Tre metro sopra il cielo

Per Roma, l’apertura della Metro C Colosseo – Fori Imperiali è stato un evento emotivo più che urbanistico.

18 Dicembre 2025

L’apertura della metro C Colosseo-Fori Imperiali, arrivata dopo 12 anni di lavori, è stata vissuta da molti quasi come un piccolo evento collettivo. Non tanto, o non solo, per quello che rappresenta dal punto di vista infrastrutturale, ma per ciò che significa emotivamente: vedere finalmente conclusi dei cantieri in uno dei punti più turistici, simbolici e attraversati di Roma, davanti ai quali, per anni, chiunque abbia vissuto o anche solo frequentato la città è passato infinite volte, con una rassegnazione a volte silenziosa, a volte no.

Ricordo di aver visto per la prima volta i lavori in corso quasi una decina d’anni fa, durante un date. A ripensarci ora è tutto decisamente più romantico: due persone che cercano di conoscersi mentre tutto intorno sembra bloccato, eterno, dopo aver fatto shopping a Monti. Roma, del resto, è sempre stata anche questo. È da qui che nasce l’entusiasmo che in questi giorni si vede sui social. Un entusiasmo che colpisce, soprattutto se messo a confronto con il malcontento costante che aveva accompagnato la precedente amministrazione. Meme, commenti, ironia e sincero stupore costruiscono una narrazione inaspettatamente positiva intorno al sindaco Roberto Gualtieri (che sembra, però, piacere sempre di più a chi non abita a Roma e sempre meno ai suoi concittadini), e ai tanti cantieri, accelerati anche dall’urgenza del Giubileo.

Tanto non finirà mai

La metro C diventa così un pretesto per raccontare qualcosa di più ampio: come cambia l’umore di una città quando, contro ogni previsione, un’opera pubblica viene portata a termine. A Roma il completamento di un lavoro non è mai solo un fatto tecnico, ma un evento al limite dell’esistenziale. È la sospensione momentanea di quel fatalismo cronico che accompagna la vita urbana, l’idea che “tanto non finirà mai”. Per una volta, invece, finisce davvero. E questo basta a generare stupore, fiducia temporanea, perfino orgoglio. Non tanto perché la città smette di essere problematica, ma perché dimostra, anche solo per un attimo, di non essere immobile.

C’è poi una parte inevitabilmente personale legata a questa temporanea eccitazione. Da ex cittadina di Roma mi sono ritrovata a parlarne con grande gioia, e un po’ di incredulità, con i miei compagni di vita romana. Ripensavamo a quanto quei pannelli verdi avessero fatto parte del paesaggio, rimasti lì così a lungo da sembrare permanenti. O a quando per arrivare al Pigneto dovevamo attendere là sotto, dove l’archeologia ci faceva compagnia in quella quindicina di minuti senza connessione in attesa del treno successivo, immaginandoci  “montecompatripantano”, che più che un capolinea sembrava uno scioglilingua, come fosse una valle dell’Eden. «L’unica vera nostalgia che ho», canterebbe a questo punto Niccolò Contessa.

Ed è così che dalla lontana Milano, quel territorio mitizzato dove si dice che i mezzi funzionino e le stazioni della metro vengano costruite regolarmente, ho posto a mezza rubrica la stessa fatidica domanda: “Sei andato/a a vedere la nuova metro?”. Prima però, appena appresa la notizia, sono andata direttamente sul profilo di Gualtieri, aspettando che il team dei social media manager facesse il suo egregio lavoro, pubblicando il video di quella che lui stesso ha definito inevitabilmente come una «giornata storica».

Io Cestò, e tu?

Le immagini online saziano subito la curiosità: Gualtieri passeggia fiero nelle cosiddette “archeostazioni”, sale e scende 16 imponenti scale mentre ci spiega che il progetto nasce dal ritrovamento, in quell’area, di 28 pozzi e di una domus di età repubblicana. 32 metri di profondità di scavi sotto i Fori Imperiali. Tutto appare come un progetto titanico, degno di una così lunga attesa. Nei commenti, però, la scommessa più ricorrente riguarda la durata futura di tutta questa magnificenza. Questo delirio collettivo, va detto, non si è costruito in un giorno, esattamente come la città che gli fa da sfondo. È piuttosto il punto di arrivo di centinaia di reel e tiktok in cui, da un paio d’anni, Gualtieri, in carica dal 2021, ostenta i lavori in corso per la sua Roma Capitale. Il primo cittadino, con l’elmetto giallo antinfortunistico in testa, che promette l’impossibile per una città così vasta e così ancorata al proprio glorioso passato: riparare le buche. Un tema su cui, da primo responsabile della gestione stradale, è costantemente sotto pressione, tra critiche legittime e un territorio oggettivamente complesso, segnato dal traffico intenso e da anni di scarsa manutenzione.

Un vero cult della figura di Gualtieri come star dei social è stata anche l’inaugurazione dei nuovi cestini, ribattezzati “Cestò”, culminata nel memorabile “Io Cestò, e tu?”, pronunciato con tempi comici quasi all’altezza del “Mamma mia comme sto” di Enzo Salvi, fino ad arrivare a collaborare con la propria stessa parodia (@vittorio_pettinato). Gli account di Gualtieri diventano così il luogo di un appoggio sincero, almeno digitalmente, all’attuale sindaco. Sicuramente ancora una volta l’ostentazione social sembra rivelarsi più efficace della fattualità. Questo conferma che per mettersi al servizio del popolo, oggi, sono necessarie buone doti sceniche e, all’occorrenza, saper suonare anche la chitarra.

Ma al di là degli aspetti prettamente politici, sembra che quest’isteria di massa non sia destinata ad arrestarsi. D’altronde anch’io son finita a commentare sotto i suoi video con un affettuoso “Grande sindaco”, cuore rosso incluso, nonostante non viva più a Roma esattamente dall’anno e dal mese in cui è iniziato il suo mandato, e nonostante ogni volta che ci torni io imprechi costantemente. Però er Colosseo è er Colosseo.

Nell’eterna sfida tra chi si aggiudica il titolo di vera capitale d’Italia, dopo anni a Milano e un iniziale scetticismo, posso dirlo con una certa sicurezza: no, la cosa più bella di Milano non è il treno per Roma. Però, certo, nella mia amata metro blu ci saranno anche le mura medievali, ma ancora non è stato costruito un museo con quel che resta – parecchio – dell’Impero Romano d’Occidente.

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