Si tratta dello stesso collettivo che protestò contro l'occupazione veneziana durante il matrimonio del patron di Amazon, e che oggi sta raccogliendo donazioni per organizzarsi in vista dell'evento.
Quando il ministro della cultura Giuli è apparso qualche giorno fa a New York, per partecipare a eventi istituzionali – tra i quali era compreso un omaggio a Cristoforo Colombo – lo ha fatto presentandosi in giacca di pelle nera al ginocchio, con cinta in vita. I commenti sui social hanno fatto presto ad arrivare, notando quanto quell’ “esercizio di stile” flirtasse pericolosamente con gli immaginari estetici delle dittature del passato. “Un mix fra il vigile di Alberto Sordi e un Goebbels de Roma”, “Bel soprabito tipo Goebbles. Va di moda in USA” senza dimenticare la solita ironia caustica del “cappotto taglia SS”. Non era la prima volta, considerato che a ottobre 2025, a Bologna per altri eventi istituzionali, Giuli aveva sfoggiato degli inusuali stivali neri lucidi alti fino al polpaccio, che i giornali più buontemponi avevano avvicinato negli intenti a quelli dell’Alberto Sordi vigile, mentre molti commentatori avevano invece fatto notare una strana somiglianza con gli stivali da marcia tipici dei movimenti autoritari di destra del secolo scorso, più in quota Dirk Bogarde gerarca nazista ne Il portiere di notte che indolente addetto al controllo del traffico a Viterbo.
Al di là delle battute al vetriolo però, la realtà constatabile da qualche mese è un’altra: senza essersi messi d’accordo, gli uomini politici di destra, italici o stranieri, hanno iniziato ad adottare un codice di stile condiviso, seppur discutibile. Basta guardare al cappotto dell’ex capo della Border Patrol (il corpo di polizia statunitense deputato a proteggere i confini) Greg Bovino che tante discussioni aveva suscitato a gennaio, non tanto per il capo in sé, che da solo, come tutti i pezzi di abbigliamento, poco significa, ma per il contesto di violenza nel quale era inserito. Bovino lo aveva infatti indossato sul campo durante un’operazione dell’ICE a Minneapolis a gennaio, poi protrattasi per giorni drammatici con proteste dei cittadini, fino ad arrivare a un ritiro delle truppe mascherate da parte del presidente Trump, e il licenziamento di Bovino stesso. Quando il New York Times ne scrisse, fece notare che a dispetto di quanto detto tramite vie ufficiali dal Dipartimento di sicurezza interna, quel cappotto non era nella lista delle uniformi ufficiali concesse dal regolamento della Border Patrol e quindi rappresentava una scelta libera e precisa di Bovino.
Il lungo flirt tra estetica ed esercizio del potere
Lo conferma Patrizia Calefato, professoressa di sociologia dei processi culturali e comunicativi, e studiosa di teoria della moda, che ha da poco pubblicato il suo ultimo libro, Sociologia della moda. Un’introduzione, edito da Carocci. Al suo interno c’è un intero capitolo incentrato sul secolare rapporto tra esercizio del potere ed esercizi di stile. «Quel cappotto non poteva essere un caso, ma una precisa scelta che afferisce ad una ancora più precisa cultura politica che fa parte della nostra storia. Quando Bovino o il Dipartimento della Sicurezza fanno passare quella scelta come casuale, il tentativo dietro è quello di normalizzare non solo quel vestito, ma anche tutti gli ideali che stanno dietro a quel vestito»
Il rapporto tra corpo, estetica ed esercizio del potere politico esiste da tempo immemore: lo storico Ernst H. Kantorowicz ne parlava già sul finire degli Anni 50, quando scrisse I due corpi del re. Per ogni leader esiste un corpo umano – e quindi soggetto alla decadenza – e un corpo politico, simbolico, e di conseguenza immortale. L’esempio più fulgido è quello di Elisabetta della dinastia dei Tudor, che tramite paramenti regali, gioielli e trucco, superò la finitezza della biologia per presentarsi volutamente ai suoi sudditi come anello di connessione tra mondo terreno e volere divino. Gli inglesi dell’epoca, affascinati dalla sua figura, la paragonarono alla dea greca Astrea, divinità associata alla Giustizia e virginale come Elisabetta, (che mai si sposò e per questo fu chiamata la Regina Vergine).
Una dedizione alla creazione della sua figura politica attraverso l’uso del suo corpo fisico che potrebbe esserle costata la vita: tra le diverse e probabili cause della sua morte si ipotizza oggi anche l’avvelenamento da “ceruso veneziano”, cosmetico a base di carbonato di piombo che la sovrana usava quotidianamente per sbiancarsi il volto e coprire le cicatrici del vaiolo. Una metodologia che, con simboli diversi – pur se uguali nella loro tossicità – fu adottata anche dai totalitarismi europei. Nel suo libro, Calefato sostiene che “nazismo, fascismo e stalinismo si resero conto del rapporto tra estetica e potere e utilizzarono la corporeità sia nei suoi aspetti fisici che simbolici come mezzo di propaganda, con il culto della personalità, le rappresentazioni fastose della corporeità del capo, l’enfasi dei tratti fisici ariani (…). E nacque anche la moda di regime che nel fascismo e nel nazismo, pur tra diverse contraddizioni all’interno stesso dell’establishment dominante, venne sostenuta attivamente dallo stato”.
Nei movimenti di estrema sinistra, il rapporto con il corpo è stato però storicamente meno monolitico. Lo spiega Davide Coppo, redattore di Rivista Studio e autore del libro La parte sbagliata (edizioni E/O) che racconta proprio la fascinazione del protagonista verso i movimenti neofascisti. «La nudità maschile, simbolo di purezza, è un cardine dell’estetica di estrema destra, ma non appare quasi mai in quella di estrema sinistra. Dopo la guerra, per l’estetica comunista occidentale, è l’America Latina a cambiare tutto: e al realismo socialista russo si sostituisce un immaginario estremamente più colorato e “campesino”, guerrigliero, umile, se vuoi trasandato, tipico dei movimenti di resistenza. Non avendo il potere, non possono rappresentarsi come dei leader, ma come dei ribelli, per cui anche l’estetica dell’abbigliamento diventa uno strumento per discostarsi dal formalismo borghese e capitalista. Ecco allora i capelli lunghi, la trasandatezza, il rifiuto del completo come uniforme della classe dominante».
Dal dramma alla farsa
I risultati contemporanei della rievocazione stilistica di questi modelli hanno però risultati che spesso virano sul farsesco. Il generale Vannacci, dismessa la rigorosa uniforme militare e abbandonata la tessera della Lega per procurarsene una del suo nuovo partito, Futuro Nazionale, indossa completi formali blu sempre troppo stretti, che mostrano una muscolatura che tenta disperatamente di sfondare il limite imposto dal tessuto. Parimenti Tommy Robinson, che Wikipedia definisce poeticamente nella sua bio come “politico e criminale britannico”, affiliato ai movimenti neofascisti inglesi, si è presentato a gennaio al Ministero dei Trasporti invitato dal vice premier Matteo Salvini (chi altri?) con t-shirt e blazer neri dai volumi striminziti. Lungi dal replicare il rigore stilistico delle SS tedesche, fatto da volumi affilati, a stretto contatto con il corpo, il risultato fa pensare a un tentativo mal riuscito e fuori taglia di adattamento contemporaneo di modelli del passato da parte di personaggi da operetta, seppur con le dovute differenze date dalla provenienza geografica.
Nel caso di Tommy Robinson sono le polo spesso sfoggiate, strette sul bicipite: indumento che in passato era utilizzato dalla classe proletaria come alternativa economica alla camicia, e che poi tramite gli skinhead iscritti al National Front negli Anni 70, è stato temporaneamente abbinato a movimenti di estrema destra. Un match disgraziato, che nessun produttore di polo si sarebbe mai augurato, tanto meno Fred Perry, di cui i Proud Boys, epigoni statunitensi di quelle istanze, hanno preso a indossare il modello nero (Ça va sans dire) con i profili gialli, che il brand ha ritirato dal mercato nel 2020, con un comunicato ufficiale che si può ancora leggere sul sito del brand. Il vezzo accessorio (seppur fuori tempo massimo) di Robinson – ma anche dello stesso Bovino – è nella tricotica, con una capigliatura che guarda al clan televisivo dei Peaky Blinders, che forse non a caso, è tornato di recente con un ultimo film su Netflix, per mettere la pietra tombale sulle avventure della famiglia iraconda e violenta degli Shelby (qualche mese fa l’attore Cillian Murphy ha confessato che proprio quell’undercut è una delle poche cose che non gli mancava del suo personaggio e che, pur se storicamente accurato, il motivo della sua esistenza non era tanto legato a qualche posizione stilistica, ma alla necessità dell’epoca di evitare i pidocchi).
E però quell’estetica, che insieme al taglio di capelli portava in dotazione completi sartoriali in tweed, coppole affilate in ogni senso, e scarpe ossessivamente lucidate e pronte a schiacciare il nemico di turno o a sporcarsi di sangue, ha di certo fatto proseliti tra gli estremisti di ogni religione (pure se Tommy Shelby nell’ultima serie cerca di contrastare l’ascesa del fascismo). Il problema è che si tratta di un modello estetico, ma pure di un taglio di capelli, che ha vissuto un suo momento di grande popolarità soprattutto in Gran Bretagna, in concomitanza con la messa in onda della serie e che oggi è definitivamente al tramonto (e non basterà di certo un film piuttosto triste a riportarlo in auge).
Anatomia di un movimento
Non si parla qui però solo di politici che militano in partiti o movimenti dichiaratamente razzisti/omofobi ma anche di un più ampio sottobosco di influencer e podcaster, che, pur evitando i simboli stilistici più vistosi dei guardaroba delle dittature, ricalcano quel modello estetico, fatto di una corporeità testosteronica e volumi striminziti per mettere in evidenza la fisicità coltivata in palestra. Un maxi gruppo che va dal più noto Joe Rogan agli italici culturisti del Podcasterone, che pontificano su qualunque argomento di tendenza, passando per Lorenzo Caccialupi, giovane virgulto che porta avanti (lui dice) le idee di Charlie Kirk in Italia, facendosi ritrarre con il tricolore alle spalle, il muscolo guizzante che si fa notare attraverso le t-shirt o le polo “body conscious”, con un occasionale crocifisso in oro appeso al collo, ricordandoci il nostro dovere di “Make Italy Great Again”. Tutte figure che riscuotono un certo credito all’interno della più ampia manosfera, che da sottobosco del web popolato da redpilled e incel è divenuto movimento capace di cavalcare gli algoritmi dei social e le angosce maschili, offrendo soluzioni differenziate per conquistare le donne (con programmi di allenamento, corsi di seduzione) e in seguito, secondo loro, asservirle economicamente (guadagnando una certa ricchezza, attraverso corsi di trading online).
La centralità del corpo maschile nel discorso contemporaneo sulle destre è però evidente, e l’esistenza stessa delle pratiche improbabili imposte dagli adepti del looksmaxxing per adeguarsi a un modello estetico unico (il mewing per ridefinire la mascella, le app per farsi giudicare il volto dagli altri maschi, oppure prendersi a martellate la faccia, cioè il bonesmashing) ne è la prova. «Fino a pochissimi decenni fa, il discorso sul corpo maschile non era un argomento, perché il corpo dell’uomo non è mai stato soggetto a uno sguardo dominante in modo plateale, mentre le donne grazie ai femminismi, nel corso dei decenni hanno compreso che il corpo non è determinante sul valore che ha la tua persona» spiega l’antropologa dei corpi Giulia Paganelli. «E invece oggi, assistiamo a un momento nel quale queste conversazioni (“grazie” ai social e alle community di redpillati e incel che vedono nella bellezza e nella prestanza fisica un’arma per conquistare il mondo femminile, ndr) riguardano anche loro: si ritorna così a degli schemi fissi, monolitici, che poi sono gli stessi che attivò il fascismo nei primi del ‘900, rifacendosi al mito dell’eroe omerico, e quindi del guerriero. Non è un caso se una delle forme di allenamento più in voga negli ultimi anni si chiamava Spartan Training: il modello estetico a cui ambiscono questi uomini è lo stesso di 300 (film del 2006 che raccontavano le gesta leggendarie del re spartano Leonida e del suo esercito, ndr)». Una mascolinità stereotipata e aggressiva, che poi, secondo Calefato, «è la stessa che tenta di riportare in auge il presidente Trump, pur con il suo modo di vestire sciatto e discutibile, ma caratterizzato da colori scuri e da una corporeità aggressiva, utilizzata spesso e volentieri a favore di telecamera».
E per quanto riguarda la corporeità e il rapporto di nazismo e fascismo con il corpo, c’è da fare, secondo Coppo, una ulteriore distinzione: «Come sostiene lo storico Furio Jesi in Cultura di destra, la differenza tra i due sta nel fatto che il fascismo è un movimento vitalistico, di celebrazione della vita (e della violenza), mentre il nazismo è un movimento nichilista, di celebrazione della morte. Questo già può far immaginare due approcci diversi al corpo: il primo più terra-terra, militaresco, di puro culto della fisicità. Il secondo più elitario, spirituale, che ricerca una superiorità in senso metafisico. Ma non sono distinzioni granitiche: sia fascismo che nazismo hanno incarnato spesso posizioni apparentemente opposte e inconciliabili.
Come scrive Roberto Esposito in Il fascismo e noi, tra i migliori saggi sul successo ancora contemporaneo dei fascismi, “è un modo di occupare tutte le posizioni in campo, fino a espellere l’avversario dal terreno di gioco”. Per cui non è raro trovare approcci estetici militareschi affiancati a fascinazioni esplicitamente esotiche, corpi possenti e virili come quello che per tutta la vita tentò di esprimere Mussolini vicini a quelli, completamente diversi, di un Hitler o Goebbels dal piede equino, e ancora l’avversione verso l’omosessualità e il fiorire di corpi maschili nudi. Negli estremisti di destra contemporanei in cui l’elemento spirituale convive con quello militaresco è facile vedere queste due estetiche convivere. Penso proprio alla visita a New York del ministro Giuli: il suo outfit con cappotto di pelle nero, stivali e cravatta variopinta poteva ricordare sì un approccio estetico da “polizia segreta”, ma a me ha ricordato anche certi disegni di Tom of Finland».
Ed è in fondo vero, che certi immaginari, rimandano anche a un mondo che se non è esplicitamente omoerotico (come sono apparsi omoerotici gli stivali neri fino al ginocchio fatti sfilare di recente sulle passerelle maschili di Saint Laurent, ispirati, secondo il direttore creativo Vaccarello, dalla lettura di La camera di Giovanni di James Baldwin, che proprio di una storia omoerotica parlava) è fatto da uomini per uomini, ed è quindi configurabile come omosociale. «Si può comprendere anche guardando il recente documentario Dentro la Manosfera di Louis Theroux su Netflix» spiega Paganelli. «Molte delle persone che vengono elette come simboli delle varie destre sono persone che attraverso il loro corpo ti dicono che sono riuscite a fare determinate cose perché sul loro corpo hanno agito (con la palestra, con trattamenti estetici etc). Quello che loro, attraverso il corpo, fanno, non ha l’obiettivo di conquistare le donne, come pure dicono, ma è una maniera per ricevere l’approvazione degli altri maschi che sono il reale target di questa conversazione». Una costante atmosfera da spogliatoio, con gli stessi abiti negli armadietti e gli stessi discorsi goliardici (ma non troppo) tra le docce, nel totale e violento rifiuto di quanto è successo fuori, negli ultimi 80 anni. Farebbe ridere, se non fosse così tragico.
Si tratta dello stesso collettivo che protestò contro l'occupazione veneziana durante il matrimonio del patron di Amazon, e che oggi sta raccogliendo donazioni per organizzarsi in vista dell'evento.
L'azienda ha chiesto al Tribunale 60 giorni di tempo per presentare un piano di risanamento e ripagare i debiti. Nel frattempo i dipendenti hanno scioperato e i sindacati parlano di «scelte manageriali non adeguate».
Prezzi ragionevoli, immaginari estetici precisi e il desiderio di vestire la quotidianità delle donne: Polène, Soeur e Loulou de Saison hanno saputo attrarre le transfughe del lusso, divenendo un'alternativa al fast fashion.
