A Milano c’è sempre la moda

Un calendario compresso, tanti show degni di nota, un diffuso senso di ottimismo e i soliti punti critici.

26 Febbraio 2019

A riguardare la sfilata di Versace era anche legittimo sentirsi leggermente spaesati, considerando come per la prossima stagione invernale Donatella abbia deciso di sfondare in un territorio come quello del grunge che, sulla carta, non si può definire certamente il suo. «Un po’ di imperfezione è la nuova perfezione» ha detto ai giornalisti backstage, quasi una tautologia che solo lei può permettersi di enunciare con intento, e così la t-shirt con il suo volto (fotografata da Richard Avedon, uno dei suoi ritratti più celebri) è il punto in cui si incontrano due modi di intendere il personalismo (non nel senso del movimento filosofico, ma dell’egocentrismo) che da sempre è al cuore di quest’angolo di mondo in cui si fanno i vestiti. Da una parte Donatella Versace, e questa sua collezione strana, «pradesca», in cui si confronta con qualcosa che Gianni aveva sempre messo da parte ma che lei ha amato molto, quasi una sua prima volta fuori dal tempo, e dall’altra i filtri, le app che ti correggono la faccia, i nuovi modi di cristallizzare se stessi. C’è uno speciale tipo di nostalgia che possono ispirare le sfilate, una sorta di sentimentalismo facile da spernacchiare che tiriamo fuori a stagioni alterne (in genere subito dopo quella in cui basta, finito, ma cos’è questa roba, nulla ha senso), consolatorio e battagliero allo stesso tempo. E a questo giro è andata così.

La sfilata di Gucci durante la settimana della moda di Milano il 20 febbraio 2019 (foto di Vittorio Zunino Celotto/Getty Images for Gucci)

È iniziata (la settimana) con le maschere di Gucci che significavano tante cose, nascondersi, ricostruirsi, immaginarsi, migliorarsi, peggiorarsi (come con i filtri su Instagram, come nei film horror, come nell’antica Grecia), in uno show stroboscopico dove Alessandro Michele, come Sant’Ambrogio che invitava a toccare il fondo nell’attraversare il mare delle sacre scritture (cioè a non essere superficiali, cioè a non trattare dio come una mucca), mette in scena il suo consueto spettacolo stratificato che appaga tutti i sensi, li intorpidisce, ma segna anche una virata decisa nel modo in cui tratta i volumi e le forme all’interno del suo decorativismo. Stiamo parlando una lingua astrusa, che annoia tutti quelli che i vestiti sono solo per vestire, potremmo dire guardate le giacche, ma in fondo è bello che ci sia qualcosa che sfugga alla velocità, anche solo per osservare poi come si rapporta alla nostra ossessione per l’immediatezza. Allora sarebbe interessante far sedimentare il pensiero sulle ragazze gotiche di Miuccia Prada, quelle “neurotiche” di Francesco Risso da Marni, che aveva convinto di più lo scorso settembre, e anche sull’esordio più atteso della settimana, quello di Daniel Lee da Bottega Veneta.

Una collezione bella, che si allontana dall’impronta fortissima del Céline di Phoebe Philo (dove Lee si è formato) della pre-collezione e inizia a tracciare un percorso nuovo, personale, che è interessante perché Bottega è uno di quei marchi che occupano uno spazio singolare nell’universo della moda, distante da quello dove oggi si combatte a colpi di sneakers e borse. A uno sguardo d’insieme, erano tante le collezioni degne di nota: l’ultima di Karl Lagerfeld da Fendi e quella di Giorgio Armani al Silos, le installazioni multiple di Moncler Genius e Salvatore Ferragamo disegnato da Paul Andrew e Guillaume Meilland, e poi Max Mara, Missoni, infine i giovani di Act n.1. A Milano si è ritornati a fare le cose che sappiamo fare meglio, gli abiti da giorno, che sono la cosa che ci ha consacrati come quelli che vestono le persone nel mondo, e lo facciamo a modo nostro: con gli anni di esperienza sulle spalle e un certo consumato mestiere. È il nostro eterno cruccio, perché al prossimo giro i grandi vecchi saranno meno brillanti e i giovani non ci sarà il tempo di vederli, a fronte di un calendario che è sempre distribuito malissimo, compresso e asfissiante. Ma questa volta è andata piuttosto bene, godiamocela per un po’ come sappiamo fare solo noi italiani.

Grazie al Diavolo veste Prada 2, Anna Wintour è finita per la prima volta sulla copertina di Vogue assieme alla sua alter ego Miranda Priestly, cioè Meryl Streep

Per l'occasione si è fatta intervistare da Greta Gerwig, mentre l'attuale direttrice di Vogue faceva da stenografa.

Jacquemus sta finanziando il restauro della Fontana del Bagno delle Ninfe di Versailles

Si tratta di una fontana XVII secolo il cui restauro richiederà un anno di lavori. Il designer torna così nella reggia francese, dove aveva già ambientato due sue sfilate.

Leggi anche ↓
Grazie al Diavolo veste Prada 2, Anna Wintour è finita per la prima volta sulla copertina di Vogue assieme alla sua alter ego Miranda Priestly, cioè Meryl Streep

Per l'occasione si è fatta intervistare da Greta Gerwig, mentre l'attuale direttrice di Vogue faceva da stenografa.

Jacquemus sta finanziando il restauro della Fontana del Bagno delle Ninfe di Versailles

Si tratta di una fontana XVII secolo il cui restauro richiederà un anno di lavori. Il designer torna così nella reggia francese, dove aveva già ambientato due sue sfilate.

Hermès ha creato un videogioco in realtà aumentata per far andare a cavallo anche chi non sa andare a cavallo

Il videogioco è stato presentato durante Saut Hermès, un concorso di equitazione (reale e non virtuale) che il brand sponsorizza da tempo.

Vestivamo alla reazionaria

L'affermazione delle destre che governano il mondo oggi passa anche attraverso la costruzione di nuovi codici estetici nei corpi e nei vestiti. Capelli, cappotti, stivali, bicipiti, sono tutti segnali da decodificare per capire cos'è il nuovo potere. E a quali vecchi poteri si ispira.

Un gruppo che si chiama EveryonehatesElon si sta organizzando per trasformare il Met Gala nella peggiore serata della vita di Jeff Bezos

Si tratta dello stesso collettivo che protestò contro l'occupazione veneziana durante il matrimonio del patron di Amazon, e che oggi sta raccogliendo donazioni per organizzarsi in vista dell'evento.

LuisaViaRoma, una delle storiche mete dello shopping italiano, è in grave crisi

L'azienda ha chiesto al Tribunale 60 giorni di tempo per presentare un piano di risanamento e ripagare i debiti. Nel frattempo i dipendenti hanno scioperato e i sindacati parlano di «scelte manageriali non adeguate».