Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
Nell’introduzione alla quarta giornata del Decameron, per la prima e unica volta in tutta la raccolta, prende la parola Boccaccio. È lui che vuole raccontare direttamente una novella, la novella delle papere. Lo fa per rispondere alle critiche di chi, in quel momento, lo accusa di essere volgare, osceno, scandaloso per i lettori dell’epoca.
In breve, un padre e un figlio, fiorentini entrambi, perdono rispettivamente la moglie e la madre, che muore prematuramente. Il padre, allora, disperato, “tanto sconsolato”, dice Boccaccio, decide di isolarsi con il figlio in una specie di cella sul Monte Senario per condurre una vita di sacrifici e di rinunce, di dedicarsi interamente a Dio, lontano dalle tentazioni della città. Quando il figlio cresce, però, per aiutare il padre che ormai si è fatto vecchio, gli propone di accompagnarlo a Firenze, per fare alcuni servizi e incontrare altri devoti. Il padre accetta, ed è lì che il figlio scopre la meraviglia. Per la prima volta nella sua vita, incontra le ragazze. Chiede al padre cosa siano, il padre gli risponde di non guardare, che quelle sono “mala cosa”. Come si chiamano?, domanda il figlio. «Elle si chiamano papere», risponde il padre. Il figlio confessa di non aver mai visto niente di più bello, e dice al padre che vorrebbe conoscere una di quelle papere, che «io le darò beccare».
Ecco, Operazione Shylock. Una confessione, uscito nel 1993 e appena ripubblicato da Adelphi (nella bellissima traduzione di Ottavio Fatica) è la novella delle papere di Philip Roth. Come sottolinea Carrère nella prefazione, anche in questo romanzo, che è un misto di autofiction, giallo, satira, thriller paranoico e simili, viene fuori la “potenza comica” di Roth. Il comico, in effetti, come aveva confessato l’autore in un saggio, gli ha sempre permesso di immaginare meglio quello che già sapeva. Se qualcuno chiedesse di cosa parla Operazione Shylock, la risposta potrebbe essere: c’è Philip Roth, a Manhattan, che scopre, grazie ad alcuni amici, l’esistenza di un altro Philip Roth a Gerusalemme, cioè di uno che si spaccia per lui. Uno che predica il “diasporismo”, una sorta di “anti-Mosè” che vorrebbe portare gli ebrei fuori da Israele, per farli tornare in Europa, per recuperare quella vita ebraica-europea cancellata da Hitler.
Essendo inattuabile il progetto sionista, il falso Philip Roth si propone di combattere l’antisemitismo fondando una comunità di recupero, la Antisemiti Anonimi. Il vero Philip Roth, reduce da un esaurimento nervoso, crede che questo suo doppio possa essere l’effetto dell’Halcion, un sonnifero che gli è stato prescritto. In realtà, scopre che molti dei suoi problemi si devono proprio all’assunzione del farmaco, così smette di prenderlo, anche se il falso Philip Roth continua a parlare e a predicare in suo nome. Il vero Roth, alla Pessoa, pensa che il falso Roth sia come Kepesh o Portnoy, un eteronimo, appunto. «Allora dev’essere letteratura», dice, ma non è così. Parte per Gerusalemme, ed è qui che il romanzo piano piano cambia forma, diventa un anti-procedural novel, perché assistiamo al processo (ma senza troppa chiarezza) a Ivan/John Demjanjuk, un operaio ucraino-americano di Cleveland, accusato di essere Ivan il Terribile, una guardia sadica delle SS, assassino di innumerevoli ebrei. Diventa un anti-spy story, perché per via di questo processo, e dell’attività del falso Roth, il vero Roth viene coinvolto dal Mossad in un’operazione molto confusa. Operazione da cui prende titolo il romanzo, con un rimando al personaggio shakesperiano di Shylock, ne Il mercante di Venezia, un ebreo usuraio destinato a finire male.
Una delle domande più antipatiche per uno scrittore riguarda la percentuale di autobiografismo nelle sue opere. Verrebbe da rispondere con una battuta di Paul Auster, altro scrittore nato a Newark, come Roth: «Nessuna storia è falsa finché una sola persona ci crede». O più semplicemente, si parla di autofiction, il passpartout per lettori, critici e librai. In Operazione Shylock, sapere quanto c’è di vero, quanto è realmente successo, può essere utile per orientarsi nella storia, per non perdersi troppo. La base psicologica è vera, Roth ha avuto davvero un esaurimento nervoso, influenzato anche da diversi farmaci, così com’è vero il viaggio in Israele nel 1988, l’anno in cui è ambientato il romanzo, poco dopo lo scoppio della Prima Intifada, da cui nasceranno Operazione Shylock e La controvita. Anche il processo a Demjanjuk è reale, e in questo caso rappresenta il dispositivo narrativo ideale per analizzare, da una prospettiva diversa, il tema del doppio. Roth, pur avendo la stima di tanti colleghi e di critici illustri come Harold Bloom, che gli aveva assicurato un posto speciale nel canone occidentale, ha sempre combattuto con la propria immagine pubblica. Più scriveva, più pubblicava, più diventava famoso, più veniva accusato di essere misogino e addirittura antisemita, per via dei suoi personaggi.
Qui, oltre a combattere con il pubblico, si lascia andare a una piccola grande guerra interiore contro sé stesso, e assistere a questa guerra mentre scorrono, sotto ai nostri occhi impotenti, le immagini strazianti del genocidio israeliano a Gaza, ha un effetto quasi straniante. Se prima Roth si era limitato a combattere gli stereotipi letterari e non, che volevano i giovani ebrei come ragazzi di buona famiglia che cadono in tentazione e le ebree tutte come madri e sorelle, qui ci mostra che essere ebreo significa anche «rivolgersi a un padre pazzo e violento, per tremila anni». Che alcuni ebrei sono assetati di potere, che sono assuefatti al potere e alla vittimizzazione, tanto da voler approfittare del dolore, da pensare che «non c’è business come lo Shoah business». Che i sionisti, forse, pur sentendosi superiori agli altri, «sono inferiori rispetto a qualsiasi criterio di civiltà». Che Israele rischia di “aver perso la sua identità morale, sempre che l’abbia avuta”.
Oltre che una confessione, come recita il sottotitolo, Operazione Shylock sembra il romanzo che Roth era destinato a scrivere per tutta la vita. Come si legge, arrivati quasi a metà, quando il romanzo si traveste da poema epico, con tinte di Hillman, sempre pronto, però, a mescolarsi di nuovo col comico: «No, il carattere di un uomo non è il suo destino; il destino di un uomo è lo scherzo che la vita fa al suo carattere». Al suo biografo, Roth aveva chiesto non di riabilitarlo, ma di renderlo interessante, proprio come ha fatto lui con il mondo in cui viviamo ogni giorno. Dopo essersi ritirato dalla scrittura, a quasi ottant’anni, ha confessato di aver riletto tutto quello che ha scritto, dal 1959 al 2010, pensando: «Ho fatto il meglio che potevo con quello che avevo». A noi non rimane che fare lo stesso, scoprendo, come se esistessero i doppi, gli eteronimi, i fantasmi, come direbbe il Roth personaggio di Shylock, che nel mondo è esistito anche “uno così”.
Il "cortile metafisico" della Golden Goose Arena il 21 aprile smette di essere un campo da padel e diventa una scenografia da abitare, dove sport, design, musica e community si sfidano a ritmo di dj set.
