A Minneapolis non ci sono più regole

Dopo la morte di Alex Pretti, ucciso dagli agenti dell'ICE, la città ha risposto con un enorme sciopero generale, il primo negli Usa dal 1946. Ma la guerra di Trump alla Twin City continua e la vita a Minneapolis è irrimediabilmente cambiata.

26 Gennaio 2026

La prima cosa che appare nel silenzio, nel buio, nel gelo, sono le quattro frecce. Tick, tack, tick, tack. Non senti davvero di già il rumore, ma è tanto familiare che ti sembra di sì. In un sabato qualsiasi, di un mese qualsiasi, di un anno qualsiasi a quest’ora non sarei solo, per le strade di Minneapolis. Da quando vivo negli Stati Uniti ogni volta che mi è stato chiesto un consiglio su cosa visitare, stanchi di New York, di Los Angeles e del Grand Canyon, ho detto a tutti Minneapolis. Una città sorprendente, moderna. Una metropoli con un senso di comunità sempre presente. Non uno di quei posti dove “ci si conosce tutti”, ma in cui in qualche modo ci si sente a casa con chiunque. E dove si mangia benissimo.

Stasera mi trovo invece a camminare solo verso il motel. Sono solo le sette e spiccioli. Tick, tack, tick, tack. L’auto è abbandonata in un tentativo fallito di accostare come si deve. La portiera sinistra è ancora aperta, spalancata. Nessuna traccia degli occupanti. Un mucchio confuso di impronte nella neve. Le chiamano ghost car, auto fantasma, raccontano storie senza un inizio e senza una fine. Sono a questo punto decine i residenti del Minnesota che a prescindere dal rispettivo status legale non si è potuto localizzare attraverso un avvocato.

Non i raid, le botte, il gas in faccia, le porte sfondate a calci dopo che i blindati hanno bloccato interi isolati. Una delle cose più terrificanti della Minneapolis di oggi sono le auto fantasma. Sui social si è letto spesso del Minnesota diventato una zona di guerra. Non è vero. Ci sono stato. In una guerra convenzionale ci sono regole di ingaggio, consuetudini, divieti “diversi”. La quotidianità della guerra è pericolosa, ma in una certa misura prevedibile. Sai cosa ti aspetta e perché. A Milano guardi a destra e poi a sinistra per attraversare la strada, in una zona di guerra impari a stare attento ad altro. Nel Minnesota di oggi non ci sono regole. Si può svanire nel nulla senza un preavviso, un perché, una ragione, una regola. Si può ritrovarsi liberi dopo giorni senza accuse, scuse. Si può tornare a una casa saccheggiata, a un conto in banca svanito, a una vita finita chissà dove.

Si è anche letto dell’ICE “come la Gestapo”. Ma la Gestapo non aveva paura di essere vista nell’atto di fare la Gestapo, non si presentava a volto coperto, non faceva le cose di nascosto. Era minuziosa, fin ossessiva nella propria burocrazia. Le prove cartacee erano dappertutto, fin ridondanti. È così che in molti non sono sfuggiti a Norimberga. Le notti di Minneapolis ricordano invece le storie dell’Argentina dei colonnelli, del Cile di Pinochet. Vite cancellate, famiglie smembrate, l’oblio come monito non tanto per chi sparisce, ma per chi rimane.

Non voglio morire con la tua giacca addosso

C’è un dettaglio da pelle d’oca – questo sì – comune a ogni zona di guerra in cui sono stato inviato. Che sia Gaza, la Bielorussia, il Mali, il Sudan, se offri una giacca rifiutano tutti. “Non voglio morire con la tua giacca addosso” – ti dicono. Sentirselo dire a 20 metri da dove fino allo scorso settembre hai mangiato cento açai bowl come un hipster qualsiasi è come un pugno in faccia che ti scaraventa in un angolo a tremare. Come si è arrivati qui, come ci si è arrivati tanto in fretta?

Dopo la morte di Alex Pretti – sabato 24 gennaio – la città si è svegliata nel clima di paura, incertezza, incredulità in cui si è vissuto nell’ultimo mese. C’è stanchezza soprattutto, fisica e mentale. Minneapolis non è Portland, a mobilitarsi in queste settimane a difesa della comunità non attivisti di professione, antifa, men che meno agitatori. Sono gruppi di dopolavoro e membri delle associazioni insegnanti-genitori. A Natale erano impegnati a organizzare vendite di torte e raccogliere fondi per la scuola. Ora fanno corsi di resistenza civile e aiuto legale. Preparandosi al peggio. I genitori un mese fa si organizzavano per il nido, oggi fanno programmi per l’affido temporaneo dei figli a parenti, amici, vicini. Nel caso non dovessero tornare.

Il Minnesota è uno Stato bianchissimo. Impossibile spiegare la reazione locale se non si capisce quel che è il rapporto tra i cittadini statunitensi multigenerazionali e la politica. Salvo ogni quattro anni – quando si vota il Presidente – non c’è destra e sinistra, non ci sono democratici e repubblicani. Quella è la semplificazione di chi racconta un Paese che non conosce bene a un Paese che conosce solo quello. Si vota col “buon senso del padre di famiglia”, per l’amministratore o l’amministratrice locale che li ascolta. Venerdì questa città si è messa ordinatamente in fila, quasi in 100 mila. Hanno chiuso ogni negozio, hanno chiuso le scuole. Hanno messo in scena il più ordinato e pacifico sciopero generale che la storia ricordi – il primo convocato negli Stati Uniti dal 1946. Non è stato rotto uno specchietto. Il credo politico del Minnesota e di tre quarti degli Stati Uniti può essere riassunto in una delle mille parafrasi del ritornello che ho forse più ascoltato in quattordici anni. “Il mio trisnonno non ha sparato agli inglesi perché un tizio di Washington venisse a dirmi cosa fare a casa mia”. Ma è più una frase che una zia ricama sui cuscini che una frase che pensavano di dover mai usare – ancora – in piazza.

Quando i primi blindati mandati da Donald Trump hanno fatto capolino sulle strade di Saint Paul – la capitale dello Stato, la gemella di Minneapolis ne le twin cities, lo stesso posto per molti versi, solo con un altro nome e al di là di un fiume – a Minneapolis ci si è detto “l’ultima volta che ho controllato questa è l’America”. La comunità somala qui è parte del paesaggio dagli anni Settanta. Si è guardato agli influencer di destra e all’ICE come a degli strani marziani e in venti minuti si è giusti alla conclusione che la comunità va difesa. Con ogni mezzo. Si è fatto tesoro delle esperienze di Los Angeles, San Diego. Assistenza legale, fischietti, volantini e liste di boicottaggio per gli esercizi commerciali che aiutano i federali. Come negli anni Ottanta si invitavano i vicini per vendergli tupperware o qualche analoga fregatura di multilevel marketing, a dicembre ogni quattro isolati c’era un avvocato che insegnava a una soccer mom i propri diritti di fronte a un agente dell’immigrazione. Come usare il proprio privilegio bianco per difendere la comunità letteralmente frapponendo il proprio corpo tra vittime e aguzzini.

Fermare l’ICE non è ostacolare la giustizia, è perseguirla

C’è un grande equivoco nel racconto dell’immigrazione negli Stati Uniti a una Europa dove senza permesso di soggiorno si è automaticamente “illegali”. Entrare negli Stati Uniti legalmenente e poi fermarsi è una banale violazione del visto. Per essere deportati si deve essere scoperti, mandati di fronte a un giudice, violare una ordinanza federale. Quando questa amministrazione parla di ostruzione della giustizia, mente. La stragrande maggioranza degli immigrati arrestati negli ultimi mesi sono svaniti, finiti ad Alligator Alcatraz, seppelliti in una prigione in El Salvador senza un giusto processo. Ogni mese si scopre che molti di loro avevano diritto di restare. I pochi reati contestabili? Violazioni minori del visto e del codice della strada. Quando si impedisce fisicamente a questa ICE di fare il proprio lavoro non si ostacola la giustizia, la si persegue. La si protegge con il proprio corpo. Così Renee Good e Alex Pretti hanno perso la vita.

Finisco di scrivere queste righe dopo una veglia interminabile. Sul luogo in cui Alex Pretti è stato ucciso sono arrivati da ogni parte dello Stato. Quasi 36 ore, and counting. Tra i 18 e i 32 gradi sotto zero. Qui c’è Joshua, 41 anni, veterano, nero. «Sono arrivati con un blindato e hanno portato via il cuoco che mi ha strapazzato le uova per 18 anni, ogni mattina. Mandava i soldi in Somalia – hanno detto. A sua madre. Una donna cristiana con sei figlie. Poi hanno ucciso una madre davanti alla moglie. Ci ha mancato di rispetto – hanno detto. Oggi hanno ucciso un infermiere che si occupava di veterani, veterani come me. Aveva una pistola – hanno detto. Anche io ho una pistola. È legale. Ho servito questo Paese, ho giurato di difenderlo contro ogni nemico, esterno e domestico. Oggi sono loro il nemico. Che sia chiaro, qui non c’è nulla di nuovo. Philando Castile è stato ucciso come Alex Pretti, di Alex si parla perché era bianco. Ma quelli erano i miei porci, ce ne occupiamo noi. Questi sono porci di Washington, e l’America non è stata costruita così».

È una rivolta, una rivoluzione

Guerra civile sono le due parole che aleggiano senza che quasi nessuno abbia il coraggio di pronunciarle. «Is it, tho?». «È davvero così?». Frank è in mimetica su un trattore alto come una casetta di due piani. Ha votato Trump, «ma nulla di tutto questo. Ci sono soldati a volto coperto che vogliono controllare quel che succede a casa mia, nei miei campi. La mia comunità è terrorizzata. Guerra civile? No. La guerra civile è quando spari al tuo vicino di casa, qui il nemico è il governo. È una rivolta, una rivoluzione».

È quasi l’alba quando arriva una delegazione di nativi Ojibwe e della Red Nation. Arrivano a piedi dalle rispettive riserve. Sette dei loro membri sono nelle mani dell’ICE. Ostaggi. Il dipartimento della sicurezza nazionale rifiuta di dire dove sono detenuti finché non accettano di riconoscere la giurisdizione federale. Il loro rifiuto è anche un loro diritto costituzionale. Sono arrivati qui camminando «per ricordare la marcia della morte, quando ci hanno costretto nelle riserve dopo l’Indian Removal Act nel 1830»,  dice Binesi. «Siamo qui per cantare per Alex, accompagnarlo nel suo ultimo viaggio». Quando finiscono di cantare, se sei sveglio a Minneapolis stai anche piangendo. Poco più in là c’è Susie, la pastora della congregazione evangelica che condivideva l’isolato con Renee Nicole Good. Solleva il microfono nella neve, sopra al piccolo amplificatore bianco cui si fa a turno per ricordare Alex Pretti. È ormai un viso familiare anche se rispetto a venti giorni fa sembra invecchiata vent’anni. Chissà se ha mai più dormito. Ripete la stessa preghiera che l’ho sentita recitare quando è morta Renee. «Ama Dio, ama l’amore, ama il prossimo. Questo è quello che vedo oggi in Minnesota su queste strade, amore, compassione. Una forza più grande di chi vuole essere re, delle sue armate paramilitari, una forza che la politica non può controllare». Quando il primo sole fa capolino mi incammino verso Saint Paul, al di là del fiume. Vado a vedere se almeno oggi per decenza, pudore, opportunità, l’ICE si è astenuta dal violentare la pace di questo Stato, delle città gemelle. M’illudo sul ponte, poi bastano pochi passi. Tick, tack, tick, tack.

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