Un monologo di Matteo Caccia e un progetto di Rivista Studio. Un viaggio nella filosofia dell’abitare attraverso la cultura. Vi aspettiamo sabato 25 aprile alle ore 11, alla Fiera.
Altro giro, altra corsa. E in un battito di ciglia siamo già all’ennesima “settimana di…”. Ad aprire le danze — come da copione — è la Milano Art Week, che in occasione di miart accende la città con un calendario fitto di opening, eventi e inaugurazioni. Gallerie patinate, istituzioni lucidissime, collezionisti in orbita: tutto molto bello, tutto molto spesso fuori portata.
Ma se l’idea di rincorrere inviti, accrediti e guest list non è esattamente il vostro sport preferito, niente panico. Esiste un’altra Milano, più porosa, più accessibile, meno ingessata. Una Milano che durante l’art week si riattiva dal basso, fatta di spazi indipendenti, studi condivisi, case private che diventano luoghi di incontro, e artisti che — invece di stare appesi a una parete — provano a costruire situazioni, relazioni, possibilità. È una Milano che non ha paura di mescolare codici e discipline, di fare della pratica artistica un gesto quotidiano, di farla uscire dai circuiti canonici e riportarla in spazi comuni, nelle strade, tra le persone. Una Milano costruita da una comunità di giovani creativi che non aspetta legittimazioni, ma si attiva, sperimenta, a porte aperte, e che parla a chi ha voglia di andare un po’ oltre la superficie, di cercare qualcosa in più della solita facciata.
È qui che, secondo noi, succedono le cose più interessanti. Ecco qualche tappa per orientarsi senza finire nel déjà-vu delle solite mostre scongelate per l’occasione.
radar – Previsioni
Da fuori potrebbe sembrare il classico white cube trattenuto. In realtà radar è un progetto molto netto, nato dall’iniziativa di tre giovani ex direttori di galleria, lavora su un formato compatto e concentrato, dove la ricerca e le pratiche emergenti vengono messe a fuoco senza dispersioni, dentro uno spazio raccolto che amplifica ogni scelta. Per l’art week presenta “Previsioni” di Ludovico Orombelli, una mostra che parte da una domanda piuttosto ambiziosa: come si costruisce il modo in cui vediamo il mondo? Attraverso un’indagine sulle tecniche della visione, Orombelli prova a smontare, e ricomporre, gli immaginari collettivi, mettendo in dialogo passato, presente e possibili futuri. Il risultato è uno spazio che non si limita a esporre, ma diventa un dispositivo: entri, osservi, e nel frattempo qualcosa si incrina nel modo in cui sei abituato a leggere le immagini.
Spazio Neue – NUOVO POST
Spazio Neue è uno di quei posti che funzionano perché non cercano di esserlo a tutti i costi. Nasce come estensione di uno studio di design e si muove di conseguenza: uno spazio ibrido, compatto, dove arte, moda, editoria e ricerca visiva convivono senza gerarchie, dentro un ambiente pensato prima di tutto per essere vissuto dalla sua comunità. Con NUOVO POST, progetto concepito dalla galleria fiorentina BUNKER, si costruisce una specie di campo magnetico tra due pratiche: quella di Duccio Maria Gambi e quella di Filippo Mannucci. Non è una mostra “tematica” e non è nemmeno un confronto diretto. Piuttosto, è una convivenza, due traiettorie che scorrono parallele, senza sovrapporsi ma producendo tensione. Il titolo — Nuovo / Post — smette di essere un’etichetta e diventa un modo per leggere il tempo. Quello della formazione, della revisione e della memoria. In altre parole, niente nostalgia, niente hype. Solo lavoro, processo e qualche frizione interessante.

BiM – Milano Art Week Party
BiM è uno di quei progetti di rigenerazione urbana che, per una volta, non suona come uno slogan vuoto. Un centro creativo in Bicocca che prova a diventare spazio condiviso, aperto, attraversabile. Insieme all’installazione Paper/Northern Lights di Gianni Pettena, BiM decide di animare il suo spazio anche fuori dal formato espositivo, trasformandolo in un ambiente attivo, attraversabile, pensato per essere vissuto. È proprio da qui che prende forma il 18 aprile: l’installazione diventa il cuore di una serata che è insieme chiusura dell’Art Week e anticipo della Design Week. Una festa aperta, dove si entra per vedere una mostra e si finisce per restare. Dentro questo ambiente in movimento prende anche forma I woke up in the middle of the night dreaming about home, la performance di Martina Rota, che si inserisce nello spazio attivandone tutta la dimensione abitabile. Quattro performer compongono una famiglia provvisoria, sospesa tra gioco e protocollo d’emergenza. Lo spazio diventa un rifugio ambiguo, insieme domestico e precario, dove le regole emergono in tempo reale, oscillando tra cura, imitazione e sopravvivenza.
Villa Clea – SURGICA
Villa Clea è una casa privata che si apre alla sua community senza mai trasformarsi davvero in uno spazio espositivo. Piuttosto, resta quello che è: un ambiente abitato, attraversato da artisti in residenza, dove ogni intervento si stratifica su ciò che già esiste. Per l’art week ospita SURGICA, performance di Ambra Castagnetti, che lavora proprio su questa ambiguità. Lo spazio domestico non viene semplicemente occupato, ma progressivamente svuotato della sua funzione più familiare, fino a diventare un luogo di proiezione, quasi mentale. La performance costruisce uno spazio quasi clinico, dove i corpi si muovono come unità replicate, seriali. Quello che all’inizio sembra ordine, perfezione, controllo, si deforma progressivamente in qualcosa di più caotico, quasi disturbante. Il suono accompagna questa deriva fino a una specie di trance collettiva. È uno di quei lavori che ti restano addosso più per sensazione che per interpretazione.

Omuamua- The Forgotten Ceremony
Nome preso da un asteroide interstellare, per uno spazio condiviso tra artisti amici in Porta Romana, e già questo basterebbe. Omuamua lavora come laboratorio, più che come spazio espositivo, diventando un luogo sicuro dove poter presentare lavori in corso come progetti ambiziosi che hanno voglia di casa. E con The Forgotten Ceremony di Sarah Brahim porta dentro lo spazio una riflessione sul corpo come luogo di memoria e trasformazione. Video, sculture in vetro, suono e performance si intrecciano in un ambiente che sembra sospeso tra rituale e installazione. Il respiro diventa materia, il gesto costruisce relazioni, e tutto si muove tra dimensione individuale e collettiva.
Spazio SERRA – Distorted Scenarios No. 1
Dentro la stazione Lancetti, spazioSERRA è uno di quei progetti che funzionano perché stanno dove non te lo aspetti. La mostra “Distorted Scenarios No.1” di Joan Horrach lavora proprio sull’idea di attesa: quella delle stazioni, degli aeroporti, di tutti quei non-luoghi dove il tempo sembra sospeso. La performance che si attiva ogni sabato, anima lo spazio con voci che si sovrappongono senza mai davvero incontrarsi. Corpi presenti, ma separati. Più che una semplice immagine contemporanea, è una messa in scena di una condizione diffusa: quella di un tempo sospeso che non riusciamo più ad abitare. L’attesa, svuotata della sua possibilità di essere esperienza, viene compressa dentro logiche di efficienza e produttività, trasformandosi in qualcosa da colmare immediatamente.
Contento 360 – An Office Opera
Se pensate che l’ufficio sia il posto meno interessante del mondo, forse avete ragione. Ma “An Office Opera” prova a ribaltare la prospettiva. Negli spazi di Contento 360, la mostra curata da Arnold Braho trasforma il luogo di lavoro in una macchina scenica. I lavori di Sabrina Zanolini, Lorenzo Lunghi, Dorota Gawęda ed Eglė Kulbokaitė giocano con corpi, immagini, gesti minimi: tutto contribuisce a costruire una coreografia invisibile che di solito resta nascosta sotto la superficie della produttività quotidiana. Qui invece emerge, si scompone, diventa visibile. È un modo per spostare lo sguardo su ciò che normalmente passa inosservato: le strutture, i ritmi e le posture che abitano il lavoro quotidiano.
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