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Novecento e l’epica della Bassa

Con il film del 1975 Bertolucci ha saputo raccontare meglio di tutti una terra che nessuno aveva raccontato così.

27 Novembre 2018

Per essere una penisola lunga poco più di mille chilometri, l’Italia si è dotata di una quantità eccezionale di narrazioni legate ai propri luoghi, al proprio corpo, da nord a sud eccetto per un pezzetto. Sono narrazioni non soltanto artistiche, e quindi legate al cinema, alla musica, alla letteratura, ma anche popolari, e quindi legate alla cucina, ai paesaggi da cartolina, ai cliché di bellezza. Vengono alla mente facilmente spaziando da Trieste alle Langhe, poi giù lungo l’Appennino, in Toscana, Firenze Chianti Maremma, Roma non ne parliamo, Napoli Palermo Capri Eolie nemmeno, fino al Sud e alle isole che ne sono densi come forse nessun altro luogo al mondo. Eccetto per un pezzetto, appunto, incompreso e ignorato da molti, da quasi tutti, tranne che da pochi come Bernardo Bertolucci: la Bassa.

È in un certo senso comprensibile che sia stata esclusa dall’epica nazionale, e il perché lo ha a suo modo spiegato lo stesso Bertolucci in una vecchia intervista che si trova nel catalogo di una vecchia mostra: «La Bassa, se ci stai dentro, non ha confini, non vedi monti, tranne in rarissime giornate estremamente limpide dopo piogge eccezionali, ma in generale la Bassa non ha confini, quindi è un mondo come in espansione, la Bassa è come un fotogramma di pellicola, il fotogramma di un film che non si chiude sopra, in basso, a destra o a sinistra, è un quadro senza cornice».

Una scena di Novecento

Quando da piccolo, più o meno, mi chiedevano “da dove vieni?” – a Milano “da dove vieni?” significa da dove vengono i tuoi genitori che, si sa, a Milano non possono essere nati – la risposta che avrei dovuto dare – ovvero: “Dalla Bassa” – mi imbarazzava e confondeva: quel posto in cui andavo nei fine settimana, quei campi caldissimi d’estate e invisibili nella nebbia in autunno e in inverno, senza riferimenti, con molti silenzi, a tratti anche brutto, non sapevo come definirlo, come capirlo, non ne sapevo nulla e un po’ me ne vergognavo perché non era un patrimonio né comune né diffuso. Non c’era apparentemente nulla di cui andare fieri – una scogliera, due faraglioni, una basilica, una costa limpida, un panorama mozzafiato – ma “soltanto” un orizzonte che non finiva mai, qualche campanile con intorno due cascine, e file e file di pioppi. La Bassa, quella padana ma anche la sua parte più meridionale, al di sotto del Po in Emilia-Romagna – è una frontiera comune di due mondi, è a suo modo una periferia doppia.

«La periferia non è il luogo in cui finisce il mondo – è proprio il luogo in cui il mondo si decanta», scriveva Brodskij introducendo Mappa del nuovo mondo di Derek Walcott, e infatti Bertolucci in quella stessa intervista citata prima aggiunge: «In Novecento avevo bisogno di un microcosmo che in qualche modo però fosse anche assoluto e quindi diventasse un macrocosmo (…). La Bassa è quello che volevo io, un microcosmo che desse la sensazione di un universo».

In Novecento Bertolucci ha preso la Bassa e le ha dato la dignità di un mondo, con i buoni e i cattivi – «volevo fare un epic e credo anche di esserci riuscito. E una delle basi dell’epos è proprio il manicheismo», ha detto in una bellissima intervista con Giacomo Papi – e anche i cattivissimi, come Attila e Regina, con la guerra e la rivoluzione, ma c’è molto di più. Quando Alfredo e Olmo ancora bambini salgono una notte a qualche metro da terra, e vedono i profili delle ciminiere industriali, ecco, quella scena parla anche delle centinaia di capannoni e di ciminiere che dal Dopoguerra in avanti iniziarono a conquistare la pianura, a cambiarla per l’ennesima volta – prima foreste, poi paludi, poi ancora campi su campi e infine capannoni – come un foglio bianco che da secoli si è sempre prestato alla forza dell’uomo. Ci sono poi, nonostante i manicheismi, le sfumature – e sono ancora più importanti: da un lato quelle rappresentate da Alfredo ormai cresciuto, borghese, che non riesce a essere fascista ma non ha il coraggio di opporsi; dall’altro, quelle dei vecchi che alla casa del popolo imparano a leggere e scrivere e a dirsi “comunisti” senza capirne in fondo nulla – allo stesso modo, ripenso ogni volta che mi capita di guardare quella scena, dell’antifascismo così semplice di mia nonna, imperniato sulla bontà prima ancora che sull’ideologia – o dei tentennamenti dello stesso futuro partigiano Olmo, quando balbetta incapace di spiegare la frase, appena tracciata sulla lavagna dal vecchio Pietro, “il comunismo è la gioventù del mondo”.

Una scena di Novecento

In fondo voleva un “epic”, Bertolucci, e l’ha creato, ma è un epic non troppo eroico, lontano dalla narrazione fondante di un popolo in cui leggersi e riconoscersi e che sappia essere le fondamenta di un patrimonio comune. La scena che mostra meglio questo distacco è sì quella del processo al padrone, lasciato interrotto, ma soprattutto quella del 25 aprile 1945, in cui Anita, dall’alto di un carro stipato di fieno, descrive sulla musica di Ennio Morricone le scene che non vede ma immagina, «vedo un sacco di briganti neri che scappano via come conigli, e vedo uno dei nostri che gli corre dietro, senza fucile!», e coinvolge le compagne che stanno di sotto lavorando i campi, che rispondono: «Dev’essere il mio Tigre, che Dio lo benedica!», e Anita continua, «c’ha solo un bastone in mano, le bastonate che gli dà! Sembra un diavolo con cento braccia, se poteste solo vederlo, donne!», per poi passare, la scena, al primo piano di una vecchia, ben più vecchia delle contadine entusiaste, che infine mormora: «Beata gioventù, che vede quello che non c’è».

O forse è stata davvero, Novecento, l’epica più adatta per la Bassa, una terra contraddittoria e senza grandi eroi, con narrazioni che cambiano di anno in anno e si trasformano in un modo a tratti incomprensibile. L’ho pensato l’ultima volta, qualche mese fa, in cui passai alcuni giorni nei luoghi in cui Bertolucci (con Gabriele Polverosi, aiuto regista) andò a cercare ispirazioni e contadini, in cui Guadagnino ha girato Chiamami col tuo nome, per scrivere un reportage uscito poi su queste pagine. Mi trovai, una mattina fredda di primavera, sul Po, guardando nella nebbia l’Emilia dall’altra parte, appena raggiunto un bar affacciato sull’acqua e ancora deserto. Pochi chilometri prima mi ero fermato a un ortolano, che presentava i carciofi nelle cassette con un cartello che diceva: “Tenerissimi, come il padrone”. Dopo pochi passi scricchiolanti sulle assi di legno del bar arrivò il proprietario, piuttosto in là con gli anni, che mi guardò festoso e come prima cosa mi disse: «Oh, giovane! Sono anche io un cinquestelle!».

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