Cosa significa vestirsi no gender?

Come cambiano le categorie dell’abbigliamento e cosa dicono della società che le produce.

11 Giugno 2018

«L’abbigliamento maschile e femminile, presi insieme, esplicano quello che le persone vorrebbero fosse il rapporto tra uomini e donne, oltre a indicare come i due sessi si relazionano, separatamente, con quel tipo di moda e costume. Senza guardare cosa indossano gli uomini è impossibile comprendere cosa indossano le donne, e viceversa». Così scrive la storica dell’arte Anna Hollander nel suo originale saggio Sex and Suits, non prima di concludere, qualche riga più in giù, che «un giorno la sessualità non sarà più visualizzata nell’abbigliamento come rigidamente distinta in due categorie principali, ma per adesso è ancora così». Era il 1994 e, di fatto, di “unisex” si parlava almeno dagli anni Sessanta, quando il termine era stato coniato per riflettere la liberazione dal maschile e dal femminile, predicata dalle controculture di quel decennio. Con grande scalpore per il seno nudo di Peggy Moffitt, nel luglio del 1964 appariva su Women’s Wear Daily il monokini di Rudi Gernreich, fautore del guardaroba unitario e attivista per i diritti gay. Alla fine degli anni Settanta, mentre i movimenti femministi andavano definendo le loro aeree di ricerca interrogandosi sulla differenza sessuale e il superamento del genere, sarebbe stato Giorgio Armani ad attivare, quasi involontariamente, una rivoluzione dei codici dell’abbigliamento tradizionale su scala industriale.

Lo spiega bene Giusi Ferré nel suo Giorgio Armani. Il sesso radicale (Marsilio), che dentro all’a-sex di Armani, come lo chiama Gillo Dorfles, c’è già l’idea di uno scavalcamento dei generi. Più nello specifico, c’è il reale sorpasso di quelle categorie, radicato nei cambiamenti in atto nella società civile più che nelle sue elucubrazioni teoriche, di cui pure è debitore. È una storia che conosciamo, l’abbiamo anche rispolverata negli ultimi anni a proposito di “power dressing” e del ritorno di quello che una volta si chiamava “lady suit”: la giacca maschile che si libera della struttura e dell’imbottitura delle spalle, rivendicati invece dal modello femminile. «Sebbene l’androginia iniziale tendesse a fare adottare dalla donna l’abbigliamento maschile, l’effetto imprevisto fu un ammorbidimento della rigidità della sartoria maschile, che aveva le sue origini lontanissime nella corazza medioevale», scrive Ferré. La cosa interessante della rivoluzione di Armani è poi il suo profondo legame con il consolidarsi del prêt-à-porter maschile, e cioè con la riproducibilità industriale dell’abito stesso, terza via tra la sartoria tradizionale e la confezione standardizzata. È così che la giacca entra nell’immaginario collettivo al fianco di jeans e t-shirt – sdoganati già dalla fine degli anni Quaranta dalle lesbiche butch – e approda nel ristretto campo di quei capi che vengono indifferentemente indossati sia dagli uomini che dalle donne.

Oggi che anche Zara e H&M hanno lanciato le loro collezioni “gender fluid” e che Gucci riprende un classico della letteratura femminista come il Manifesto Cyborg di Donna Haraway, investigare l’evoluzione dell’unisex è interessante sotto molto punti di vista. Jamie Wylie ha recentemente individuato su Dazed & Confused i limiti di tanti marchi che negli ultimi anni hanno “abbracciato” il guardaroba unico. Se i femminismi valgono molto di più di una t-shirt di Dior, l’idea di superare le tradizionali divisioni del maschile e del femminile è decisamente più complessa di un abbigliamento «privo di ogni significante femminile» che vediamo essere molto popolare oggi. Perché gonne e abiti non possono essere “gender neutral” come lo sono i jeans? Perché gli uomini non si sentono ancora liberi di indossare un abito lungo o una gonna corta – che pure nei secoli sono stati simbolo di virilità in moltissime culture, dalla Scozia al Giappone – mentre l’opzione “no gender” per le donne prevede sempre una sorta di menswear diluito? C’è di mezzo, manco a dirlo, quella che Wylie chiama «misoginia culturale»: vestirsi da donne ha storicamente tacciato gli uomini di essere “effeminati” e questo perché «i vestiti delle donne sembrano pensati esclusivamente per le donne, mentre quelli da uomo sono per tutti (…) un’ulteriore indicazione di come la femminilità (nella nostra società, nda) sia considerata priva di valore e la mascolinità sia lo standard».

Con grande orrore (immaginiamo) del ministro Lorenzo Fontana, però, i designer che lavorano sull’unisex in maniera efficace ci sono, da Charles Jeffrey (suo l’abito monacale che Phillip Picardi di Teen Vogue ha indossato al Met Gala) a piattaforme come Gender Free World, da Kris Harring ai nostri Marios. Quello che sembra mancare a molta moda che si auto-definisce no gender è allora l’attenzione verso un mondo che, al di fuori delle strategie pubblicitarie e dei proclami, è molto più variegato e complesso di come viene rappresentato. Su Racked, all’interno di un interessante speciale dedicato al mito della “body positivity” e al mercato plus-size, Lindsay King- Miller si è chiesta ad esempio quando i designer cominceranno a trattare la taglia allo stesso modo del genere: se abbiamo stabilito che quest’ultimo non definisce il modo in cui ci vestiamo, neanche portare una 46 o una 50 dovrebbe farlo. È la sfida della moda nell’immediato futuro: stare al passo con le conversazioni culturali dell’oggi, amplificate dai social media e dalla democratizzazione del gusto. È quello che la moda ha sempre fatto, certo, ma mai come oggi ci sono state così tante persone, e istanze, a monte del processo creativo e della comunicazione (e conseguente diffusione) dell’oggetto di moda. Hollander, d’altronde, lo aveva ampiamente previsto quando le donne si sono prese il completo formale maschile. Ed è tanto più vero in tempi di ridefinizione dell’idea di mascolinità e di crisi della figura paterna, tra twink e incelnuovi nerd e suprematisti bianchi.

Prima fotografia di Aldo Fallai (FW 90-91), tutte le altre di Peter Lindbergh (FW 93-94), da Giorgio Armani. Il sesso radicale (Marsilio)
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