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Dove ci porterà la nuova legge sul copyright in rete?

La commissione giuridica del Parlamento europeo ha dato il via libera a una legge che potrebbe cambiare le regole di internet.

22 Giugno 2018

Forse qualcuno negli ultimi giorni avrà sentito parlare di “fine dei meme”. Fermo restando che si tratterebbe di una piccola-grande catastrofe per l’ilarità in rete, in realtà in ballo c’è molto di più. In Italia la notizia è passata praticamente inosservata, eppure martedì scorso la commissione giuridica del Parlamento europeo ha dato il via libera a una proposta di legge che potrebbe cambiare radicalmente le regole di internet. In negativo.

I padri della rete in rivolta

La settimana scorsa il creatore del World Wide Web Tim Berners-Lee, l’informatico Vint Cerf, il giurista Tim Wo e decine di altri esperti hanno indirizzato una lettera al presidente del parlamento Antonio Tajani per segnalare «una minaccia imminente». Dovuta alle novità che l’Ue si prepara a introdurre in materia di copyright. Il provvedimento consiste nella modifica e nell’integrazione della Copyright Directive, proprio con l’obiettivo di adeguarla all’era di internet. Sebbene non siano ancora definiti i tempi di approvazione (si potrebbe arrivare al voto finale del parlamento intorno agli inizi del 2019), l’allarme è già scattato.

Piattaforme responsabili

Ad attirare le maggiori critiche, comprese quelle arrivate a Tajani, è l’articolo 13 del testo, in cui è sancito che le piattaforme digitali saranno responsabili dei materiali pubblicati dagli utenti, e quindi anche delle violazioni del copyright, che starà a loro evitare. Come? Adottando misure «appropriate». Ovvero? Delle «tecnologie efficaci per il riconoscimento dei contenuti». L’articolo 13, dunque, metterebbe in sordina la vigente direttiva sull’ecommerce, che attribuisce alle piattaforme un ruolo di “tramite” proteggendole dalle sanzioni. E ha due grandi implicazioni: 1) le piattaforme digitali sono considerate a tutti gli effetti come editori; 2) l’attività degli utenti dovrà essere monitorata in maniera molto più dettagliata.

La link tax

Ma non finisce qui. A scatenare polemiche è anche un altro articolo della direttiva, il numero 11, che si è già guadagnato un secondo nome: quello di link tax. Stabilisce che le piattaforme digitali che aggregano notizie e contenuti giornalistici paghino una licenza agli editori per mostrare la loro proprietà intellettuale. In base a quali criteri? Beh, stando al testo attuale, saranno i singoli Stati membri a stabilirlo. Siamo di fronte a una novità di portata epocale, soprattutto per due colossi del web come Google e Facebook. Anche l’articolo 11 ha due implicazioni fondamentali: 1) di nuovo, le piattaforme digitali sono trattate alla stregua di editori; 2) oltre ai contenuti, il link stesso è per la prima volta concepito in termini di proprietà, e quindi soggetto a copyright.

Una serie di contraddizioni

I sostenitori della normativa sono convinti che i diritti d’autore online potranno finalmente essere rispettati grazie a clausole come quelle descritte e che l’uso di internet, tanto per le aziende quanto per gli utenti, non subirà cambiamenti significativi. Axel Voss, eurodeputato tedesco dei cristiano-democratici e promotore della nuova direttiva sul copyright, ha bollato le critiche come «un’esagerazione totale». I principali oppositori, fuori e dentro al Parlamento Europeo, riconoscono l’urgenza delle grandi questioni affrontate dalla direttiva ma ne criticano le risposte. «C’è molta confusione. Probabilmente ci saranno molte implicazioni negative a cui in questo momento nemmeno pensiamo, perché il testo è mal concepito», ha dichiarato a The Next Web Raegan MacDonald, responsabile europeo di Mozilla. In effetti, ci sono delle contraddizioni per cui la rivoluzione europea nella tutela dei diritti d’autore in rete rischia di non essere efficace come quella sulla privacy degli utenti rappresentata dal GDPR.

1) Privacy e controllo

Le disposizioni dell’articolo 13, come anticipato, costringono le piattaforme a rafforzare i controlli sull’attività degli utenti per evitare appropriazioni indebite di materiali altrui di cui sarebbero responsabili. Non solo: è caldeggiato l’impiego di «tecnologie per il riconoscimento dei contenuti» che, non in politichese, sono sistemi di intelligenza artificiale che passeranno al setaccio enormi quantità di dati. Sì, gli stessi saliti agli onori della cronaca dopo lo scandalo di Cambridge Analytica. Con la differenza che dovranno essere ancora più efficaci. Possiamo quindi dire di essere di fronte a un paradosso: se da un lato l’Ue bacchetta i giganti del web per tutelare la privacy degli utenti, dall’altro li incoraggia a controllarci maggiormente in nome del copyright.

2) Tecnologie insufficienti

Gli strumenti di riconoscimento nominati dall’articolo 13 esistono già, ma sono imperfetti. Ce lo dicono innumerevoli episodi di violazione dei diritti d’autore e circostante forse più gravi, che hanno causato sdegno a livello internazionale. Pensiamo alla censura operata da Facebook sulle immagini di opere d’arte in cui sono presenti figure nude. O ai collegamenti a siti neonazisti mostrati da Google Search alla query “olocausto”. O, ancora, agli spot pubblicitari di grandi brand mostrati da YouTube prima di video inneggianti al razzismo e al terrorismo islamico. Stiamo parlando delle piattaforme digitali più grandi e ricche al mondo, figurarsi tutte le altre. C’è molto da migliorare, ha avvertito Mark Zuckerberg quando ha presentato l’intelligenza artificiale come antidoto al problema delle fake news. Ma anche qui qualcosa stona: se allora la maggioranza dei politici ha ritenuto l’I.A. una soluzione inadeguata, oggi è invece messa al centro di una nuova ambiziosa normativa.

3) Editori alla riscossa

Per i suoi fautori l’articolo 11 permetterà agli editori di non lasciarsi schiacciare dalle logiche dei colossi digitali. Una potenziale e giusta riscossa, che però non ha precedenti incoraggianti. Alla fine del 2014 Spagna e Germania imposero a Google una sorta di link tax per le notizie che fu un totale fallimento. Il Google News iberico chiuse per non dover pagare gli editori, causando ai giornali ingenti perdite di traffico e di ricavi pubblicitari. Per la stessa ragione Springer, il più grande editore tedesco, concesse al motore di ricerca di tornare a mostrare le pagine delle sue testate dopo un breve periodo e fu seguito da molti altri editori. Il relatore della riforma, Axel Voss, sostiene che se il provvedimento riguarderà tutti i Paesi Ue insieme, i giganti del web non potranno tirarsi indietro. È probabile, ma la questione di fondo a questo punto è un’altra.

4) Licenze, per cosa?

Il World Wide Web si fonda sul link e sulla possibilità di tutti i siti di linkarsi liberamente, cosa che la licenza introdotta dall’articolo 11 mette ora in discussione. Google e Facebook, tecnicamente, non copiano e pubblicano integralmente al loro interno i contenuti degli editori, ma attivano un collegamento a essi, che nel caso del social network è opera degli stessi editori o degli utenti comuni. Di fatto, c’è un problema interpretativo del concetto di link. In più, che cosa sarebbe effettivamente oggetto di copyright, i titoli e i brevi sommari mostrati negli snippet? «La frase “Angela Merkel incontra Theresa May”, che potrebbe essere il titolo di un articolo, non può essere protetta dal diritto d’autore: si tratta di una mera affermazione di fatto, non di una creazione originale», obietta l’edurodeputata del Partito Pirata tedesco Julia Reda. Oltretutto, per quanto ai giornali possa piacere l’idea di vedersi riconoscere ogni anno una bella somma dalle piattaforme digitali, non è chiaro che cosa dovrebbe essere oggetto di pagamento. Detta così, è come se un’edicola, oltre a permettere ai lettori di acquistare le riviste fornendo agli editori un guadagno, dovesse pagare anche una tassa per poterle semplicemente esporre. Farraginoso. E, probabilmente, ingiusto.

5) Soluzioni a metà

Entrambi gli articoli della direttiva partono da buoni principi. Il problema della tutela del copyright c’è e anche quello legato alla sopravvivenza degli editori. Ma se le soluzioni date sono discutibili, le indicazioni concrete sono per il momento inesistenti. L’articolo 11 rimette agli Stati membri la definizione di tutti i criteri riguardanti la cosiddetta link tax e l’articolo 13 fa riferimento a non meglio definite a misure di controllo, di cui peraltro non tutti i siti web, le piattaforme e le applicazioni sarebbero in grado di dotarsi per ragioni di compatibilità e di costi. In queste condizioni rischiano di aprirsi vuoti normativi difficilmente colmabili e facilmente eludibili dai soggetti interessati. Forse – sostengono alcuni commentatori – come già dimostrato nei recenti interrogatori a Mark Zuckerberg, i politici non sanno ancora abbastanza di digitale e la stanno sparando grossa.

6) Pesci piccoli e pesci grandi

Infine, l’attenzione dei parlamentari europei è rivolta alle piattaforme digitali più importanti. Così facendo, però, perdono di vista tutte le altre. Sia l’articolo 11 sia l’articolo 13 sottintendono spese non irrisorie che i distributori di contenuti in rete dovranno sostenere. La licenza da pagare agli editori potrebbe essere onerosa, per non parlare dello sviluppo (e delle ricerche che ci sono dietro) di tecnologie per il riconoscimento dei contenuti. Spese, insomma, che soltanto i big potrebbero permettersi davvero. E una disuguaglianza di fondo riguarda anche chi crea e pubblica contenuti in rete. Se l’importo della link tax sarà basato sul numero totale di collegamenti, a beneficiarne saranno i grandi editori. E nel caso in cui Google, Facebook, Flipboard o chi per loro dovesse scegliere di non mostrare più link ai siti editoriali, come avvenuto in Spagna, per i piccoli giornali sarebbe un vero disastro. Ma in gioco c’è anche l’attività dei comuni utenti: si è parlato di meme perché modificare immagini, gif e video altrui a fini ludici potrebbe diventare molto più complicato; stesso discorso per la musica, a cominciare dai remix. Che dire, sarebbe bene che il parlamento europeo approfondisse maggiormente la questione.

Foto Getty
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