
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.
Una professoressa universitaria è stata licenziata per aver letto e spiegato ai suoi studenti un racconto di Ottessa Moshfegh È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.
I lavoratori dei musei di Venezia minacciano lo sciopero perché sono costretti a lavorare con 30° gradi al chiuso a causa dell’aria condizionata che funziona male o manca del tutto Una situazione così grave da portare al rischio di «spossatezza, crampi e colpi di calore» per i lavoratori, ai quali mancherebbe anche la formazione adeguata per affrontare questa emergenza.
Per sopperire al taglio dei fondi per la ricerca, un gruppo di scienziati che studia le marmotte ha aperto un canale OnlyFans tutto dedicato alle marmotte OnlyMarms (si chiama proprio così) è gratuito, pubblica «contenuti non censurati di marmotte dalle Montagne Rocciose» e accetta mance per la buona causa della scienza.

Paperoni sportivi

Finanziamenti pubblici, scorciatoie fiscali, ricatti economici, stadi faraonici. Perché Obama farebbe bene a rivedere i conti dello sport Usa.

14 Dicembre 2012

Mentre in Europa assistiamo allo spettacolo di un “sistema calcio” che da un lato si batte a parole per far rispettare il famigerato fair play finanziario e dall’altro si apre a investitori esteri pronti a sborsare cifre irragionevoli pur di schierare 11 fuoriclasse (qualcuno ha detto Paris Saint Germain?), negli Usa da un po’ si discute insistentemente se in tempi di crisi abbia senso mantenere aperti i rubinetti della finanza pubblica a vantaggio dei grandi sport professionistici e di chi da essi trae la maggior parte dei profitti, ovvero i già immensamente ricchi proprietari delle franchigie sportive e i dirigenti delle quattro più grandi leghe sportive Usa (NFL, NBA, MLB e NHL).

Prima di entrare nell’argomento, occorre dare una breve spiegazione dei meccanismi dello sport Usa a beneficio del profano: a differenza di questa nostra porzione di mondo in cui i club sono in aeternum legati alla città dove sono stati fondati, le franchigie americane funzionano in modo completamente diverso. Piuttosto che enti radicati in un preciso contesto geografico sono dei brand nomadi. In senso proprio non esiste qualcosa come i Los Angeles Lakers o i Chicago Bulls, esistono semplicemente i Lakers e i Bulls che per il momento giocano a L.A. e Chicago ma se un giorno lo vorranno potranno decidere di portare il loro brand altrove come del resto hanno già fatto in passato (vi siete mai chiesti perché una squadra di Los Angeles ha deciso di chiamarsi Lakers – cioè i Lacustri? Semplicemente perché non è nata a L.A., ovvio. La franchigia ha mosso infatti i primi passi a Minneapolis, città nota come “Land of 10.000 lakes”, per buoni ed evidenti motivi idrografici). È un fenomeno che per ragioni storiche e di campanile sarebbe inimmaginabile nel nostro continente (anche se da interista ogni tanto mi sorprendo a sognare un felice trasloco del Milan…a, chessò, Potenza: il Milan Potenza, non sarebbe bellissimo? Senza offesa per Potenza, s’intende).

L’organizzazione mobile delle franchigie non ha ovviamente solo lo scopo di produrre bizzarre combinazioni di brand e città, è anche un affare estremamente lucroso. Al di là di una questione di prestigio, poter vantare una franchigia appartenente a una delle quattro maggiori leghe professionistiche Usa rappresenta in teoria un’opportunità di business considerevole per una località: crea occupazione, turismo, aumenta l’appeal generale del luogo… teoricamente fa girare denaro insomma, come ha appena testimoniato l’enorme buzz sollevato dal trasloco dei Nets di basket dal grigio New Jersey alla uber-cool Brooklyn, e finché la situazione economica americana era estremamente rosea, le città – per il tramite di qualche multi-milionario loro residente che ci metteva la faccia – facevano a gara per cercare di convincere una franchigia a – a seconda delle situazioni: 1) restare, 2) spostarsi o 3) spronare le leghe a concedergli l’autorizzazione per la creazione di una nuova franchigia (expansion team, è questo il nome che si usa per indicare una squadra che nasce ex-novo). Nella maggioranza dei casi, il modo migliore o perlomeno il primo passo per dimostrare a una lega professionistica di essere seriamente motivati verso l’adozione di una squadra, come molte altre cose negli Usa, è molto diretto e spiccio, trasparente e lobbystico insieme: si progetta un impianto sportivo e lo si presenta alla Lega in questione. Il progetto più convincente vince e la città prescelta inizia a prepararsi per avere la sua squadra. È un meccanismo simile ma più in piccolo, a quello con cui si assegna con un decennio di anticipo l’organizzazione delle Olimpiadi e dei Mondiali di calcio. È a questo punto però che iniziano le grane. Nonostante i titolari della franchigia siano facoltosi investitori privati che spesso mantengono la proprietà del brand prima, durante e dopo il suo spostamento, traendone spesso cospicui vantaggi economici insieme alla Lega di cui fanno parte, gran parte delle spese sostenute da una città per fare gola a una franchigia (la costruzione di un impianto idoneo, appunto, ma non solo; a volte si tratta di interventi infrastrutturali di più ampia portata come l’ampiamento della rete di collegamenti all’impianto in questione) pesano per la maggior parte sulle spalle del settore pubblico. Il presupposto che permette a questo di avvenire è che l’arrivo di una squadra presenta un grande vantaggio per la comunità che la adotta e quindi deve essere quest’ultima a farsi carico delle spese preliminari perché sarà poi su di essa che ricadranno i benefici futuri. Il che in linea teorica sembra mediamente sensato ma in pratica non lo è più, dato che da molti anni la spesa “sportiva” del settore pubblico ha superato drasticamente i benefici economici prodotti dall’economia legata allo sport – posto che in molti casi ci sono forti e legittime ragioni per dubitare circa l’esistenza stessa di tali benefici.

Si parla di numeri spaventosi: 16 miliardi di dollari pubblici spesi tra il 1991 e il 2004, soltanto per costruzione e mantenimento degli stadi, 36 miliardi dall’inizio del ‘900 (qui una bella infografica che presenta la situazione), con picchi di assurdità come  il caso dello stadio dei Cincinnati Bengals (NFL) che per l’intero periodo della sua costruzione ha rappresentato oltre il 10% della spesa pubblica della comunità locale – già una delle più indebitate e povere d’America – o lo spostamento dei Seattle Sonics (NBA) da Seattle, un mercato ricco, il 14esimo degli Usa per appeal televisivo a Oklahoma, il 45esimo, semplicemente perché come scrive Dave Zirin, autore di Bad Sports: How Owners are Ruining the Games We Love: «Una città (Oklahoma) offriva assistenza economica, l’altra no. Praticamente la NBA ha punito Seattle per essersi rifiutata di darle milioni di dollari pubblici». Oppure c’è il caso dei New Orleans Saints (NFL) per mantenere i quali il Comune di New Orleans ha sborsato 185 milioni di dollari in 10 anni, soldi finiti direttamente nelle tasche del proprietario Tom Benson per ripianare le perdite derivate da mancati introiti e convincerlo a non trasferirsi in un mercato economicamente più appetibile. E non è solo la questione degli stadi a far discutere ma anche quella degli incentivi e degli sgravi fiscali di cui le leghe e i titolari delle franchigie possono giovarsi. L’NFL, una lega che ha un contratto televisivo in essere del valore di 27 miliardi per i prossimi 10 anni, è ancora nel 2012 considerata un’associazione non-profit dedita alla promozione delle arti e delle attività sportive come quando è nata negli anni 20, e gode quindi di enormi agevolazioni fiscali che, calcolate su un tale ammontare di soldi, rappresentano qualcosa più di un piccolo ammanco nell’erario. Per questo quando Obama ha parlato e tuttora talvolta parla di dare un taglio alle scappatoie fiscali in tutte le loro forme, qualcuno tra i facoltosi proprietari e Ceo delle quattro maggiori leghe professionistiche Usa, deve aver sentito un brivido corrergli lungo la schiena e deve aver ricordato nostalgicamente i “bei tempi” in cui Bill Veeck – storico proprietario dei Cleveland Indians e dei Chicago White Sox – poteva permettersi impunemente di dire in pubblico: «Look, we play the Star-Spangled Banner before every game — you want us to pay income taxes, too?».

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