Dopo l’illusione della body positivity è venuto l’incubo dell’ultramagrezza

E non è solo colpa della storica grassofobia del mondo della moda, ma anche (e soprattutto) dell’aria che tira nella politica mondiale. E dell'Ozempic, ovviamente.

15 Luglio 2026

Alle ultime sfilate della moda femminile (tenutesi tra febbraio e marzo) tra i 7187 look presentati su 182 show o presentazioni tenutesi a New York, Londra, Milano e Parigi, il 97 per cento erano indossati da modelle con una taglia tra la 36 e la 40, il 2,1 per cento tra la 42 e la 46, e solo lo 0,3 per cento superiore alla 50. Lo ha sancito l’annuale Size inclusivity Report che Vogue Business stila da 3 anni. Se per l’Italia gli unici brand a differenziarsi da questi dati sono stati Marco Rambaldi con il 5,4 per cento di modelle plus size, e Avavav con il 3,6 per cento, la città dell’alta moda Parigi è incoronata come fanalino di coda in materia di rappresentazione di corpi diversi: le modelle con una taglia tra la 36 e la 40 erano il 99,5 per cento, lo 0,4 era tra la 42 e la 46 e solo lo 0,1 per cento era oltre la 50. Dati che nella loro freddezza matematica confermano quanto era già visibile ad occhio nudo: la magrezza è tornata di moda.

L’eterno ritorno

Non c’è però nulla di nuovo rispetto a ieri: è già successo (troppe volte) nel recente passato che il modello estetico di riferimento per le donne abbia coinciso con un corpo androgino. È capitato già negli Anni 90, quando l’arrivo sulla scena di Kate Moss, con la corporeità gracile di un adolescente (categoria alla quale Moss apparteneva a pieno titolo), aveva segnato un cambio di paradigma nel mondo della moda fino ad allora dominato dalle top model, dai fisici certamente definibili come conformi, ma statuari, che parevano esplodere di vita e attività aerobica. Prima di lei c’era stata solo Gia Carangi, definita storicamente “la prima super modella”: bruna, volitiva, incline alla dipendenza da eroina (morì a soli 26 anni di Aids nel 1986). Fu in effetti per definire il modello estetico dolente incarnato da Carangi che gli addetti ai lavori– dotati di un distacco dalla realtà invidiabile, che li ha resi impermeabili a qualunque critica arrivasse dal mondo esterno – avevano coniato il termine  “heroin chic”, a significare un corpo letteralmente consumato dalle dipendenze, e però, comunque desiderabile nelle proporzioni ristrette.

La situazione nei primi Anni 2000 è stata amplificata dai nascenti social media, che propagavano ad libitum quell’ossessione estetica, ponendo come unici riferimenti possibili celebrities e modelle sempre più magre – per genetica o per necessità professionale –, e mettendo alla berlina tutti i personaggi pubblici colpevoli di esistere sotto i riflettori, pur senza rientrare in quel canone rigoroso. In un epoca nella quale di disturbi del comportamento alimentare si parlava ancora poco, i tabloid scandalistici erano usi regalare con una certa facilità la patente di “cicciona” ad attrici e performer, che a guardarle oggi appaiono non solo perfettamente conformi, ma persino magre: il caso più eclatante fu quello del Giobe, che nel 1998 definì la neo quarantenne Madonna “Fat and forty”. Erano gli anni del suo album oggi considerato un capolavoro, Ray of Light, e nella foto scelta dal magazine si vedevano le ossa della gabbia toracica.

E oggi, quei disturbi del comportamento alimentare sono in crescita drammatica, accelerati, secondo le ricerche, anche dalla pandemia di Covid-19: secondo i dati del 2026 di SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza) oltre 3 milioni di persone soffrono di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. I numeri sono passati da 300.000 nei primi anni 2000 a più di 3 milioni oggi, con l’età di esordio che si è abbassata, con casi documentati anche tra gli 8 e i 10 anni.

Un cambio di paradigma per lo stesso risultato

Nell’anno del Signore 2026,  siamo ufficialmente nell’era del benessere e i brand che registrano i risultati migliori sono quelli, come Alo che vendono non tanto un prodotto, quanto uno stile di vita considerato sano – costringendo tutte le maison alla rincorsa e all’inserimento nelle loro offerte di leggings e tappetini da yoga, come è successo a Dior, con la recente linea “Haute Wellness” o a Balenciaga, che ha di recente attivato due pop up store in Cina nei quali acquistare beveroni proteici e barrette. L’heroin chic è quindi un ricordo sbiadito, ma quella fisicità asciugata dalla dedizione, invece che dalla perdizione, rimane, per il mondo della moda, un ideale a cui ambire e da sponsorizzare.

Il New York Times ne aveva già parlato lo scorso anno, nel pezzo “Ultrathin is in”, nel quale la fashion director Vanessa Friedman raccontava con un certo sgomento della ossa dei fianchi prominenti che aveva visto nel backstage di Schiaparelli, dove era impegnata a intervistare il direttore creativo: allo stupore si era aggiunta l’ironia, quando la giornalista aveva fatto notare come molti di quegli abiti fossero dotati di rigonfiamenti posticci, di fianchi esagerati dai tessuti, di rigonfiamenti tessili posizionati un po’ ovunque, a creare curve laddove le curve anatomiche erano inesistenti. Volumi innaturali, considerati espressione d’artista, e quindi ammissibili, a differenza delle curve vere, ormai da tempo bandite sulle passerelle. Un controsenso sottolineato a marzo 2025 anche da MarieClaire Mag nel pezzo “Fall 2025 Fashion Trends Embrace Curves – Runway Casting Is Another Story”.

E però, nonostante rispetto al passato le voci critiche (all’interno dell’editoria e fuori) siano aumentate – grazie anche al potere di diffusione dei social media – questa storia rimane relegata solo ai magazine di settore. La retromarcia rispetto agli scorsi anni diventa di contro ancora più visibile. Nel recente passato le passerelle si erano aperte a una più variegata rappresentazione della bellezza grazie ai movimenti di body positivity e body neutrality; ci sono stati brand che hanno deciso di affrontare un doloroso cammino di ripensamento di se stessi, per continuare a essere rilevanti, come Victoria’s Secret; infine, anche la copertina di Vogue America che nel 2021 aveva ospitato per la prima volta una modella plus-size, Paloma Elsesser (in Italia Franca Sozzani lo aveva già fatto quando la body positivity era ancora apertamente osteggiata, nel 2011, con il numero di giugno di Vogue Italia, dal titolo Belle Vere, oggi considerato tesoro da collezione).

E, per quanto sia vero che la moda sia storicamente grassofobica, in questa situazione il fashion system è specchio riflesso, più che focolaio nel quale questa epidemia prende corpo e forza: alla base del ritorno della magrezza ci sono motivazioni politiche, sociali, e antropologiche.

Non solo moda

I nazionalismi di destra prescrivono con sempre maggiore violenza un ritorno al controllo del corpo femminile, che può esistere nello spazio pubblico solo se giovane (e quindi fertile) e pure magro: basti pensare all’ intervista che l’attuale vicepresidente Vance concesse nel 2021, dove parlò di un governo nel quale i repubblicani non erano ancora al comando, e quindi preda di rappresentanti politiche democratiche definite con sprezzo “gattare senza figli” (un vasto gruppo nel quale era compresa Kamala Harris, l’allora vicepresidente). Negli stessi anni è cresciuta nell’humus viscido degli angoli nascosti dell’Internet la genìa umana di redpillati e incel,  esplosa successivamente in molteplici sottogruppi. Tra di loro spiccano i looksmaxxer, capitanati da personaggi improbabili come Clavicular – ospitato di recente sulle passerelle del brand di streetwear 424, perché la viralità sui social, nel bene o nel male, vale più del rispetto dei corpi femminili. Ad accomunare questi uomini è sempre il portato ideologico tendente all’estrema destra, fomentato da idee razziste, transfobiche, e ovviamente misogine.

Non manca il fenomeno delle trad-wife, imprenditrici del web che prescrivono (per delle altre che non sono loro) una vita semplice passata in costante alternanza tra la cucina e la sala parto. Una tendenza che vede in una figura come quella di Hannah Neeleman (in arte Ballerina Farm 10,4 milioni di follower, un ranch, 8 figli e un’azienda omonima che vende online farine proteiche a 18 dollari e kit per fare il lievito madre a 79) delle capofila. La tendenza a romanticizzare un passato privo di asperità e difficoltà per il genere femminile, dove si procreava per spirito patriottico – e non perché, più banalmente, erano necessarie più braccia per sostenere e ingrandire le imprese familiari – è divenuta talmente pervasiva che il libro dell’estate, negli Stati Uniti (in Italia non esiste ancora un’edizione tradotta, arriverà a inizio 2027 grazie a Neri Pozza) è Yesteryear, racconto distopico di una influencer tradwife dei giorni nostri, residente in un ranch più simile a un set che ad una casa, e che ad un certo punto, si ritrova nel  1885, a vivere quella vita rustica di cui decantava le bellezze, scoprendo una realtà ben più amara (Anne Hathaway ha già acquistato i diritti per la trasposizione cinematografica).

Non è difficile immaginare come in questo contesto che sponsorizza con entusiasmo il ritorno ad un’era mitizzata come fosse la panacea definitiva che ci libererà da tutti i mali di un contemporaneo contraddittorio e complesso (un’era nella quale, per inciso, le donne avevano molti meno diritti di oggi), il sottotesto sia quello di riportare il mondo femminile in un’area dove può essere più facilmente controllabile. E nulla esprime meglio il rigore e il controllo sociale di un corpo magro. 

«Nel 1990 ne parlava già Naomi Wolf » dice l’antropologa dei corpi Giulia Paganelli «quando spiegava che in ogni momento storico nel quale le donne ottengono più diritti o minore sorveglianza, c’è un discorso più consapevole sul corpo e una maggiore rappresentazione, dall’altra arriva un nuovo apparato di sorveglianza e controllo che cerca di tamponare o minare queste libertà, passando dal piano estetico. Una sorta di rinculo: basta pensare alla riforma protestante, e poi alla successiva controriforma. Ogni volta che il corpo femminile si libera di una gabbia istituzionale, ne viene costruita subito un’altra che viene poi interiorizzata e che poi non ha neanche troppo bisogno di un controlli esterno, perché sono le donne a “controllarsi” automaticamente, messe di fronte allo specchio»

La variabile Ozempic

Un conflitto che negli ultimi anni si è arricchito di un nuovo fattore: quello dei farmaci GLP-1, che rendono la magrezza raggiungibile anzi, programmabile (per chi ha il portafoglio adatto alla spesa). Secondo i numeri dell’ultimo Rapporto OsMed (relativo al 2024) realizzato dall’Agenzia italiana del farmaco, l’Aifa, è cresciuto l’uso dei nuovi anti-obesità, gli analoghi del Glp-1, utilizzati inizialmente per il diabete. Nel 2024 gli antidiabetici hanno registrato una spesa pubblica complessiva «di 1 miliardo e 642 milioni di euro, con un aumento del 13,2 per cento rispetto al 2023», ed è prevedibile che questi numeri saranno rivisti al rialzo quando verrà pubblicato lo studio relativo al 2025, il prossimo novembre.

Un farmaco, quello a base di semaglutide, che ha indubbiamente rivoluzionato il sistema (ne avevamo già parlato qui) annullando il food noise, e quindi rendendo più facile seguire un percorso alimentare salutare. «Queste siringhe in un modo o nell’altro danno la possibilità di poter fare delle scelte» prosegue Paganelli, «anche se il dimagrimento è visivamente estremizzato quando il corpo di partenza è già magro». Cambiamenti che l’industria della moda e del beauty, con i loro dipartimenti marketing, cercano di navigare. Ne parla il Business of Fashion nel pezzo Come l’Ozempic sta obbligando la moda a rivedere le taglie: ad oggi ci sono già creme che agiscono per recuperare la fermezza del tono (cosa che, dopo un dimagrimento veloce o con l’età che avanza, diminuisce), e nell’etichetta viene già indicato che si indirizzano agli “utilizzatori di GLP-1”, così come brand di biancheria intima che promettono di adattarsi a corpi che hanno ridotto le loro proporzioni. «Quello che sta accadendo di stupefacente è che ci sono diverse persone grasse che non hanno mai potuto godere del mondo della moda o scegliere vestiti» conclude Paganelli «e che ora possono farlo. La realtà però è che non è detto che quanto è stato prodotto sinora rispecchi il gusto di questo nuovo cliente. Si tratta di un’enorme problema da cui il sistema di produzione di abbigliamento cerca di deviare l’attenzione, con dei prodotti che sembrano fatti apposta per loro: è solo un altro modo per ingabbiare i consumatori all’interno di una categoria, definendoli “corpi” o “volti” Ozempic, rendendo l’acquisto di prodotti una necessità». Tramutando un cambiamento sociale nell’ennesima occasione per sfamare il capitalismo.

Che il mercato dell’abbigliamento stia affrontando una fase di cambiamento alla quale non sa ancora come rispondere adeguatamente, è indubbio: di recente ne ha parlato anche il Washington Post, raccontando di come ad essere colpita sia l’industria degli abiti da sposa, che vengono scelti di solito con mesi di anticipo. Nel caso di future spose che stanno affrontando un percorso alimentare abbinato all’utilizzo di GLP-1, questo si traduce nella richiesta di abiti più piccoli dell’attuale taglia, nella certezza che, all’altare, quella taglia sarà cambiata. Per proteggersi da qualunque rischio legale relativo a un abito che potrebbe poi, alla resa dei conti, non entrare, alcuni negozi di New York hanno iniziato a far firmare a queste clienti un esonero di responsabilità.

Genericamente però la moda sembra accogliere con gioia l’ingresso nel mercato di una nuova compagine di clienti, inventandosi soluzioni per accomodare i loro bisogni: nei commenti del pezzo del Bof diversi utenti fanno notare l’ipocrisia di questo apparente giubilo, mentre per chi in passato e oggi abita un corpo non conforme non è stata mostrata la stessa buona volontà. Un atteggiamento che può essere sicuramente criticabile, ma non dovrebbe stupire nessuno: l’apparente appoggio negli anni precedenti ai movimenti che richiedevano una più vasta rappresentazione dei modi nei quali la bellezza si esprime, era appunto solo apparente, e reso obbligato dai venti progressisti che spiravano un po’ ovunque. Appena quei venti hanno invertito la rotta, la moda li ha seguiti senza porsi troppe domande. Non soltanto perché accetta tutte le differenze (di colore della pelle, di orientamento sessuale, anagrafiche) tranne quelle definite matematicamente 

Perché nonostante quel micro-universo sia genericamente progressista, abbia messo in passerella membri della comunità queer, donne di ogni nazionalità e colore di pelle, persone trans, negli ultimi anni anche mannequin che hanno superato gli anta e sfilano ostentando con orgoglio i capelli bianchi, la barriera all’ingresso si abbatte come una scure appena l’ago della bilancia sale. Un assioma che il sistema ha ribadito di recente, e che tornerà a ribadire ogni volta che la situazione sociale e politica gliene darà l’opportunità, ricordandoci quanto la moda sia lo specchio del mondo nel quale viviamo, e quindi, in qualche modo, anche uno specchio che è ancora, irrimediabilmente, deformato.